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La storia di Waterworld (FantaDoc)

La storia di Waterworld (FantaDoc)

Di DocManhattan

Parli di Waterworld e automaticamente chiunque e il suo gatto te lo dipingono come il più grande flop della storia di Hollywood, perché si porta da oltre vent’anni ripetere che è così, anche se non è del tutto vero. Perché, per chi non lo sapesse, Waterworld di Kevin Reynolds è un film che comunque ha chiuso i suoi conti in attivo. Ma come li ha aperti quei conti? Come si è approdati a una pellicola da 175 milioni di dollari che parte della stampa USA ha iniziato a deridere prima ancora che arrivasse in sala? Ma dalla voglia di clonare Mad Max, ovvio.

Waterworld storia

OLTRE LA SFERA DEL TONNO

Che i primi due film sul buon (?) Max Rockatansky detto il Pazzo siano tra le robe più seminali di tutta la storia di Hollywood non stanno a dimostrartelo solo Ken il Guerriero o, metti, l’A-Team, ma anche film come Waterworld, sostanzialmente un mod con tanta, tanta acqua di Interceptor – Il guerriero della strada (Mad Max 2). Nel 1986, Peter Rader, sceneggiatore e regista di B-movie come l’horror Quella strana casa, incontra il produttore Brad Krevoy, che gli chiede di tirargli fuori un clonazzo veloce di Mad Max, di cui è da poco uscito il terzo capitolo, Otre la sfera del tuono. Rader inizia a pensare a quale volto dare a questo futuro post-apocalittico per differenziarlo un minimo dal resto, e se ne esce con l’idea di un mondo sommerso dalle acque. Ma Krevoy pensa che il pazzo della situazione, qui, sia lo sceneggiatore: un film del genere potrebbe arrivare a costare anche 5 milioni di dollari! È forse uscito di senno?

Rader, come racconta in un’intervista a Starlog nel ’95, parcheggia la sua idea fino all’89, quando il suo script viene comprato e inizia a girare di mano in mano. E mentre Rader continua a riscrivere il copione (sei, sette volte) perché gli chiedono continuamente di rendere il tutto più economico, contenuto, semplice, entra in scena la coppia dei due Kevin. Costner e Reynolds hanno a quel punto già lavorato insieme in Fandango (1985) e Robin Hood – Principe dei ladri (1991) e sono interessati all’idea. Sembra perfetta per continuare, cambiando genere, la striscia impressionante di successi dell’attore, reduce dalle vagonate di dollari portate a casa da JFK – Un caso ancora aperto e Guardia del corpo. Solo che i due Kevin vogliono che del film si occupi un’altro sceneggiatore, il David Twohy di Timescape e in futuro delle sgambate di Riddick. E grazie tante, Rader.

Waterworld storia

BELLA (PISCINA) HAWAIANA

Siamo a questo punto nel ’92 e il tempo che separa Waterworld dalla sua uscita, nell’estate del ’95, è scandito da tutta una serie pressoché infinita di casini di produzione. Il western post-apocalittico pieno di elementi “cartoon e surreali, come il capo dei pirati armato di tridente e che si fa chiamare Nettuno”, pensato da Rader, vira nelle mani di Twohy verso un qualcosa di più serioso. Nonostante quegli orecchini a conchiglia di Costner, sì. Girato in dei grandi bacini artificiali alle Hawaii (lo stato metterà a bilancio alla fine 35 milioni di dollari ricavati dalla produzione), riutilizzati due anni dopo per Titanic, Waterworld vede gonfiare progressivamente il conto finale. I 100 milioni di dollari stanziati da Universal diventeranno alla fine 175, un importo record per la Hollywood di ventiquattro anni fa.

Al film più costoso di sempre partecipano, oltre a Kevin Costner, Dennis Hopper, Jeanne Tripplehorn (Sliding Doors, Criminal Minds), la piccola Tina Majorino (vista in seguito in tanti film e serie TV, da Veronica Mars a Grey’s Anatomy), Michael Jeter e Jack Black, in uno dei suoi primi ruoli sul grande schermo. Costner e Reynolds, intanto, iniziano a litigare, e non la smettono.

LE SETTE SETTIMANE DI JOSS WHEDON

Anche perché, in quanto star del baraccone, Costner mette bocca su tutto. Fa silurare Mark Isham, giudicando troppo blanda la colonna sonora a cui sta lavorando, e ingaggiare al suo posto James Newton Howard. Chiede anche numerosi cambiamenti alla storia, per accomodare i quali viene ingaggiato in fretta e furia un giovanotto chiamato Joss Whedon. Magari ne avete sentito parlare. In questa intervista, Whedon definisce la sua esperienza sul set di Waterworld come il “lavoro da stenografo più pagato di sempre”. Whedon all’epoca ha trent’anni e fa lo script doctor: lo chiamano per dare una raddrizzata, che sia davvero necessaria o meno, a copioni altrui. Lo ha appena fatto per Speed, lo farà qualche mese dopo per Twister. Il problema che Whedon deve affrontare è rimettere l’acqua nelle ultime 40 pagine di copione, che sono ambientate a terra. “Ma scusate, questo tizio non ha le branchie?”, chiede il futuro amministratore di condominio degli Avengers. Ma nessuno gli presta ascolto, perciò tutto quello che Whedon fa, appunto, è scrivere quello che gli dice Costner, “che è stato molto gentile, ed è stato bello lavorare con lui… ma non è uno sceneggiatore”. Il lavoro dovrebbe durare una settimana, ma Whedon resta lì per quasi due mesi, senza combinare quasi nulla, se non aggiungere qualche battuta e alcune scene di cui oggi si vergogna, “perché sono venute davvero da schifo”.

IL POSTINO (QUELL’ALTRO)

La stampa USA, nel frattempo, aspetta l’uscita del film già con i fischietti in bocca. Se c’è una cosa che gli americani amano più di ogni altra è vedere i loro divi rotolarsi nella polvere. E Costner è una stella di prima grandezza, che ha ballato con i lupi già abbastanza in quella prima, folgorante metà degli anni Novanta. Mettici le voci sulla produzione turbolenta e il budget sforato di un 75% bello tondo, e il gioco è fatto. Un gioco di parole, più che altro, perché a Los Angeles iniziano a chiamare il film “Kevin’s Gate”, alludendo a Heaven’s Gate (I cancelli del cielo) di Cimino. O “Fishtar”, da Ishtar di Elaine May, con Warren Beatty e Dustin Hoffman, altro celebre flop di dimensioni ragguardevoli.

Solo che, si diceva all’inizio, Waterworld, l’incasinato Waterworld, non è il buco nell’acqua di cui si legge troppo spesso in giro. Esce il 28 luglio (lo stesso giorno di The Net – Intrappolata nella rete con Sandra Bullock) e si piazza al primo posto quel week-end, facilitato dalla concorrenza rimasta sostanzialmente negli spogliatoi. Ma alla fine i claudicanti incassi casalinghi (solo 88 milioni di dollari) che gli sono valsi la fama di giga-super-mega-flop vengono compensati da quelli stranieri. In totale fanno 264 milioni: se togli i costi di promozione e aggiungi i ricavi dell’home video, non solo non ci hanno perso davvero dei soldi, ma c’è stato anche un piccolo margine di guadagno. È costato sì tantissimo, ma è stato anche il nono miglior incasso worldwide del 1995, facendo meglio di Jumanji o di Braveheart. E portando a casa pure una nomination per un Oscar tecnico (miglior sonoro). Poi la storia era effettivamente pasticciatissima e tutto, ma la nomea di flop colossale e senza pari è quanto meno esagerata, se guardiamo al quadro globale.

Cos’è allora che ha azzoppato ai tempi la carriera di Costner? Diciamo che l’accoppiata tra un film costosissimo che in patria è andato male e il suo lavoro personale successivo – The Postman, alias L’uomo del giorno dopo, da lui diretto e interpretato e quello sì flop assoluto senza asterischi – non ha aiutato. Dopo le liti e le incomprensioni per Waterworld, che hanno portato Kevin Reynolds ad abbandonare la post-produzione del film nelle mani di Costner, tanto decideva comunque tutto lui, l’attore e il regista hanno rotto il loro fortunato sodalizio. Ma nel 2012 sono tornati a lavorare insieme, per la miniserie TV Hatfields & McCoys, facendo il pieno di pubblico ed Emmy. Per entrambi – l’ex attore accentratore e il regista che ai tempi aveva definito Costner incapace di lavorare in un film che non fosse diretto da lui stesso – un fortunato passo indietro: i dissapori di un tempo sepolti in fondo al mare, da qualche parte, accanto a quella storia del mutante con le branchie e gli orecchini da fricchettone.

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