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La storia di Demolition Man (FantaDoc)

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Di DocManhattan

“Sembra che abbiano scritto questo film esattamente per me”. È il 1993 e Sylvester Stallone si trova a girare il suo secondo film di fantascienza, quasi vent’anni dopo la parte da Mitraglia-Joe in Anno 2000 – La corsa della morte (Death Race 2000). Ma Demolition Man è anche il film in cui, a suo dire, Sly si sente più a suo agio e se stesso dai tempi di Taverna Paradiso (1978). “Non sono Rocky o Rambo in questo film. Parlo esattamente come lo faccio tutti i giorni”, racconta all’uscita del film. Un film di fantascienza in cui Stallone parla nel 2032 come il vero Stallone del 1993. La famosa scena del bagno, delle conchigliette e delle multe da parolacce assume tutto un altro significato.

Le cose, a ogni modo, sono andate proprio come dice Stallone. Il produttore Joel Silver ha in mente questo progetto dal 1989 e vuole proprio che sia Sly il suo John Spartan. La storia del criminale psicopatico Simon Phoenix (Wesley Snipes) e del sergente che gli dà la caccia tanto nel ’96 quanto nel futuro, dopo una lunga pennichella criogenica, l’hanno scritta Robert Reneau e Peter M. Lenkov, che poco dopo firmerà capolavori del calibro di Mamma, ho trovato un fidanzato e dei due seguiti apocrifi per la TV di Universal Soldier. Alla sceneggiatura mette mano il Daniel Waters di Batman – Il ritorno e Hudson Hawk. Alla regia c’è invece Marco Brambilla, italo-canadese che viene dal mondo della pubblicità e che teme l’impatto con Stallone, “per la sua reputazione da duro con i registi al loro esordio”. Le cose tra i due però filano lisce, e al massimo Stallone sottolinea il perfezionismo di Brambilla, capace di “farti rigirare una scena 50 volte per una singola parola”. Dopo tante pellicole cui ha dato la sua impronta – viene da Cliffhanger, di cui ha riscritto parte del copione – a Sly la cosa va bene, perché gli permette per una volta di fare quello che gli viene detto di fare, senza pensarci troppo.

Il rapporto che non funziona è invece quello con la protagonista femminile. Con la prima Lenina Huxley, Lori Petty. Sulla cresta dell’onda (ah ah) per Point Break, Petty resta sul set solo per un paio di giorni, prima di venir sostituita per “divergenze creative”. In un’intervista si era appena detta felice dell’alchimia creatasi con Stallone, ma la produzione cita come motivo della rottura proprio la mancanza di alchimia con Stallone. Vai a sapere. Quel che conta è che la nuova Huxley è questa trentenne della Virginia sconosciuta ai più, apparsa nella rimpatriata televisiva Scontro bionico (Bionic Showdown: The Six Million Dollar Man and the Bionic Woman). Si chiama Sandra Bullock. E a proposito di nomi: il suo personaggio porta il nome di Lenina Huxley per una doppia citazione carpiata: un omaggio all’autore e a uno dei personaggi del romanzo distopico Il mondo nuovo di Aldous Huxley, fonte d’ispirazione per la società del 2032 in cui ti multano se dici le parolacce. Giusto perché a San Angeles non esistono più gli incroci senza semaforo.

Gli altri personaggi, oltre al cattivo di Snipes – parte finita al futuro Blade, pare, dopo il rifiuto di Jackie Chan, che non voleva interpretare uno psicopatico – come il Bob Gunton del Daredevil Netflix, David Patrick Kelly, Jesse Ventura, Benjamin Bratt o Nigel Hawthorne, fanno da contorno a un’action comedy sci-fi, fiera delle sue battute sceme e perciò ancora oggi memorabili. Così anni 90 che non sorprende scoprire che a un certo punto della pre-produzione, mentre Silver inseguiva Stallone e quest’ultimo faceva il prezioso, si sia pensato alla coppia Steven Seagal e Jean-Claude Van Damme come protagonisti-antagonisti di Demolition Man.

Lo stesso Joel Silver, intervistato nell’autunno del ’93 da Starlog, spiega che Demolition Man è un film d’azione superclassico, un semplice scontro tra il buono e il cattivo in cui il buono vince, e amen. Ma anche che la particolarità del film è l’ambientazione e l’estetica particolare che le hanno dato. Così come la sua natura da anti-buddy movie, visto che mette due star una contro l’altra e che restano avversarie fino alla fine. Un po’ anche la ragione che ha spinto Stallone ad accettare la lunga corte del produttore, perché delle pellicole in cui l’eroe e il suo nemico sono ben bilanciati sono rari. E infatti, di lì a pochissimo si dedicherà a Dredd – La legge sono io, in cui il povero Armand Assante scompare sotto le smorfie del protagonista. Quanto a Wesley Snipes, sul set gigioneggia, perché trova quello squilibrato di Phoenix un personaggio cartoonoso e divertente. E a chi gli chiede se gli scocci fare la parte un po’ stereotipata dell’attore nero duro risponde con una risata: in Demolition Man è biondo e con gli occhi di due colori diversi. “Non sono un fratello, in questo film, ma un mutante”.

demolition man

E poi sì, c’è quella storia dell’affettuosa presa in giro di Schwarzie, l’Arnoldone che nel futuro è già stato presidente degli USA grazie a una modifica della costituzione che gliel’ha permesso. La cosa buffa è che Demolition Man arriva in sala l’8 ottobre del ’93, e praticamente dieci anni dopo, il 7 ottobre del 2003, Arnold Schwarzenegger viene eletto governatore della California con oltre il 48% dei voti. E, ovvio, quell’emendamento di cui si parlava in Demolition Man è stato presentato davvero, e proprio nel 2003, per permettere anche a chi fosse nato in un altro paese (metti: l’Austria) di essere eleggibile come capo del mondo presidente degli Stati Uniti. Proposta nota non a caso come “Arnold Amendment”. Per la cronaca: finora non se n’è fatto niente.

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Demolition Man diventa un’altra delle tante frecce spaccabotteghino all’arco di Joel Silver, che in carriera ha prodotto titoletti come Arma Letale, Predator, Die Hard. Costato secondo il Los Angeles Times 77 milioni di dollari contro i 50 preventivati, a causa dei tanti giorni di riprese aggiuntive (ma magari non era solo colpa del perfezionismo di Brambilla, eh), Demolition Man ne incassa 159 milioni, due terzi dei quali all’estero. Se nella classifica USA del ’93 è infatti solo al 19° posto, subito sotto a un altro film con Snipes, Sol levante di Philip Kaufman, in quella mondiale è 12°, emerso vincitore da una battaglia all’ultimo sangue con Cool Runnings – Quattro sottozero e la sua nazionale di bob giamaicana. Tanto sempre di ghiaccio e di gag si parlava, no?

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