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La mafia non è più quella di una volta, Maresco invece sì: la recensione da Venezia 76

La mafia non è più quella di una volta, Maresco invece sì: la recensione da Venezia 76

Di Lorenzo Pedrazzi

Dopo la separazione da Ciprì, Franco Maresco ha continuato la sua esplorazione di un’umanità misera e paradossale, legata alle contraddizioni della sua terra – la Sicilia – e al gusto per il grottesco che lo accompagna fin dai tempi di Cinico TV. La mafia non è più quella di una volta prosegue sul medesimo percorso, affermandosi come un vero e proprio sequel di Belluscone – Una storia siciliana: tornano l’ineffabile Ciccio Mira e i cantanti neomelodici, ma stavolta i loro sforzi “creativi” ruotano attorno a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in occasione del venticinquesimo anniversario della loro morte (il film è stato infatti girato nel 2017).

Franco Maresco è l’operatore invisibile che resta dietro la macchina da presa, ma interviene sia come narratore sia come “personaggio”, interagendo con l’azione e parlando direttamente ai protagonisti. Dopo aver scoperto che diversi palermitani non hanno un buon ricordo dei due magistrati, Maresco si rivolge alla grande fotografa Letizia Battaglia, che lo accompagna nella città siciliana e nel disagiato quartiere ZEN. È proprio qui che Ciccio Mira, famigerato organizzatore di spettacoli e presentatore televisivo, allestisce un’esibizione di cantanti neomelodici in ricordo di Falcone e Borsellino, dove però nessuno – né gli artisti, né il produttore, né lo stesso Mira – ha intenzione di ricordare la loro lotta contro la mafia. Quando Maresco chiede ai diretti interessati se diranno qualcosa tipo “Abbasso la mafia”, tutti si nascondono dietro un generico “Non mi interessa”, e infatti lo show si trasforma in una baracconata nazionalpopolare che sembra fare contenti gli spettatori.

Maresco dipinge questo avvilente ritratto con l’ironia di un perenne disilluso, e chiaramente racconta solo una parte limitata di Palermo e della Sicilia, ma quantomeno ha il merito di introdurre un controcanto: la passione e la fiducia di Letizia Battaglia – evidente anche nel suo amore per il sindaco Leoluca Orlando, poco apprezzato dal regista – stemperano infatti la sua misantropia, o quantomeno offrono un punto di vista alternativo. Certo, questo non gli impedisce di costruire il suo irresistibile teatrino di figure surreali, che lui stesso trasforma in personaggi mettendone in risalto le caratteristiche più assurde. A dominare il tutto c’è ovviamente Ciccio Mira, subdolo maneggione che rimpiange la vecchia mafia e idolatra il Presidente Mattarella, mentre organizza spettacoli sia per i capi di Cosa Nostra sia per ricordare Falcone e Borsellino: insomma, l’emblema di quelle contraddizioni siciliane che Maresco ama denudare con il suo occhio satirico, mentre omertà e servilismo offuscano tutto il resto.

La mafia non è più quella di una volta riflette quindi lo sguardo del suo autore, eppure la presenza di Letizia Battaglia mitiga il disincanto, e Maresco concepisce il film come un omaggio alla sua figura esemplare (pur concedendosi una stoccata finale in territori più grotteschi). Si ride amaramente, prendendo coscienza di un malcostume talmente radicato da essere quasi inestirpabile. La speranza c’è, e risiede nei giovani che scendono in piazza per la Giornata della Legalità, ma il regista non sembra riporvi molta fiducia: preferisce infatti lasciarli fuori campo, o relegarli in poche inquadrature all’inizio e alla fine. Il suo cuore batte per l’incoerente, l’insensato, l’aberrante, ovvero ciò che si mette in ridicolo da solo, un po’ come la sua spassosa narrazione extradiegetica: un linguaggio volutamente artificioso ed enfatico, che dileggia la retorica di certa informazione giornalistica.

Un film da guardare senza alcun senso di superiorità (nonostante Maresco sia il primo a deridere i suoi “casi umani”), ma cercando quelle storture farsesche che riguardano tutti noi, a diversi livelli.

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