IT CAPITOLO DUE – Qui non galleggia proprio nessuno

IT CAPITOLO DUE – Qui non galleggia proprio nessuno

Di Roberto Recchioni

In occasione dell’uscita del primo capitolo del primo adattamento cinematografico di It, mi ero speso in una complessa disamina che teneva conto dei diversi tipo di pubblico che il film di Muschietti avrebbe raggiunto e di come, a seconda dello spettatore coinvolto, il film sarebbe stato ricevuto. Questa volta non lo farò perché, grossomodo, la sostanza non è cambiata.

Mi limito soltanto a fare una riflessione rispetto al romanzo originale e ai suoi lettori: l’opera di King è molto lunga, molto stratificata e contiene molte situazioni, luoghi, personaggi e temi diversi.
Ogni lettore a cui il testo è piaciuto ha lasciato il proprio cuore in qualche luogo diverso, lungo le strade di Derry. Per me, per esempio, non può esistere un It senza i Barren, senza Silver lanciata al galoppo con le sue carte da gioco infilate nei raggi, senza il rock ‘n’ roll, senza un marito abusivo, senza una certa scena di sesso, senza la tartaruga, senza il rito indiano, senza le spaventose storie segrete della cittadina, senza “non si può stare attenti su uno skateboard”. Sono questi, per me, elementi fondanti e imprescindibili del motivo per cui ho amato quella storia e se non me li porti a schermo o se lo fai in maniera svogliata e superficiale, per me, di It e del suo valore, non hai capito nulla. Ma questo non significa che deve essere così per tutti, sia chiaro.

Prendiamo Muschietti, per esempio: lui ha amato cose molto diverse del libro rispetto alle mie, e a quelle ha deciso di dare risalto. E va benissimo così. Solo che, per me, il suo It non è il mio It. E, se devo essere onesto, trovo che le cose che lui ha amato del lavoro di Stephen King, quelle che ha trovato così rilevanti da doverle portare a schermo, siano le più banali e scontate. Messe in scena, oltretutto, nella maniera più ovvia possibile. Ma questo è un discorso sugli adattamenti cinematografici e ha senso solo fino ad un certo punto. Un film deve vivere per le sue qualità e non in relazione a dei fattori esterni. Quindi, parliamo di questo It Capitolo Due solo in relazione di quello che è, un film, e scordiamoci il romanzo. Faremo un favore al lavoro di Muschietti e anche a noi stessi, a dire il vero.

Dunque. Il primo problema della pellicola è che è lunga. Tanto, troppo, lunga. Due ore e cinquanta per un horror che non ha molto da offrire sul piano psicologico, non vanno bene, uccidono la tensione, fanno crescere la noia. Specie se poi la struttura narrativa su cui si basa tutta la pellicola è così meccanicamente ostentata: c’è la chiamata del destino, poi c’è la reazione di ogni personaggio a tale chiamata. I character sono inizialmente sette più uno (il cattivo), quindi già solo questo momento introduttivo ripete per otto volte lo stesso schema.
Poi i personaggi si ritrovano a Derry e abbiamo qualche momento collettivo.
Ma si dividono di nuovo per andarsene a zonzo per la città e, di nuovo, abbiamo un momento spot per ognuno, diviso in una parte ambientata nel presente e in una nel passato. Un segmento alla volta. Tutti di fila. Implacabilmente. Fino a quando la pratica non è smaltita e si torna all’adunata del gruppo di eroi e dritti verso il confronto finale, che è lunghissimo e sembra una sequenza avanzata del Signore degli Anelli. Poi, fortunatamente, dopo due ore e cinquanta, il film finisce.

Sommando la durata di questa seconda parte a quella della prima, l’adattamento cinematografico di Muschietti dura cinque ore. Due ore in più rispetto all’adattamento televisivo del 1990 che non aggiungono nulla rispetto a quanto fatto da quella pedante trasposizione. Anzi, a dirla tutta, manca persino qualcosa. Il fatto è che questo It Capitolo Due ha gettato alle ortiche tutto quello che di buono c’era nella prima parte ma ha tenuto tutto quello che, invece, proprio non andava bene, a cominciare da dei brutti effetti digitali che uccidono tutti i momenti orrorifici.

Poi, per carità: il cast è ottimo e si impegna molto e, nonostante il cattivo esito, è evidente che Muschietti ci teneva a fare un buon lavoro, ma no, il risultato finale è solo noia e un brutto finale fantasy che ci azzecca davvero poco. Non c’è cuore in questa pellicola, non c’è ritmo, non c’è mestiere, non c’è tensione, non c’è paura, non c’è raccapriccio. È poco più di un catalogo illustrato di situazioni, messe una in fila all’altra senza alcuna fantasia, nelle speranza che “di più” sia “meglio”. Ma non è così.
A conti fatti, a una settimana dalla visione, l’unica cosa che mi resta del film è il simpatico cameo di Stephen King (ricalcato su quelli di Stan Lee nei film del MCU), la bellezza di Sophia Lillis e qualche scorcio di Derry. Troppo poco per avergli regalato così tanto tempo della mia vita.

Nota a margine: sono sicuro che il film piacerà e avrà un ottimo riscontro di pubblico e critica, ma non perché pubblico e critica non ci capiscono nulla e io sì, ma perché il film, comunque, fa la cosa più importante: dà al fan quello che il fan vuole. E di questi tempi, pare che sia l’unica cosa che conta.

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