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City Hunter. Private Eyes – Una celebrazione della franchise, recensione

City Hunter. Private Eyes – Una celebrazione della franchise, recensione

Di Marlen Vazzoler

Trent’anni dopo il primo lungometraggio animato di City Hunter Amore, destino e una 357 Magnum e vent’anni dopo l’ultimo speciale televisivo Arrestate Ryo Saeba!, i personaggi ideati da Tsukasa Hōjō sono tornati nelle sale giapponesi con la pellicola City Hunter. Private Eyes (City Hunter: Shinjuku Private Eyes), da oggi anche nei cinema italiani.

Shinjuku oggi

La storia è ambientata ai giorni nostri nella moderna Shinjuku. Ecco quindi comparire la testa di Godzilla tra i grattacieli del quartiere in un breve cameo e svanire la lavagna per i messaggi dalla stazione, utilizzata per scrivere le richieste dirette a City Hunter tramite le lettere XYZ.

Il regista Kenji Kodama è riuscito a far diventare il quartiere una parte integrante della pellicola, e non una mera ambientazione, sopratutto grazie alle scene ambientate tra le strade, i vicoli di ni-chome e al parco di Shinjuku.

Stessa formula

Fin dalle sue prime battute il film stabilisce l’imbattibilità di Ryo e il suo affiatamento con Kaori e che l’azione sarà uno dei componenti principali della storia.

Sceneggiato da Yoichi Kato (Yo-kai Watch, Rudolf alla ricerca della felicità), il film segue la classica struttura delle pellicole/degli speciali precedenti o di un classico episodio. Ovvero l’introduzione di un nuovo cliente indirizzato da Saeko a City Hunter, il suo salvataggio, l’eventuale suo rapimento e/o quello di Kaori e lo scontro finale.

Lo script fa uso dei soliti cliché della franchise. Le gag sul mokkori sono ridotte al minimo, ma non mancano i martelli, le trappole e tutti quegli elementi tipici e grafici dell’opera di Hojo.

Storia e personaggi

Nonostante l’ossatura usata e strabusata, la serie è riuscita a regalarci delle belle storie. Kato non ci da nulla di nuovo a livello narrativo e nella caratterizzazione dei personaggi principali.

Saeko, Miki e Umibozu hanno il solito ruolo di sostegno, tra tutti è il mercenario ad avere alcune scene brillanti. Le nuove entrate Ai Shindo e Shinji Mikuni sono ben caratterizzate. La prima è una giovane donna indipendente mentre la svolta dark del secondo è stata strutturata in un modo troppo ovvio.

Nel film Kato crea un parallelismo tra il personaggio di Mikuni e di Ryo, prima per far risaltare i difetti e in seguito i pregi dello sweeper. Il personaggio di Hōjō in questo film è di poche parole e questo provoca diverse insicurezze in Kaori, come al solito poco confidente nei sentimenti del partner. Come al solito Ryo è restio a mostrare gelosia nei suoi confronti, ma pronto a correre dietro a qualsiasi bella donna.

Nel mio canto ha apprezzato questa caratterizzazione di Ryo, mi ricorda molto le dinamiche dei due personaggi verso la fine del manga. Ma per chi non conosce la franchise verrà spiazzato da tutti gli elementi sottointesi da Kato.

Per quanto riguarda i cameo, quello delle tre sorelle Kisugi, padrone del Cat’s Eye, è stato uno spreco totale visto che si sono limitate ad accompagnare Kaori da Mikuni. Almeno quello di Kazue e del professore ha avuto più senso a livello di trama.

Character design e animazione

Il character design è stato realizzato dal veterano Kumiko Takahashi, direttore dell’animazione e animatore chiave nelle tre serie animate e nel primo film, e dalla nuova entrata Yoshihito Hishinuma. Tra le sue opere come chara ricordiamo Cluster Edge, Inuyasha e Tales of the Abyss.
Non si tratta di un design particolarmente complicato, rispetto alle opere precedenti usa un segno più morbido e rotondo, più vicino all’attuale stile di Hōjō.

L’animazione dei personaggi è minima, ed è un vero peccato che per questo film non si sia osato qualcosa di più. In compenso le scene d’azione sono elettrizzanti, e non mancano gli scontri improbabili dove Ryo vince contro tutti usando il suo corpo o la sua 357 Magnum.

I droni che dovrebbero seminare panico e distruzione a Shinjuku realizzati in CG forniscono un risultato altalenante. Il compositing non viene sempre ben applicato e di conseguenza non riescono a ben amalgamarsi con il resto della scena.

La colonna sonora, suono e doppiaggio

Sicuramente una delle più belle colonne sonore di quest’anno, comprende le più belle canzoni della franchise. Farete partire la playlist in loop. Purtroppo il loro uso nel film è alquanto discutibile in più di una scena, da come vengono usate al posto delle BGM.

Invece di sottolineare la scena che accompagnano a volte rischiano di distogliere l’attenzione dello spettatore arrivando quasi a coprire il doppiaggio. In questi casi sarebbero bastati alcuni accorgimenti nel mixing del suono.

Naturalmente è passato del tempo per tutti i doppiatori che non riescono a raggiungere le stesse voci di venti anni fa, in particolare Akira Kamiya la voce di Ryo e Kazue Ikura la voce di Kaori. Le loro interpretazioni sono come al solito molto buone, ma tra tutte si distingue quella di Keiko Toda doppiatrice di Hitomi e Rui Kisugi.

Titoli di coda

Sia i titoli di testa che quelli di coda sottolineano come questo film sia una celebrazione della franchise. I primi omaggiano il manga, utilizzando alcune tavole di Hōjō, ma sono i secondi a fare davvero centro nel cuore dei fan.

Prima vengono ricreate alcune delle più famose illustrazioni del mangaka, mentre in sottofondo scorrono delle immagini di Shinjuku e ascoltiamo la canzone Get Wild del gruppo TM NETWORK, la sigla finale della prima serie animata. In seguito vengono riproposti alcuni momenti salienti della storia di Ryo e Kaori avvenuti nelle prime tre serie animate.

Nella seconda parte dei titoli di coda, scorrono delle foto del quartiere in cui sono stati inseriti i personaggi, che mostrano quanto sia stata accurata l’animazione degli sfondi.

City Hunter. Private Eyes è un film costruito sulla nostalgia verso il passato che vuole al contempo svecchiarsi e portare i personaggi di Hōjō nell’epoca moderna. Il risultato finale è apprezabile per i fan di vecchia data perché ritroveranno tutti gli elementi che hanno sempre amato, ma per chi non ha mai letto o visto nulla, si troverà di fronte a un’opera un po’ ostica.

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