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Krull (FantaDoc)

Pubblicato il 08 agosto 2019 di DocManhattan

La storia di Krull, il grande flop (stavolta lo diciamo subito, via) sci-fantasy del 1983 diretto dal Peter Yates di Bullitt e interpretato dal Marco Polo dello sceneggiato TV della RAI, Ken Marshall, ha inizio tre anni prima. Il produttore Ron Silverman sta parlando con il presidente della Columbia Pictures, Frank Price, di alcuni progetti futuri, quando Price gli chiede se gli andrebbe di tirar fuori un film fantasy. Silverman coinvolge nel progetto lo sceneggiatore Stanford Sherman, che ha appena scritto Fai come ti pare (Any Which Way You Can) con Clint Eastwood ed è una sua vecchia conoscenza. Nasce così il copione intitolato “The Dragons of Krull” e Silverman ha in mente di affidarlo a Peter Yates, che si trova in quei giorni a New York sul set di Uno scomodo testimone (Eyewitness), con Sigourney Weaver e William Hurt. Ma Yates non vuole saperne.

KRULL E BASTA

Il regista inglese si ferma infatti a pagina otto del copione, dove si parla di una scena sottomarina con i delfini: dopo l’esperienza di Abissi (The Deep), nel ’77, vuole stare il più lontano possibile da quel tipo di ambientazioni. È la moglie di Yates a leggere tutto il resto e convincerlo a fare altrettanto. Yates accetta. Il titolo del film nel frattempo perde i suoi draghi, perché nella seconda versione dello script a opera di Steve Tesich – premio Oscar nel ’79 per All American Boys (Breaking Away) – l’essere malvagio alla guida dei cavalieri fantascientifici chiamati Slayers/Massacratori, The Beast (in italiano il Mostro), smette di essere un drago. Il film i intitolerà Krull e basta, quindi, e avrà un tono molto meno medievale. Un frullatone da 30 milioni di dollari di duelli alla Errol Flynn, Robin Hood, ragni giganti, invasioni aliene e raggi laser. E ovviamente Star Wars.

MARCO POLO NELLO SPAZIO

Nei panni del protagonista, il principe Colwyn, ci finisce Ken Marshall, attore poco più che trentenne che viene da NYC ed è sulla bocca di tutti grazie al colossal televisivo diretto da Giuliano Montaldo e trasmesso negli USA dalla NBC. La principessa Lyssa, le cui nozze con Colwyn vengono impedite dall’arrivo della Fortezza Nera del Mostro sul pianeta Krull, è una giovane attrice inglese pressoché sconosciuta, Lysette Anthony. Forse troppo giovane, visto che i produttori decideranno di farla doppiare da Lindsay Crouse. Nella banda di briganti di Torquil (Alun Armstrong) ci sono due giovanotti, britannici come regista e buona parte del cast. Si chiamano Liam Neeson e Robbie Coltrane, e di strada ne faranno entrambi tanta.

Le riprese si svolgono ai celebri Pinewood Studios, vicino Londra, con l’enorme “007 stage” del teatro di posa trasformato nella palude. Si gira in location esterne – in Inghilterra e in Italia – solo per un paio di settimane, il grosso del lavoro è sui set dei Pinewood Studios riempiti dalle creazioni di Derek Meddings. Meddings si è fatto professionalmente le ossa con i Thunderbirds e il mondo della Supermarionation di Gerry Anderson, e si è occupato degli effetti speciali di vari film di James Bond e dei primi due Superman. Per il mondo di Krull realizza una serie di miniature incredibili, dal castello della principessa Lyssa all’inquietante, bellissimo ragno di cristallo qui sopra.

“NOIOSO E SENZA SENSO”

L’occhio del ciclope Rell (Bernard Bresslaw) è mosso invece con un telecomando. Il povero Bresslaw, sotto tutto quel trucco, ideato dal makeup designer Nick Maley, non vede quasi niente ed è costretto a recitare praticamente alla cieca. Praticamente la stessa condizione con cui Krull affronta il responso del pubblico l’estate successiva.

Con la sua brava colonna sonora di James Horner eseguita dalla London Symphony Orchestra – stessa ricetta sonora del fantasy di cui ci siamo occupati la settimana scorsa, WillowKrull debutta al cinema il 29 luglio del 1983. Negli USA incassa solo 16 milioni di dollari: al botteghino è la 43esima pellicola dell’anno, giusto un paio di secchielli di popcorn avanti rispetto a un altro film ibrido, il terribile space western Il cacciatore dello spazio (Spacehunter: Adventures in the Forbidden Zone). La critica non apprezza il film di Yates, trovando banale quella che per il regista avrebbe dovuto essere una coinvolgente “fiaba, con una storia d’amore old school” condita dai raggi laser. Roger Ebert e Gene Siskel definiscono Krull uno dei film “più noiosi e senza senso degli ultimi tempi”; Variety parla di un mix super-derivativo e poco convinto di Excalibur e Star Wars.

REMEMBER MY NAME: GLAIVE

Eppure Krull diventa una pellicola di culto, con un suo zoccolo duro di fan, che le impediscono di finire nell’oblio. Perché visivamente è notevole, e gli Slayers, pur essendo sostanzialmente degli Stormtrooper con le lance laser, sono d’effetto. Ma soprattutto perché tutti ricordano l’arma principale del film, il Glaive. In questa space opera con uno stereotipatissimo gioco delle parti buoni vs cattivi, il vero protagonista, nell’immaginario collettivo, non è Colwyn ma la mistica arma da lancio a cinque punte che utilizza. Una sorta di Excalibur che se ne stava lì, pronta per essere impiegata contro il male, che tutti ricordano e che verrà citata negli anni a venire ovunque, da South Park a Ready Player One, oltre che almeno in una mezza dozzina di videogame.

Cosa non ti fa una stella marina di metallo conservata in una caverna, alle volte.

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