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Il Gigante di Ferro compie vent’anni

Il Gigante di Ferro compie vent’anni

Di Lorenzo Pedrazzi

“Cosa succederebbe se una pistola avesse un’anima, e non volesse essere una pistola?” Fu così che Brad Bird sintetizzò l’idea de Il Gigante di Ferro alla Warner Bros., quando propose allo studio di trasporre L’uomo di ferro di Ted Hughes in un film d’animazione. Il futuro regista de Gli Incredibili e Ratatouille aveva appena perso la sorella, uccisa dal marito proprio con un colpo di pistola, e il racconto era stato originariamente scritto da Hughes per aiutare i figli ad affrontare la morte della madre, la poetessa Sylvia Plath, che si era tolta la vita nel 1963: insomma, la storia di quel robot venuto dal cosmo sembrava fatta apposta per elaborare un lutto, ma anche per mitizzare i sentimenti di fratellanza e solidarietà umana, lo slancio vitale di un popolo che non vuole crollare sotto il peso dei suoi errori. Bird aveva fra le mani un potenziale gioiello, ne era ben consapevole, e la Warner gli diede retta.

Ora sono trascorsi vent’anni dall’uscita americana del film, che debuttò il 31 luglio 1999 al Mann’s Chinese Theatre di Hollywood, e poi arrivò nelle sale il 6 agosto. Fu un clamoroso insuccesso al botteghino: solo 31 milioni di dollari in tutto il mondo, contro un budget che oscillava tra i 70 e gli 80 milioni. Colpa di una campagna promozionale troppo debole, ma anche dello scetticismo che circondava le produzioni animate della Warner dopo il flop di La spada magica – Alla ricerca di Camelot dell’anno prima. Eppure, la critica se ne innamorò all’istante, e la successiva distribuzione in home video giovò alla sua popolarità, trasformandolo in un cult che tuttora fa inumidire il ciglio ai fanciulli di ogni età.

Il ricordo di Brad Bird

Il punto è che Il Gigante di Ferro eredita decenni di riflessioni sul rapporto uomo/macchina nella cultura popolare, dalle Tre Leggi di Asimov fino a Terminator 2 di James Cameron, e anche per questo conserva un certo grado di attualità. Mentre si discute di transumanesimo e singolarità tecnologica, l’ottimismo spielberghiano di Brad Bird ci ricorda che il metallo può tranquillamente farsi carne, se dimostra di saper imparare dall’esperienza: la natura inorganica del robot non gli impedisce di provare sentimenti – o meglio, di imparare a provarli – ma gli consente di sperimentarli a un livello persino maggiore d’intensità. Il Gigante diventa quindi “troppo umano”, all’insegna di un’esaltazione del post-organico che non sminuisce affatto l’umanità tradizionale (“organica”), anzi, la valorizza nell’incontro col diverso.

È proprio questo disperato “sentire” a muovere qualcosa in ogni spettatore, che nella dolcezza del robot vede un candore da difendere e preservare, lo stesso di un bambino: non è un caso che il gigante faccia amicizia proprio con il piccolo Hogarth, orfano di padre e desideroso di un rapporto simbiotico. È lui a insegnare al Gigante l’importanza di autodeterminarsi («Sei quello che scegli di essere»), anche in contrasto con la propria natura; non c’è “predestinazione” che tenga nel film di Bird, poiché l’educazione e la cultura ne disinnescano i potenziali effetti.

Così, quando il Gigante vola contro il missile nucleare per salvare la città, scegliendo di essere Superman e non un’arma di morte, il suo sacrificio ci commuove tutte le volte… come il saluto finale fra E.T. ed Elliot, o il congedo tra Sdentato e Hiccup. Sono storie che servono a crescere, e a ricordarci quanto possano essere intense le emozioni quando si è bambini. Sarà per questo che non ci abbandonano mai.

Il Gigante di Ferro

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