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Dov’è il mio corpo? La recensione del vincitore di Annecy 2019

Dov’è il mio corpo? La recensione del vincitore di Annecy 2019

Di Marlen Vazzoler

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Dopo aver vinto il gran premio della Settimana Internazionale della Critica al Festival di Cannes, Dov’è il mio corpo? ha sbaragliato nuovamente la concorrenza al Festival internazionale del film d’animazione di Annecy dove ha vinto il premio del pubblico e il premio Cristal per il miglior lungometraggio animato.

L’opera prima da regista di Jérémy Clapin si ispira al libro Happy Hand di Guillaume Laurent (sceneggiatore di Amelie e Una lunga domenica di passioni). I due sono autori anche della sceneggiatura mentre Clapin ha disegnato l’intero storyboard del film assieme a Julien Bisaro (Bang Bang).

La premessa di questa storia insolita è una mano mozza che prende misteriosamente vita in un laboratorio. Nel corso della pellicola seguiamo il suo viaggio per le strade di Parigi mentre cerca di riunirsi al suo corpo.
Un racconto un po’ macabro ma dalle tematiche e dalla struttura insolita che colpisce continuamente lo spettatore fino a spiazzarlo con un finale non convenzionale, lasciandoti in bocca quell’amarezza tipica della vita.

La premessa

La pellicola apre con l’immagine di un corpo disteso seguito da un flashback in bianco e nero dove seguiamo un bambino impegnato a catturare una mosca. Il padre, un intellettuale, gli spiega come riuscire nell’impresa usando solo le sue mani.
L’azione si sposta in un frigorifero, all’interno del quale una mano mozza deposta all’interno di una busta di plastica prende improvvisamente vita. Nota una finestra e decide di fuggire dalla stanza scalando uno scheletro finto.
Ma all’improvviso entra un uomo nella stanza, attratto dal rumore, la mano con destrezza riesce a muoversi senza farsi notare e ad uscire dalla finestra.

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Una storia, due storie

Il film racconta due storie parallele quella della mano e quella del suo padrone, Naoufel (doppiato da Hakim Faris) ma con due registri diversi. Nel primo caso ci troviamo di fronte a una detective story con un atmosfera da thriller horror che in alcuni momenti vi farà stare con il cuore in gola. La storia del corpo è invece una commedia drammatica con al centro una storia d’amore.

Tramite una serie di flashback in b/n della mano mozza e una narrazione su due binari paralleli, scopriamo che quando era ancora un bambino Naoufel è stato vittima di un incidente stradale dove sono morti i suoi genitori. Si è trasferito a Parigi dallo zio e dopo una fanciullezza alquanto miserabile il giovane si trova a lavorare controvoglia come fattorino in una pizzeria.
Durante una consegna, conosce parlando tramite un citofono, una bibliotecaria di nome Gabrielle (Victoire Du Bois) di cui s’innamora. Il giovane si comporta inizialmente come uno stalker per scoprire informazioni sulla ragazza e avvicinarsi a lei, arrivando a farsi assumere dallo zio di lei come apprendista carpentiere.

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Un puzzle complicato

Mentre uniamo i pezzi di questo strano puzzle, proviamo a carpire qualsiasi indizio su come è stata mozzata quella mano e cosa è accaduto al giovane. Nel frattempo ci chiediamo cosa troveremo in quell’edificio vicino a una gru che la mano sta cercando disperatamente di raggiungere, tra scontri con piccioni, ratti, una fuga perdifiato da un camion della spazzatura fino a ritrovarsi ad essere usata come un giocattolo da un cane.

Delle scene ad altissima tensione ogni tanto spezzate dall’assurdità della situazione, che culmineranno con l’attraversamento di un’autostrada a bordo di un ombrello mentre sta planando da un edificio.

L’alternanza dei registri narrativi permette di valorizzare ulteriormente le due storie che si intersecano in continuazione. Sono presenti diversi temi ricorrenti, dall’igloo al mangianastri alla cattura di una mosca, un gesto all’apparenza banale ma che ha delle pesanti conseguenze.

La sceneggiatura è costruita fino al minimo dettaglio, nulla è lasciato al caso. Alla fine della pellicola tutti i nodi vengono al pettine e il viaggio raggiunge al contempo la fine, un nuovo inizio e uno stallo.

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Animazione

Si tratta molto probabilmente del primo lungometraggio animato realizzato interamente con il programma gratuito open-source Blender. Combinando il 2D e il 3D con elementi di computer grafica è stata creata un ambientazione alquanto realistica che non sfocia mai nel fotorealismo, contribuendo a creare uno stile distintivo.

Rispetto ai precedenti cortometraggi di Jérémy Clapin, anche Good Vibrations, nel film l’uso del colore è completamente diverso, i toni sono più caldi e la gamma dei colori è molto più ampia e satura. Non dimentichiamo il fantastico lavoro di storyboard e di compositing del film. Alcuni frame sono così belli che non sfigurerebbero appesi a una parete.

Il montaggio di Benjamin Massoubrell unito alla colonna sonora di Dan Levy e ai suoni creati da Manuel Drouglazet, Anne-Sophie Coste e Jérôme Wiciak permettono la creazione di scene ricche di tensione che pullulano la pellicola. Tra queste si distingue in particolar modo la scena dove avviene ‘il taglio’. Qui il lavoro di tutti i dipartimenti ha creato qualcosa che non ha nulla da invidiare ai film live action, anzi. La tensione era letteralmente palpabile in sala.

Dov’è il mio corpo? è senza dubbio uno dei migliori film dell’anno, e merita di essere visto da tutti. Fortunatamente Netflix ne ha acquistato i diritti e speriamo che il suo valore venga riconosciuto anche dall’Academy.


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