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Giochi stellari – The Last Starfighter (FantaDoc)

Giochi stellari – The Last Starfighter (FantaDoc)

Di DocManhattan

La notizia è risaltata fuori in questi giorni: nella febbre da continuo riciclo e rimpasto dell’immaginario anni 80 è finito anche il buon vecchio Giochi Stellari, titolo italiano vagamente derivativo ma in fondo azzeccato di The Last Starfighter, pellicola di Nick Castle del 1984. Un sequel a distanza di 35 anni, scritto da Gary Whitta (Rogue One). Ma tornando a trentacinque giri della Terra intorno al Sole fa, The Last Starfighter aveva fatto sognare una generazione di giovani smanettoni e rappresentato un nuovo, fondamentale capitolo nell’evoluzione della CGI. Ragazzini che sognavano di diventare anche loro piloti stellari grazie a un cabinato da bar, insomma, ispirati da un film messo in piedi con un supercomputer da fantascienza – per i tempi – vero.

E dire che tutto era partito dall’idea di avere un nuovo Semola, con una Excalibur funzionante a gettoni.

Quando Universal e Lorimar Productions mettono in cantiere The Last Starfighter, i produttori Gary Adelson (che veniva dalla miniserie televisiva di grande successo Segreti – in originale Lace – con Phoebe Cates) ed Edward O. Denault ingaggiano per la regia Nick Castle. Fino a quel momento, Castle era stato in carriera già varie cose, come il Michael Myers di Halloween per Carpenter, per l’esorbitante compenso di 25 dollari al giorno. Sempre per e con il suo amico Carpenter aveva scritto nell’81 1997: Fuga da New York. In seguito avrebbe alternato il lavoro da sceneggiatore (il soggetto di Hook – Capitan Uncino di Spielberg) e quello di regista (Dennis la minaccia nel ’93, ad esempio), ma allora non aveva ancora diretto nulla. The Last Starfighter sarebbe stato il suo debutto alla regia.

Un debutto che Castle decide di improntare sul mito arturiano, immaginando la storia scritta dall’esordiente Jonathan Betuel come una sorta di versione moderna della leggenda di Re Artù. Con un coin-op spaziale al posto di Excalibur e un giovane videogiocatore nei panni dello scudiero alla Semola. La baraccopoli, il trailer park in cui il protagonista Alex Rogan vive, ne avrebbe ribadito le umili origini, e al posto di Merlino ci sarebbe stato l’alieno Centauri a indicare (con tanto di clone supplente) ad Alex il proprio destino di salvatore dell’universo.

The Last Starfighter

Il film viene prodotto con 15 milioni di dollari, e visto che una buona fetta se ne va nei due anni e mezzo di lavoro sugli effetti speciali (ne riparliamo tra un attimo), il resto lo si mette in piedi in economia, con una banda di talentuosi attori giovani e vecchie glorie in orbita principalmente attorno al mondo della TV e delle produzioni low budget. Alex è Lance Guest, il Jimmy di Halloween II; Centauri è Robert Preston (fresco candidato all’Oscar per Victor Victoria, 1982); Maggie è Catherine Mary Stewart, che viene dalla soap Il tempo della nostra vita; la madre di Alex è Barbara Bosson di Hill Street giorno e notte; Xur è Norman Snow, che ha partecipato in carriera a decine di serie TV, da Sentieri a Beverly Hills 90210. Se hai fatto il malvagio alieno Xur al cinema, diventare l’avvocato di Donna Martin è un attimo.

The Last Starfighter nasce ovviamente come un film sulla febbre, all’epoca ancora piuttosto recente, dei videogame. Un film sui videogiochi per gli amanti dei videogiochi, legato a un videogioco vero – più o meno. Torniamo anche su quello tra un secondo, state lì – e per i ragazzi che imbottiscono i cassoni di monetine da un quarto. Ma a Castle l’idea non piace molto. In un’intervista dell’84 spiega di essere “solo una pedina del reparto marketing”, e di non vedere il film come “un videogame movie”, perché qui il “videogioco funge solo da ponte tra la Terra e un altro mondo”. Alex, in più, non è un genietto dei computer, di quelli che rischiano di far vaporizzare il pianeta per rimorchiare una tipa, perché lo sceneggiatore Jonathan Betuel crede che Hollywood stia abusando di quello stereotipo. Ed era il 1984, Betuel non aveva visto tutti quegli hacker magici con gli occhialini nelle serie poliziesche.

The Last Starfighter

La “StarCar”, le maschere degli alieni e tutto quanto di immaginifico c’è nel film di Castle viene dalla fantasia e dai bozzetti di Rob Cobb, reduce da Alien e da Conan il barbaro. La computer grafica è invece curata dalla Digital Productions, compagnia appena fondata da John Whitney e Gary Demos, esuli dalla Triple-I che aveva lavorato su Tron. Whitney e Demos sono convinti servano macchine molto più potenti per la computer graphic, e per The Last Starfighter la loro Digital Productions sforna 27 minuti di animazione di immagini a una risoluzione di 3000 x 5000 pixel. A crearle è il supercomputer Cray X-MP. Un mostro che all’epoca costava 15 milioni di dollari ed era il computer con la maggiore velocità di calcolo al mondo. Con a bordo addirittura… 16MB di RAM. Fantascienza, sì.

La Digital Productions lavora al film dal gennaio dell’82 all’aprile dell’84, avventurandosi su un terreno ancora sufficientemente inesplorato come l’impiego di oggetti tridimensionali in CGI in un film. Ogni modello da ruotare richiede lunghe riunioni per capire dove piazzarlo, come muoverlo, a che velocità farlo. Il compito di trasformare i bozzetti di Rob Cobb e i render in computer graphic in oggetti reali, laddove necessario, spettava poi ad altri. È Gene Winfield a convertire un furgoncino Volkswagen nella StarCar, l’auto/navicella di Centauri. Gene Wilfield è stato, tra le altre cose, il creatore degli Shuttlecraft di Star Trek, degli Spinner di Blade Runner e delle “6000 SUX” pubblicizzate in Robocop.

The Last Starfighter

The Last Starfighter arriva in sala il 13 luglio del 1984. Solo negli USA porta a casa quasi il doppio del suo budget, fermandosi poco sotto i 29 milioni di dollari. Nella classifica dell’anno – quella in cui, ricordiamolo, Beverly Hills Cop ha stracciato Ghostbusters e il secondo Indiana Jones, per il fattore Eddie Murphy temutissimo da Carpenter – The Last Starfighter è 31esimo. Staccato solo per circa diecimila dollari, ironia della sorte, da un altro figlio delle stelle: Starman di Carpenter (sempre lui).

Il videogioco arcade che doveva accompagnarlo, il The Last Starfighter con grafica poligonale della Atari, è stato intanto abbandonato da quest’ultima perché troppo costoso. Vedrà la luce nell’immediato solo un gioco per computer Atari (poi convertito su Commodore 64 e altre macchine 8-bit), ma con il titolo di Star Raiders II.

Per vedere una vera riproduzione del gioco visto nel film bisognerà aspettare un titolo gratuito per PC nel 2007.  E cioè: per allenarsi sul serio con Starfighter, i terrestri dovranno aspettare ventitre anni. Poi dice che Xur e l’armata di Ko-dan vincono. Per forza.

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