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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Miami Vice

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Miami Vice

Di DocManhattan

Gira da anni questa storia, a Hollywood. Il vulcanico Brandon Tartikoff, presidente della NBC che aveva inventato per scherzo Supercar, preteso che nell’A-Team ci fosse pure Mr. T e non era convinto del potenziale di un certo Michael J. Fox nel vendere cestini per il pranzo con la sua faccia, spiegò la nuova serie che aveva in mente con due parole: “MTV Cops”. Il destinatario di quel promemoria, l’incaricato di trasformare in realtà il lapidario spunto dei “poliziotti in stile MTV”, si chiamava Anthony Yerkovich, e di polizieschi se ne intendeva. Era stato produttore e sceneggiatore di Hill Street giorno e notte, e aveva scritto alcuni episodi di Cuore e batticuore (Hart to Hart) e della sfigata 240-Robert.

Yerkovich sostiene che a dar corpo al nuovo progetto sia stato più che altro l’aver letto di come alcuni corpi di polizia adoperavano nella lotta al crimine i beni confiscati ai narcotrafficanti. Yerkovich è affascinato da Miami, che in quegli anni è una pentola a pressione in cui tutto sembra girare attorno alla droga, “dal riciclaggio agli avvocati al servizio dei narcos”. Il produttore esecutivo del pilota da due ore che devono girare, intitolato in un primo momento “Gold Coast”, e della serie che ne nascerà, è un quarantenne di Chicago che ha scritto, tra le altre cose, quattro puntate di Starsky and Hutch e ha lavorato su un poliziesco dal taglio più realistico, Sulle strade della California (Police Story).

Si chiama Michael Mann, e poco dopo avrebbe girato alcuni film che hanno fatto la storia del cinema.

Per i due poliziotti protagonisti dello show, i detective sotto copertura James “Sonny” Crockett e Ricardo “Rico” Tubbs, si pensa a nomi famosi, come quelli di Nick Nolte e Jeff Bridges, ma sono ancora i primi anni 80, non è facile portare in TV le stelle del grande schermo, a meno che la loro carriera non sia andata già a fondo come un piombino da pesca. Il che, anche se una star non lo è mai stata davvero, è essenzialmente quanto accaduto all’attore che viene infine scelto come Sonny Crockett. Don Johnson è un trentenne del Missouri, nato da una coppia giovanissima e rimasto ai margini dello stardom. Più che come il protagonista del post-apocalittico Un ragazzo, un cane, due inseparabili amici (A Boy and His Dog), a quei tempi è noto a Hollywood soprattutto per i tanti piloti girati senza esito. Nessuno è sfociato in una serie TV e alla NBC temono che Johnson un po’ porti sfiga, ecco.

Rico è invece Philip Michael Thomas, che ha iniziato a recitare sul palco del musical Hair a San Francisco ed è apparso in alcuni film, come Sparkle con Irene Cara. E sì, ci piace ricordarlo al fianco di Bud Spencer, anni dopo, nei TV Movie Detective Extralarge e nella serie Noi siamo angeli.

A completare il cast, Saundra Santiago (Gina Calabrese), Michael Talbott (Stanley Switek), John Diehl (Larry Zito), Olivia Brown (Trudy Joplin), Gregory Sierra (Lou Rodriguez) e, in mezzo a questo tripudio di detective con camicioni colorati e giacche dalle spalline giganti, uno che il poliziotto l’aveva fatto nel futuro. Il tenente Martin “Marty” Castillo è Edward James Olmos, Gaff in Blade Runner e in seguito Adama del nuovo Battlestar Galactica.

La ricetta di Tartikoff, quella storia dei poliziotti in stile MTV, viene seguita alla lettera. Frammenti degli episodi si trasformano in veri e propri videoclip e la produzione spende anche più di 10mila dollari a puntata per assicurarsi una colonna sonora che sia così anni 80 da trasformare gli spettatori in scaldamuscoli fluorescenti. U2, Frankie Goes to Hollywood, Peter Gabriel, Tina Turner, Kate Bush… e decine e decine di altri artisti e band accompagnano la serie. Alcuni, come Phil Collins e Frank Zappa, con tanto di comparsate nello show.

Il mix ottenuto con poliziotti affascinanti, abiti firmati – per gli statunitensi, “moda italiana” diventa all’istante sinonimo di un tizio con una giacca enorme portata con disinvoltura su una t-shirt – crimine, drama, belle donne, auto da sogno e Miami funziona. Anche se non da subito. E anche se in un primo momento si era pensato di non girare davvero a Miami, ma in California (come succederà vent’anni dopo per le riprese di CSI: Miami), e se quelle Ferrari sono finte. Il che fa incazzare la Ferrari, quella vera.

Nelle prime due stagioni, Crockett guida infatti la replica di una Ferrari Daytona Spyder 365 GTS/4 costruita su una Chevrolet Corvette C3 chassis da un’azienda specializzata in customizzazioni tarocche di questo tipo. La Ferrari fa causa al produttore delle repliche e dona due Testarossa alla produzione per utilizzarle nello show. Accompagnate da un buffetto sulla guancia e dai soldi per un cono gelato, probabilmente.

Fa strano pensarlo oggi, visto che Miami Vice è diventato nel tempo praticamente un sinonimo di anni 80, generando una polaroid multimediale di quel decennio e le sue infinite declinazioni, come il videogioco GTA: Vice City  – il cui protagonista, Tommy Vercetti, incontra per un riuscito cortocircuito un personaggio doppiato da Philip Michael Thomas, Lance Vance – ma il successo della serie non è stato né istantaneo, né duraturo.

Quando Miami Vice debutta sulla NBC, nel settembre dell’84 (in Italia su Rai 2 dal 13 aprile 1986), viene mandato in onda alle 10 di sera e non riesce ad entrare neanche nella Top 30. È l’anno dopo, nella stagione ’85-’86, che tocca il suo apice, raggiungendo il nono posto di quella classifica. È lì che l’America si accorge di Miami Vice. Delle sue storie di lotta dura al narcotraffico e alla corruzione, accompagnate dalla ricca colonna sonora di cui sopra (Miami Vice uno dei primi programmi USA ad esser trasmesso in stereo) oltre che dal sound al sintetizzatore di Jan Hammer, e risolte da detective con il macchinone, i Ray-Ban, le camicie di Versace e le giacche di Armani.

Fatalmente, quel nono posto è la vetta oltre la quale c’è di nuovo il baratro degli ascolti bassi. Perché la NBC vuole usare i suoi detective fighi per sfidare Dallas, e J.R. Ewing è pronto a calpestare Sonny, Rico, le loro giacchette e le loro belle auto.

Visto che Supercar è terminata, la NBC sposta Miami Vice nello slot delle nove di sera: la serie precipita nel corso della terza stagione al 27° posto, Dallas li sta facendo a pezzi. Non aiuta il fatto che il nuovo produttore esecutivo, Dick Wolf, voglia sperimentare con Miami Vice l’approccio realistico, serioso e tetro che poi utilizzerà per mille miliardi di puntate di Law & Order. Niente più battute e ironia, perfino la colonna sonora si fa più sobria e meno pop. L’anno dopo, nell’87, Miami Vice è scivolata di nuovo fuori dalla Top 30 e gli ascolti continuano a calare. Quando viene messa in cantiere la quinta stagione, tutti sanno che sarà l’ultima. In un’intervista, Dick Wolf dice che ormai “era tutto finito, la serie aveva fatto il suo corso”.

Dopo aver fatto credere a milioni di persone che i detective sotto copertura fanno la bella vita, e prima di tramutarsi in icone perpetue del decennio, Sonny Crockett e Rico Tubbs lasciano l’etere, e con loro si chiude, il 25 gennaio del 1990, una serie da 112 episodi che ha ospitato decine di guest star famose e future stelle del cinema, da Liam Neeson e Ben Stiller a Laurence Fishburne, Julia Roberts e Viggo Mortensen. E condannato chiunque indosserà mai, nei secoli dei secoli, una t-shirt sotto una giacca a sentirsi dire che si è vestito “alla Miami Vice”.

Nella febbre da ripescaggi dagli 80s degli ultimi anni c’è stat0 spazio, immancabilmente, anche per Miami Vice. Il film del 2006 con Colin Farrell e Jamie Foxx, diretto dall’ex produttore esecutivo di Miami Vice, quel Michael Mann che nel frattempo aveva fatto carriera e trasformato un suo modo di girare crime drama in un marchio di fabbrica. La critica resta fredda, gli incassi sono magri, non c’è manco la versione originale di “In the Air Tonight” di Phil Collins, nella colonna sonora, ma una sua cover. Gli anni 80 delle finte Ferrari erano davvero finiti da un pezzo.

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