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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – I Jefferson

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – I Jefferson

Di DocManhattan

È la sera del 2 marzo del 1971. Nell’ottavo episodio della serie All in the Family della CBS, che da noi arriverà anni dopo come Arcibaldo, vengono presentati i nuovi vicini di Archie/Arcibaldo ed Edith, lì nel Queens. Si chiamano George e Louise Jefferson. Il creatore della serie, Norman Lear (Sanford and Son, Giorno per giorno, Maude) ha ideato il personaggio di George Jefferson su misura per Sherman Hemsley, un attore che viene da Philadelphia, ha trascorso quattro anni nell’Aviazione e fino a poco tempo prima ha lavorato come postino per pagarsi gli studi di recitazione.

Lear avrebbe voluto George Jefferson sin dalla prima puntata di Arcibaldo, ma Hemsley era impegnato sul palco del musical Purlie a Broadway e Lear ha dovuto aspettare che fosse libero. Louise Jefferson è invece Isabel Sanford, di ventuno anni più grande di Hemsley.

La famiglia Jefferson diventa una presenza fissa in Arcibaldo finché nel gennaio del ’75 non è pronto il loro spin-off, The Jeffersons. George, Louise detta Weezie e il figlio Lionel si trasferiscono dal Queens in un ricco quartiere di Manhattan, grazie alla catena di lavanderie di George (da principio cinque, diventeranno sette nel corso della serie). Lionel cambierà interprete di lì a poco (da Mike Evans al quasi omonimo Dave Evans). A completare il cast ci sono la cameriera campionessa intercontinentale di sarcasmo Florence (Marla Gibbs), Mamma Jefferson (Zara Cully), e la coppia mista – la prima co-protagonista di una serie TV – formata dai vicini Tom e Helen Willis (Franklin Cover e Roxie Roker),

E sì, Roxie Roker era la madre di Lenny Kravitz.

I Jefferson va avanti per undici stagioni e 253 episodi, fino al 1985. Per una sola puntata non è la serie con un cast afroamericano più lunga della storia della TV, visto che nel 2012 la sitcom Tyler Perry’s House of Payne è arrivata a quota 254. Gli ascolti dei Jefferson restano alti per anni e anni, tanto da raggiungere il picco nell’ottava stagione (1981-1982), quando le avventure di George e Louise scalano la classifica Nielsen dei programmi USA fino al terzo posto, piazzandosi giusto dietro a Dallas e al programma giornalistico 60 Minutes. Tanto che nonostante gli ascolti più bassi dell’11a stagione, i protagonisti furono estremamente sorpresi quando vennero a sapere della cancellazione della serie… attraverso i giornali.

Sia Sherman Hemsley che Isabel Sanford lessero su un quotidiano che il network, durante la presentazione dei palinsesti tenutasi la sera prima, aveva chiuso I Jefferson, senza avvertire il cast, due mesi prima della messa in onda dell’ultimo episodio di stagione. In Italia I Jefferson sono arrivati con diversi anni di ritardo: sulle reti private nell’81, su Rete 4 l’anno dopo e infine in onda su Canale 5 a partire dal 1984. Tanto che alcuni riferimenti originali sono stati fatti slittare in avanti: Lionel in un episodio della prima stagione dice che sono nell’81, appunto, anziché negli anni 70, e i riferimenti ai presidenti Ford e Carter sono stati modificati tirando in ballo Reagan.

Sia quel che sia, in quei 253 episodi aperti dall’inconfondibile sigla “Movin’ on Up”, scritta da Ja’Net DuBois e Jeff Barry e interpretata dalla prima, non si accumulano solo comparsate famose – da Billy Dee Williams, il Lando Calrissian di Star Wars, a Louis Gossett Jr., Gary Coleman e Donald Trump (“You’ll Never Get Rich”, episodio 9 della stagione 11).

I Jefferson non erano infatti una sitcom come tante. Una delle chiavi del lungo successo della serie creata da Norman Lear era la sua capacità di trattare tra una risata e l’altra temi importanti, difficili e spesso inediti per la TV americana di allora. Il razzismo e l’integrazione, ovviamente, ma anche altro. La diffusione incontrollata delle armi nel paese, l’alcolismo, il suicidio (“Florence’s Problem”, diciottesimo episodio della seconda stagione). Nel terzo episodio della stagione 4, George incontra un suo vecchio commilitone, con cui ha fatto la guerra di Corea, e scopre che ha cambiato sesso: il primo transgender mai visto in una sitcom.

Nata come spin-off di Arcibaldo, I Jefferson dà vita a sua volta a una serie derivata, Checking In, in cui Florence va a lavorare in un albergo lì a New York. Ma dura solo un battito di ciglia: quattro puntate, tutte nell’aprile dell’81. Florence torna ne I Jefferson e lì viene spiegato che l’hotel che l’aveva assunta è andato a fuoco.

Rimasti orfani di un finale nella propria serie, chiusa in fretta e furia dal network, i Jefferson rifanno capolino comunque in TV in varie occasioni. Nell’ultimo episodio di Willy, il principe di Bel-Air, nel ’96, ad esempio, come potenziali acquirenti della villa dei Banks, o in una puntata della citata Tyler Perry’s House of Payne, nel 2011. Lì però c’erano solo Hemsley e Marla Gibbs, come George Jefferson e Florence, perché Weezie/Isabel Sanford era già volata in cielo nel 2004, all’età di 86 anni. Hemsley l’avrebbe seguita nel 2012.

C’è anche una rimpatriata tutta italiana, nella storia dei Jefferson. Nell’85, George e Weezie appaiono nello show di Canale 5 Grand Hotel, come ospiti dell’albergo immaginario in cui si svolge il programma. A dar loro voce, i doppiatori che li seguivano anche nella serie TV, Enzo Garinei e Isa Di Marzio.

Mandiamo quindi avanti veloce il nastro fino a pochissimi giorni fa. Il 22 maggio scorso è andato in onda sulla ABC Live in Front of a Studio Audience: Norman Lear’s All in the Family and The Jeffersons, uno show presentato da Jimmy Kimmel in cui sono stati ricreati (dal vivo, appunto) alcuni episodi di Arcibaldo e I Jefferson, in omaggio a Norman Lear, che è ancora tra noi e va per i 97 anni. Con Jamie Foxx nei panni di George Jefferson, Wanda Sykes in quelli di Louise, e Woody Harrelson e Marisa Tomei come Arcibaldo ed Edith. 11 milioni di spettatori e una secchiata di nostalgia per una serie che ha lasciato una traccia ben visibile nella storia delle sitcom. E no, non solo per tutte quelle gif animate in cui George balla da dio.

Perché diciamolo: con il signor Jefferson in pista, Michael Jackson poteva solo accompagnare.

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