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StreamWeek: delusione per la quinta stagione di Black Mirror

StreamWeek: delusione per la quinta stagione di Black Mirror

Di Michele Monteleone

Una settimana molto attiva sia per quanto riguarda Prime, che ha impreziosito la sua offerta con parecchi film e serie interessanti, tra cui NOS4A2, serie tratta dal romanzo di Joe Hill, sia per Netflix che ha caricato la deludente quinta stagione di Black Mirror e la seconda di Happy.

Iniziamo con il mattatore della settimana, Prime Video. L’ultimo film di Sacha Baron CohenGrimsby – Attenti a quell’altro, approda in tutta la sua cazzonaggine sul servizio di Amazon. Come al solito Cohen mette in scena un personaggio eccessivo e scorretto, un hooligan che si ritrova invischiato in un intrigo internazionale degno di James Bond, ma che affronta la cosa con decisamente meno classe e appeal del doppio zero. Il contrasto tra il personaggio di Cohen e quello di Mark Strong, che interpreta il fratello che fa la spia per l’MI6, è l’origine della maggior parte della comicità, il vero miracolo del film lo fa proprio Strong che riesce ad avere una faccia impassibile davanti alle idiozie di Cohen senza sbottargli a ridere in faccia ogni due secondi… adesso che ci penso probabilmente è solo merito del montatore che ha dovuto scegliere tra mille diversi ciak andati male.

Passando dalle stalle (ben arredate) di Grimsy, alle stelle (forse troppo lontane e fredde) di The Tree of Life, facciamo un bel salto, ma rimaniamo sempre su Prime Video. Il film di Terrence Malik è uno dei più impermeabili e complessi e stratificati di un regista che, già normalmente,  non è che sia proprio popolare. Eppure… eppure Malick con The Tree of Life riesce ad essere tanto magniloquente nella messa in scena che il fatto che la materia trattata e la forma con cui viene affrontata sia davvero ostica, non pregiudica la visione del film. The Tree of Life è un po’ come quelle opere di arte contemporanea concettuale che magari non riesci a capire appieno nel significato, ma che ti colpiscono ad un livello più alto della tua percezione lasciandoti la sensazione che il tempo che hai passato a fissarle sia stato ben speso e abbia lasciato su di te la loro impronta.

E visto che abbiamo preso l’abitudine di saltellare tra i generi, mi tocca una veloce capatina dalle parti della fantascienza per segnalarvi che, sempre su Prime, sono disponibili due gioiellini della fantascienza degli ultimi anni. Il primo, Moon, è un film piccolo, retto dall’interpretazione clamorosa di Sam Rockwell e vede un uomo solo in una stazione lunare, l’altro è un film grande che affronta un tema nella stessa scala di misura, quello del linguaggio. Naturalmente parlo dello strepitoso Arrival di Denis Villeneuve che, da quando è uscito, mi sembra migliori ad ogni visione. Uno dei migliori esempi di primo contatto che io ricordi.

Su Netflix invece vi segnalo l’arrivo della seconda stagione di Happy!, serie tratta da un fumetto di Grant Morrison (al secolo, il miglior sceneggiatore di fumetti del pianeta Terra), che mantiene lo stile e gli eccessi della prima, forse senza aggiungere molto, ma con evidente divertimento nel farlo. A volte la follia messa in scena e troppo carica e rischia di creare quel distacco che avviene alle volte con personaggi troppo fuori controllo e sopra le righe, ma vale comunque la visione. Come vale una visione, Run All Night l’ennesimo action con Liam Neeson protagonista. Ormai mi fido tanto di Neeson come action hero, che non leggo più neanche le trame, praticamente tutti i suoi film sul genere sono l’equivalente cinematografico del comfort food (ad essere sincero non è che sia proprio il suo più brillante Run All Night, ma ricade comunque nella categoria dei film che fanno passare una serata piacevole a mangiare pizza e bere coca).

Per concludere questa parte della rubrica, vi segnalo che su Timvision è stata caricata The Handmaid’s Tale stagione tre, di cui ho poco da dire se non: a volte bisognerebbe sapere quando smettere, la serie ha esaurito da tempo la sua spinta e, personalmente non trovo più nessuna attrattiva, ma vi avverto che è disponibile, nel caso siate fan accaniti. Su Now Tv sono disponibili invece le prime due stagioni di Legion, altra serie di cui intravedo i meriti, ma che trovo (in una visione del tutto personale e minimamente avvallata dalla mia anima più critica e distaccata), assolutamente inutile.

Ogni settimana seleziono per voi tre visioni imprescindibili, non sono sempre i migliori usciti (anche perché se una settimana caricano Quarto Potere, non potrei mai dirvi che l’ennesima serie di supereroi con gli effetti visivi realizzati con paint, è meglio), ma sono sempre le serie o i film più attesi, chiacchierati, snobbati o anche solo criticati degli ultimi sette giorni. O semplicemente quelli che piacciono più a me.

Black Mirror (Netflix)

Il leitmotiv dei commenti su questa nuova stagione di Black Mirror è stato “non è Black Mirror”. Penso che “non è” seguito da un prodotto qualsiasi sia una delle critiche più idiote che si possano fare. Il motivo è semplice: Black Mirror lo ha creato e lo scrive Charlie Brooker, quindi Charlie è l’unico a essere intitolato a dire quello che è e non è Black Mirror. Finita la mia succinta difesa del diavolo, devo dire che le tre puntate nuove di Black Mirror non mi sono piaciute quasi per nulla. La prima ha uno spunto interessante per esplorare l’identità di genere, ma un ritmo mortifero, interpretazioni parecchio sottotono e un finale da latte alle ginocchia. La seconda si regge sulla grande interpretazione di Andrew Scott che, se lo metti a fare il matto, si sente a casa sua. Il problema qui è che lo spunto iniziale è di una banalità disarmante. Il terzo (e più odiato) episodio della stagione non esplora il rapporto morboso che abbiamo con la tecnologia, non ha un finale nero e opprimente, insomma esce molto fuori dagli schemi della serie, ma sinceramente mi sembra anche quello girato, interpretato e scritto meglio. La gente si da fuoco gridando che sembra un film Disney (e sono pienamente d’accordo, lo sembra), ma rimane il fatto che sia il più compiuto del terzetto, anche se nessuno di questi mi sembra all’altezza dei livelli qualitativi (soprattutto nel campo della scrittura) a cui ci aveva abituato la serie.

NOS4A2 (Prime Video) 

Se tuo padre è conosciuto come Il Re e non sei figlio di Elvis Presley, puoi solo essere Joe Hill, lo pseudonimo sotto il quale si nasconde (e ha avuto un grande successo) il figlio di sua maestà Stephen King. Joe non si è reso le cose più semplici e ha deciso di seguire in tutto e per tutto le orme del padre, dedicandosi al genere horror. Sono un discreto fan di Hill e ho letto tutti i romanzi e i fumetti (è decisamente un fumettista migliore del padre) che ha pubblicato. Sono anni che tra lui e la televisione c’è un tira e molla per realizzare qualcosa di tratto dalle sue opere e, se non sbaglio, siamo al quinto tentativo di far partire la serie tratta da Locke & Key, la sua serie a fumetti. Invece pare che ce l’abbia fatta prima uno dei suoi romanzi più riusciti, la storia di Vic, una ragazzina in grado di viaggiare attraverso un portale che si apre su un ponte demolito anni prima, ma che lei vede ancora, e trovare oggetti smarriti. I suoi viaggi attraverso la fabbrica stessa della realtà, la porteranno a incrociare la sua strada con Charlie Manx, una specie di vampiro che si ciba delle anime dei bambini (che è interpretato da un sempre efficace Zachary Quinto). Come spesso succede quando si trasforma un romanzo in una serie senza operare sostanziali cambiamenti, NOS4A2 ha un ritmo altalenante che alla fine dei conti funziona poco, ma comunque si lascia vedere. Detto questo FATE LA CAVOLO DI SERIE TRATTA DA LOCKE & KEY!

La Truffa dei Logan (Now Tv)

Non penso che qualcuno possa confutare la tesi secondo la quale Steven Soderbergh sia uno dei migliori registi di Heist Movie in attività. I suoi film sono sempre squisitamente pop, divertenti e caratterizzati da ritmi forsennati e interpretazioni sopra le righe. Non fa differenza La Truffa dei Logan in cui i fratelli Jimmy e Clyde Logan (Adam Driver e Channing Tatum) collaborano per mettere a segno una rapina alla Charlotte Motor Speedway, durante la leggendaria gara di auto Coca-Cola 600. Per attuare l’ambizioso piano ricorrono all’aiuto di un esperto in esplosioni, Joe Bang (interpretato da Daniel Craig) che ha giusto un piccolissimo problema logistico: è in prigione. Si vede lontano un miglio che tutto il cast si è divertito, e anche tanto, a recitare nel film, ne risultano personaggi smaglianti, divertenti fino alle lacrime, con una nota di merito a Adam Driver e al suo braccio finto. Per quanto riguarda l’intreccio, se avete visto i film dedicati alla banda di Ocean, sapete che vi dovrete aspettare una lunga serie di colpi di scena prima che finisca il film. Se vi sembra strano il non aver sentito parlare molto di un film del genere, sappiate che è perché Sogerbergh, sempre alla ricerca di un modo per svincolarsi dalla produzione Hollywoodiana, ha distribuito il film tramite la sua neonata distribution company Fingerprint Releasing,  l’esperimento purtroppo si è rivelato fallimentare e il film, anche se è una piccola perla, è stato un flop al botteghino. Io comunque continuo a tifare per Soderbergh e i suoi tentativi rivoluzionari.

Come tutte le settimane, siamo arrivati all’ultima parte della rubrica dedicata a una chicca, a un contenuto che probabilmente vi siete persi nell’uragano di novità con cui veniamo bombardati.

The Good WifeThe Good Fight (Timvision)

Ho recuperato The Good Wife tre anni fa e sono ragionevolmente sicuro che sia il miglior legal drama mai approdato in tv. La serie poggiava su basi solide come roccia. L’interazione tra i personaggi offriva la giusta dose di inciuci: decisamente inferiore a quella di Ally McBeal, ma comunque abbastanza da appassionare anche mia madre (vero termometro dell’inciucio accettato a livello internazionale quanto il chilogrammo per il peso). Eppure la vera forza della serie (che comunque, a parte gli scherzi, lavorava in maniera eccezionale sui personaggi) risiedeva nei casi legali sempre profondamente connessi con la contemporaneità americana. Molti i collegamenti ai nuovi colossi del web, alle battaglie sulla libertà di parola e sull’ingerenza dell’NSA nelle vite di tutti. Insomma, invece di parlare di omicidi o separazioni che avvengono a perfetti sconosciuti, la serie parlava di noi e di come ci stiamo rapportando al mondo di oggi anche da un punto di vista legale. Perché in effetti la nostra società di quesiti legali ne solleva un sacco (il caso di Cambridge Analytica l’ha reso drammaticamente attuale). Fatto il novanta percento del lavoro, creando personaggi ben delineati e casi realmente interessanti, a The Good Wife non rimaneva che condire il tutto con un’ingente dose di ironia (ma tanta eh) e una serie di comprimari davvero tanto sopra le righe, per confezionare quello che (lo ripeto senza problemi) è, secondo il sottoscritto, il migliore legal drama della televisione da sempre. Comunque The Good Wife ha anche un sequel, The Good Fight, che si conferma ai livelli del primo e che massacra ad ogni puntata l’era Trump.

Alla prossima settimana, miei fedeli bingewatchers: se vi è piaciuto qualcuno dei consigli che vi ho dato, se volete segnalarmi qualcosa che mi sono perso o se volete suggerirmi qualcosa di cui discutere la prossima settimana, vi invito a commentare l’articolo. La vostra guida allo streaming compulsivo è sempre disponibile!

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