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Nicolas Cage si racconta in Transilvania: “Ho fatto ogni tipo di film, ma sento ancora il peso di chiamarmi Coppola”

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Di Andrea D'Addio

Un giornalista del Guardian una volta ha affermato che se fossi una canzone pop sarei Bohemian Rhapsody dei Queen. Che la mia carriera è iniziata in maniera delicata, con film in qualche modo dolci, che poi c’è stata una frattura, ovvero i film d’azione, e che poi si è alternata tra diversi stili prima di abbracciare definitivamente il rock. Quella canzone è un viaggio, capisco il parallelismo. E mi va bene”. Nicolas Cage è l’ospite d’onore della diciottesima edizione del Transilvania Film Festival, la più importante manifestazione cinematografica romena e una delle più prestigiose di tutto l’Est Europa “Ho fatto più di cento film, ma non conosco il numero esatto. Una volta ho provato a contarli, e non ci sono riuscito. Non mi piace neanche definirla carriera. Io lo chiamo lavoro. Qualcuno ogni tanto mi definiscono maestro, ma io mi sento ancora uno studente. Penso che sia una condizione mentale da mantenere sempre, l’unica che ti possa dare il coraggio di rischiare e, a volte, anche di sbagliare. Che poi, non sempre quelli che subito sembrano errori, poi lo rimangono per sempre. Il tempo spesso è tuo alleato e ti ricongiunge con situazioni che inizialmente non avevi capito o altri non avevano capito”. In preparazione, tra pre e post produzione, Cage ha ben 10 film: “Penso siano tutti belli, vedremo se non lo sono solo per me“. 

È una giornata di maltempo a Cluj-Napoca e le domande del direttore artistico Mihai Chirilov danno modo a Cage di spaziare su qualsiasi argomento: “Pensavo di trovare sole, ed invece ecco i temporali. A me va benissimo. Vivo a Las Vegas, nel pieno deserto, e proprio per questo sono felice quando ci sono giorni di pioggia”. Chiedere degli inizi è obbligatorio. “Sono sempre stato ispirato dalla mia famiglia, e anche da mio Francis Ford Coppola, ma non è stato lui la ragione per cui faccio questo lavoro. Fin da piccolo sono stato affascinato dalla televisione, ciò che succedeva in tv era molto più interessante di ciò che accadeva nel mio salotto di casa. Passavo ore davanti al piccolo schermo. Nel frattempo mio padre mi cresceva facendomi guardare vecchi film. Avevamo il proiettore a casa e si passava dal Gabinetto del dottor Caligari a Giulietta degli spiriti. Mi portava spesso al cinema. È lì che ebbi la fortuna di vedere Quarto Potere”.

Sul nome d’arte: “Ho sentito la pressione di chiamarmi Coppola, l’ho sentita. Ancora oggi mi ci confronto visto che legalmente mi chiamo ancora così, Nicolas Coppola. Quando ero agli inizi fu un vero problema. Non potevo andare ad un casting che cominciavano a parlarmi di Apocalypse Now o di Il padrino, poi quando finalmente dovevo iniziare il provino non ero più concentrato. Iniziare è stato difficilissimo e alla fine mi sono convinto a cambiare nome in onore di John Cage, il musicista e compositore che all’epoca mi piaceva di più. Mi sentii liberato. Vinsi il primo provino perché il regista voleva un volto particolare, una bellezza non classica. La vera svolta però è arrivata grazie a Via da Las Vegas. Il mio agente mi avvertì che era un film rifiutato da tutti, sia attori che major. Troppo triste. Era un progetto percepito come motore di energie negative. Lessi il copione e pensai: poiché non c’è nessuna speranza che prima o poi vinca un Oscar, perché non rischiare? Finì che proprio così vinsi una statuetta”.

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