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Batman di Tim Burton (FantaDoc)

Pubblicato il 13 giugno 2019 di DocManhattan

Se vi è piaciuto il Batman di Tim Burton dell’89 c’è un uomo che dovete ringraziare quanto e più dello stesso Burton, di Michael Keaton o di Jack Nicholson. Il suo nome è Jon Peters, è un ex parrucchiere e, che ci crediate o meno, al Batman di Burton si è arrivati grazie all’amore di Peters per il giustiziere incappucciato di Gotham nei fumetti… e a una parrucca.

Mezzo cherokee da parte di padre e mezzo italiano da parte di madre, Peters fa il parrucchiere nell’attività di famiglia su Rodeo Drive, a Los Angeles, finché non conosce sul lavoro Barbra Streisand, le realizza una parrucca per il film Ma chi te l’ha fatto fare? (For Pete’s Sake) e diventa suo compagno, manager e produttore, iniziando a tessere una fitta rete di conoscenze in quel di Hollywood. Qualche anno dopo, attorno all’80, comincia a lavorare a questa idea di un film su Batman, il sogno di una vita per un appassionato che a ogni festa in maschera, da ragazzo, tirava fuori il suo costume con il pipistrello sul petto.

Jon Peters si mette in affari con Peter Guber, formando la Guber-Peters Entertainment Company, in seguito assorbita dalla Columbia (oggi Sony Pictures Entertainment), e i due portano avanti il progetto Batman per nove lunghi anni. Da principio nessuno studio sembra interessato: Batman, nell’immaginario collettivo, è ancora la macchietta campy del telefilm degli anni 60 con Adam West. Alla fine è la Warner a farsi avanti, visto che i primi due film su Superman sono andati bene e la DC Comics è un ramo della stessa grande multinazionale. Inizia un continuo susseguirsi di nomi per la sceneggiatura e la regia, e la finestra di uscita continua a slittare in avanti. Tom Mankiewicz, uno degli sceneggiatori proprio di Superman, oltre che di vari film di Bond e in seguito di Ladyhawke, tira fuori un suo copione, che viene corretto e rimaneggiato da vari altri autori, mentre si fanno i nomi di registi come Ivan Reitman e Joe Dante.

Fino a quando, dopo quasi cinque anni spesi girando a vuoto, non salta fuori la candidatura di questo regista californiano di neanche trent’anni, un ex animatore e concept artist per Disney che si è fatto conoscere per la commedia Pee-wee’s Big Adventure e, di lì a poco, sfornerà il successo Beetlejuice – Spiritello porcello. Peters pensa che Burton sia la persona giusta: creativo, con una sua visione molto particolare del cinema, e un gusto per il dark e il grottesco.

Burton non è un fan dei fumetti di super-eroi e ha scoperto un mondo diverso da quello che immaginava quando gli sono state messe davanti storie oggi classiche di Batman e ai tempi appena uscite, come Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller. Quel Batman era completamente diverso sia dalla visione volutamente scema e goffa del vecchio telefilm, sia da quanto proposto da Mankiewicz nel suo copione. Burton scrive con Julie Hickson, all’epoca sua ragazza, un nuovo trattamento da 30 pagine, ma serve un altro sceneggiatore. Il caso vuole che negli uffici della Warner Burton s’imbatte in Sam Hamm.

Sceneggiatore e lettore di comics, dopo aver piazzato alla Disney lo script di Mai gridare al lupo (Never Cry Wolf, 1983), Hamm è in giro da anni per vendere altre storie. Burton e Hamm sono sulla stessa lunghezza d’onda e così Hamm diventa co-sceneggiatore sia di Batman (con Warren Skaaren), sia del suo seguito, Batman il Ritorno (con Daniel Waters).

Hamm confeziona una trama che Peters definisce “definitiva, tetra e aggressiva”. Il via verde per far entrare il film in produzione e iniziare a girarlo, dopo mesi in cui Burton lavora al progetto solo nei fine settimana, arriva nell’aprile dell’88. Warner ha aspettato di vedere i risultati al botteghino di Beetlejuice ed è felice di sapere il suo Batman nelle mani di un regista emergente in grado di tirar fuori decine di milioni di dollari di guadagno dai suoi lavori. Quello che alla produzione e a tanti fan non va giù, però, è che da Beetlejuice arriva pure il Bruce Wayne di Burton.

Peters e Guber, in quegli anni in cui Batman era rimasto parcheggiato con la sua Batmobile sotto le colline di Hollywood, avevano pensato a tanti volti diversi per il protagonista. In particolare a Bill Murray. Non volevano una faccia troppo convenzionale, un tipo alla Superman, ma qualcuno dotato di sufficiente ironia e capace di sembrare anche un minimo inquietante. Andando a vedere Beetlejuice, si erano trovati davanti un Michael Keaton semplicemente perfetto: “esplosivo, con un’aria quasi pericolosa”. La produzione non è convintissima, i fan subissano di lettere di protesta gli uffici della Warner. È la storia dei Batman di Ben Affleck e di Robert Pattinson, semplicemente trent’anni prima e senza i social a farle da cassa di risonanza.

Nessuno ha invece nulla da dire sul Joker affidato a Jack Nicholson. Peters gli ha proposto la parte una notte di qualche anno prima, poco prima dell’alba, sul set de Le streghe di Eastwick (prodotto da lui e Guber). Nicholson gli aveva riso in faccia. Sei mesi di pressing più tardi, Peters gli fa incontrare Burton e lo convince a diventare il villain del film. Nicholson ottiene di girare in un numero limitato di giorni e porta a casa varie altre concessioni, tra cui un compenso monster da 6 milioni di dollari. Di quelli per cui ti fai una risata di un altro tipo.

Il cast viene completato dalla Vicki Vale di Kim Basinger, chiamata a rimpiazzare all’ultimo secondo la Sean Young di Blade Runner, infortunatasi durante le prove, da Billy Dee Williams (Lando Calrissian di Star Wars), Robert Wuhl, Jack Palance, Jerry Hall, Michael Gough nei panni di Alfred, Pat Hingle in quelli del Commissario Gordon. Il costumista Bob Ringwood studia centinaia di fumetti per trovare il modo di trasformare, con una tuta di gomma, un tizio dal fisico ordinario come Michael Keaton in un vigilante che terrorizza i criminali nella notte di Gotham (il conto per i vari costumi realizzati, alla fine, sarà di 250mila dollari), mentre la Batmobile dal sapore Art déco progettata da Julian Caldow viene completata partendo dal pianale di una Chevrolet Impala e aggiungendo un paio di mitragliatrici pesanti Browning.

Le riprese si svolgono al galoppo, in poco più di tre mesi, tra l’ottobre dell’88 e il gennaio dell’89. Si gira ai Pinewood Studios vicino Londra, sei giorni a settimana, praticamente sempre di notte, dal tardo pomeriggio fino all’alba, tra le scenografie progettate da Anton Furst (Full Metal Jacket). Inseguito a lungo da Burton, che l’avrebbe voluto a bordo anche per Beetlejuice, Furst realizza con Batman uno dei suoi ultimi lavori, che varrà a lui e allo scenografo Peter Young un Oscar. Si toglierà la vita nel novembre del ’91, a 47 anni.

Per le musiche, Burton tira a bordo Danny Elfman, con cui aveva già lavorato in precedenza, mentre Peters vuole coinvolgere Prince. Alla fine si fanno entrambe le cose e tanto il tema di Elfman quanto la Batdance del folletto di Minneapolis (insieme a un paio di altri pezzi in archivio riciclati da Prince, visto che il tempo a disposizione è quello che è) travolgono il pianeta, dando corpo a una nuova, grande Bat-Mania.

Batman arriva in sala il 23 giugno del 1989 (in Italia il 20 ottobre). Costato 35 milioni di dollari, impiega solo dieci giorni per portarne a casa 100. Alla fine totalizzerà al botteghino 411 milioni, a cui ne vanno aggiunti almeno 150 arrivati poco dopo dal mercato VHS. È il film più visto negli USA nell’89, e fa mangiare la polvere al secondo, Indiana Jones e l’ultima crociata. Perché un altro film tratto da un fumetto DC riesca a fare di meglio, bisognerà aspettare Il cavaliere oscuro di Nolan, diciannove anni più tardi. Milioni di ragazzini, in tutto il pianeta, si rasano i capelli in modo da lasciare in evidenza il simbolo del pipistrello sulla nuca: la Batmania dilaga, il Batman ballerino di Adam West è già un ricordo lontano, sovrascritto dal gotico di Burton.

C’è da mettere in cantiere un secondo giro, e invitare alla festa anche Catwoman e il Pinguino…

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