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Una vita nascosta, il nuovo (e bellissimo) film di Terrence Malick. La recensione

Pubblicato il 19 maggio 2019 di Andrea D'Addio

Non tutti conoscono la storia di Franz Jägerstätter, contandino dell’Austria settentrionale che rifiutò l’arruolamento nell’esercito austro-tedesco della Seconda guerra mondiale fino a pagarne le estreme conseguenze. A bloccarlo era la consapevolezza che un suo giuramento a favore di Hitler avrebbe tradito il suo intimo essere non dandogli la possibilità di continuare veramente a vivere in pace con sé stesso. “Io sono già libero” risponde Jägerstätter all’avvocato che gli chiede di firmare una dichiarazione in cui si dichiara almeno pronto ad accettare un incarico negli ospedali di guerra e così evitare prigionia e condanna a morte. In quella sua frase c’è una convinzione molto profonda, l’idea che il rispetto del libero arbitrio sia alla base di qualsiasi altra libertà, compresa quella fisica. Obiettore di coscienza, Jägerstätter è stato riconosciuto beato nel 2007.

Una storia del genere poteva essere raccontata in tanti modi. Malick decide – coerente con il proprio stile – di farlo in modo lirico, tralasciando tanti dettagli della vita di Jägerstätter e semplificando molti dei passaggi della sua biografia, sia durante i primi anni della guerra che durante la prigionia, ma osa comunque meno che in passato come ammesso dallo stesso Malick in un’intervista:  “Ultimamente, insisto, solo molto recentemente, ho lavorato senza sceneggiatura e ultimamente mi sono pentito dell’idea”.

Le voci fuori campo di Jägerstätter e di sua moglie sono sempre ben legate a ciò che viene raccontato, la poeticità delle loro parole non volano “pindaricamente” su terreni di difficile comprensione (come è capitato spesso nei suoi ultimi film), ma offrono continui spunti di riflessione e agganci per empatizzare con loro. Intorno a questa struttura narrativamente (e finalmente) solida, Malick costruisce con la solita maestria una serie di quadri in movimento che quando non insistono sul volto di Jägerstätter (interpretato magistralmente dal tedesco August Diehl), quasi a sottolineare come al centro di tutta la storia ci siano i suoi dubbi e convinzioni, riesce a rappresentare la vita rurale con colori e scene mozzafiato. A rimanere negli occhi però, più di ogni altra scena, sono quei pochi secondi di commiato tra Jägerstätter e il prete in una cella illuminata debolmente solo da una candela. Sembra disegnata da Caravaggio, è invece lo splendido cinema di Terrence Malick finalmente tornato fruibile a tutti.

Il trailer di A Hidden Life

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