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Pet Sematary, una famiglia molto unita: la recensione del film

Pet Sematary, una famiglia molto unita: la recensione del film

Di Lorenzo Pedrazzi

Saturo più che mai, il calderone degli adattamenti di Stephen King ribolle di storie vecchie e nuove, seguendo una strategia che non rievoca solo la mitologia letteraria dello scrittore americano, ma anche l’immaginario cine-televisivo del pubblico: riproporre libri già trasposti – come Carrie e IT – significa solleticare i ricordi degli spettatori, facendo presa sulla nostalgia per atmosfere e personaggi che hanno segnato l’infanzia e l’adolescenza di moltissimi fan. Anche Cimitero vivente di Mary Lambert ha un notevole seguito di estimatori, e questo nuovo Pet Sematary sembra esserne fin troppo consapevole, pur cercando di mediare tra il puro fan service e il rinnovamento della trama.

Ovviamente le premesse non sono cambiate: il medico Louis Creed e sua moglie Rachel, con i figli Ellie e Gage, abbandonano la frenesia di Boston per la campagna del Maine, dove scoprono un antico cimitero per animali nei pressi della casa in cui abitano. Il vicino Jud spiega loro la storia del luogo, ma quando Church – il gatto di Ellie – muore investito da un camion, l’anziano signore propone a Louis di seppellirlo oltre la barriera che divide il cimitero da una terra oscura e mefitica. Il felino resuscita e torna a casa, mostrandosi però molto più aggressivo di un tempo. Intanto Louis, scettico e non credente, è perseguitato dalle visioni di Victor, un ragazzo che non è riuscito a salvare, e che lo mette in guardia dalla rottura della barriera. Nonostante questi avvertimenti, la successiva perdita di Ellie lo spinge a sfidare ancora la morte, andando incontro a spaventose conseguenze.

Pet Sematary

La principale novità è subito chiara: nel trasporre il romanzo di King, il soggettista Matt Greenberg e lo sceneggiatore Jeff Buhler decidono di “uccidere” Ellie, non Gage. Se facciamo un cinico ragionamento di stampo narrativo, questa scelta è sensata, poiché Ellie è abbastanza grande da poter essere considerata un personaggio a tutti gli effetti (parla, ha una sua personalità, si fa delle domande), mentre il fratellino è ancora troppo piccolo; ciò che ne deriva è quindi un aperto conflitto tra la caratterizzazione iniziale della bambina e la sua metamorfosi post-mortem, che rende tale trasformazione ancor più dolorosa agli occhi dei genitori. La Ellie non-morta può interagire con loro, discutere e riflettere, ma questa opportunità si rivela ben presto un limite: i suoi dialoghi sono infatti molto didascalici, e non aggiungono nulla al cuore della vicenda. Al contempo, i registi Kevin Kölsch e Dennis Widmyer premono fin troppo sulla meccanica artificiosa dei jump scare, e si dimostrano più abili quando invocano un terrore ben più sottile e irrazionale. È nel clima sulfureo del cimitero che Pet Sematary trova le sue atmosfere migliori, o nei dettagli macabri che appaiono repentinamente sullo schermo come stilettate fulminee: il cervello esposto di Victor, ad esempio, o il corpo contorto della sorella di Rachel.

Il problema è che le dinamiche dell’azione sono alquanto prevedibili, soprattutto nell’atto finale, e talvolta i due cineasti si preoccupano solo di strizzare l’occhio ai fan di Cimitero vivente con inquadrature maliziose che sembrano andare in una certa direzione, salvo poi compiacersi di aver cambiato le cose. Bisogna però ammettere che l’epilogo – pur essendo meno ambiguo rispetto a quello del libro – è coerente con la poetica di King, da sempre intenzionato a corrodere la famiglia tradizionale dall’interno, guastandone i membri principali attraverso la violenza (basi pensare al padre impazzito di Shining o al San Bernardo rabbioso di Cujo). Così, la paradossale conferma dell’unità familiare si ribalta nell’orrore, e questo è l’elemento più interessante del film.

Da sottolineare infine la validità del cast, che trova in Jason Clarke, John Lithgow e Amy Seimetz (paladina dell’indie qui prestata al mainstream) tre volti fragili e adeguatamente tormentati.

Pet Sematary

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