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L’Angelo del Male – Brightburn rovescia il concetto di supereroe: la recensione

L’Angelo del Male – Brightburn rovescia il concetto di supereroe: la recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

Il dominio dei supereroi sull’immaginario collettivo ispira anche le riletture iconoclaste, che partono dalla tradizione per sovvertirne gli elementi basilari. È un esercizio utile, poiché mette in discussione un retaggio consolidato: ogni tradizione è caratterizzata da regole fisse che si tramandano di epoca in epoca, ma talvolta emergono dei “guastatori” che rovesciano i codici prestabiliti, offrendoci un punto di vista inedito. Il revisionismo di Alan Moore e Frank Miller, ad esempio, ha illuminato i coni d’ombra insiti nella figura del supereroe, con le sue endemiche ambiguità morali e civili, mentre Garth Ennis ha provato a immaginare la corruzione della fama e del potere sui giustizieri mascherati. Nettamente più grezzo rispetto a questi modelli, L’Angelo del Male: Brightburn risale invece alle radici stesse del superuomo, allestendo una visione pessimistica del conflitto fra “natura” e “cultura”.

La strategia del regista Davis Yaroevsky – uomo di fiducia del produttore James Gunn – è chiara fin dal principio: nel ribaltare la storia di Superman, il film gioca a riprodurne i cliché visivi e narrativi, cominciando emblematicamente da un’inquadratura della fattoria con il nome scritto sulla casella postale, e passando in seguito al ritrovamento di un neonato alieno da parte di una coppia senza figli. Non a caso, Brightburn è anche il nome della cittadina in cui si svolge la vicenda, palese riferimento a Smallville e alla città di Clark Kent, sempre in Kansas. I coniugi Breyer (Elizabeth Banks e David Denman) crescono il piccolo Brandon (Jackson A. Dunn) come fosse loro, finché l’oscuro richiamo della navicella spaziale – ovviamente nascosta nel granaio – non innesca i poteri del ragazzino, guidandolo nella sua missione di conquista.

Brightburn

È qui che la sceneggiatura di Brian e Mark Gunn sceglie una prospettiva molto cupa e nichilista, discutibile sul piano “filosofico” ma utile ai fini del racconto horror. La svolta malvagia di Brandon legittima infatti la vittoria della natura (intesa come “predestinazione innata”) sulla cultura (intesa come “formazione educativa”), spazzando via ogni possibilità di redenzione: il bambino non può sfuggire alla sua sorte, nemmeno grazie all’affetto di due genitori amorevoli. In tal modo, Brightburn ribalta non solo l’idea dell’autodeterminazione del sé, ma anche il concetto spesso di “supereroe”, figura generalmente votata al sacrificio, all’altruismo e al bene comune. Non si tratta però di un ribaltamento del cinema supereroistico, bensì di un tradizionale film horror costruito attorno a un supervillain: se si esclude l’epilogo (forse il momento più riuscito), Brightburn adotta i codici dell’orrore classico, fatto di attese tensive e repentini jump scare, con la differenza che il “mostro” è un ragazzino avvolto nel mantello.

Di per sé non ci sarebbe nulla di male, solo che il copione risulta piuttosto goffo e scontato nel concatenare le scene, e fatica ad attribuire reazioni credibili ai personaggi. Funzionano meglio le scene di suspense, dove gli effetti potenzialmente nefasti dei superpoteri – ignorati dai cinecomic mainstream – garantiscono qualche buon momento macabro e splatter, abbastanza diverso dalla media. Il prototipo resta comunque The Omen, più che i film di supereroi, e Brandon è una sorta di Anticristo venuto dalle stelle per seminare l’inferno sulla Terra. Al contempo, però, i lettori della DC Comics potrebbero vederci l’Ultraman di Terra-3, una realtà alternativa dove gli eventi storici sono speculari ai nostri, e i supereroi sono perfidi criminali: la divertente conclusione del film sembra guardare proprio in quella direzione, smarcandosi finalmente dagli schemi horror.

Brightburn

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