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La storia di Legend (FantaDoc)

La storia di Legend (FantaDoc)

Di DocManhattan

Ridley Scott il bernoccolo di questa storia su due giovani innamorati in un mondo fantasy sospeso tra luce e tenebre (nello specifico di quel che verrà: Tenebra, singolare) se lo portava dietro da tanti anni. Quanti? Almeno otto prima dell’uscita in sala di Legend. Da quando l’idea gli era balenata in testa un giorno, in Francia. Un’idea, inizialmente, dal taglio decisamente più classico.

TRISTANO SCONFITTO DALLO XENOMORFO

È il 1976. Ridley Scott sta girando in Francia il suo I Duellanti (The Duellists), basato sul racconto “Il duello” di Joseph Conrad. Il regista inizia a pensare a una trasposizione della leggenda di Tristano e Isotta, una stilosa love story tra draghi e giganti. Ma l’idea viene presto accantonata, perché, come ricorda lo stesso Scott in un’intervista del gennaio ’86 alla rivista Cinefantastique, dopo I Duellanti non voleva “spendere un altro anno per realizzare un film artistico che avrebbero visto in pochi”. Scott era a caccia di qualcosa che lasciasse il segno e travolgesse le sale, e quel qualcosa si chiamava Alien.

Dopo le incomprensioni tra Ellen Ripley e lo xenomorfo, Scott finì impelagato per un anno in quell’enorme cantiere dell’insoddisfazione che era la trasposizione sul grande schermo di Dune. Se ne tirò fuori perché non voleva trascorrere altri due anni e mezzo a pianificare qualcosa. Il cinema, per lui, era andare sul set e girare (o al massimo litigare con la troupe, come avrebbe fatto per Blade Runner), non fare le ragnatele in pre-produzione. Ma prima di iniziare a girare proprio Blade Runner, lo spunto della fiaba mitologica era tornato ad affacciarsi nella sua testa. Dopo una scorpacciata di fiabe dei Grimm, Scott aveva iniziato a discutere del progetto con lo scrittore William Hjortsberg, autore del romanzo “Falling Angel” e di un paio di copioni per pellicole a basso budget mai realizzati (anche tratti dal suo libro, che un film lo diventerà solo nell’87: Angel Heart – Ascensore per l’inferno di Alan Parker).

C’è del feeling, tra i due, e Scott è contento che Hjortsberg sia statunitense: non voleva uno sceneggiatore europeo, perché continua ad avere il terrore di un film per pochi intimi. Siamo nel gennaio dell’81 e c’è già una bozza della storia e un titolo provvisorio: Legend of Darkness. Tutto è iniziato sul set di un film tratto da Conrad, ora Scott ha trovato il suo cuore di tenebra fantasy. Cerchio chiuso.

DA DISNEY, PER DISNEY (MA SENZA FARE I CONTI CON DISNEY)

Scott e Hjortsberg pensano un canovaccio lineare, senza sottotrame, perché il regista inglese – ancora – ha “timore di fare qualcosa di troppo complesso, in termini cinematografici”. L’estetica del loro film la vanno a cercare nei classici d’animazione Disney, soprattutto Biancaneve, Fantasia e Pinocchio. Tanto che Scott propone il progetto proprio alla casa del Topo. Prova a rassicurare la Disney sul fatto che il tono non sarà dark come sembra, ma quelli non se la bevono. Hanno davanti il regista di Alien e Blade Runner, anche se ti racconta che sarà tutto fiori e allegria, non è facile convincersene. Eppure Scott ha scelto di proposito un approccio più leggero e disneyano, rispetto a quello “celtico, oscuro” che avrebbe potuto preferire. Legend è del resto un film pensato da Scott per i suoi figli, pescando ispirazione, tra le altre cose, nel La bella e la bestia di Cocteau (il film del ’46). Come farà la stessa Disney, anni dopo.

Come scenografo, Scott riesce ad assicurarsi Assheton Gorton (Blow-Up di Antonioni), dopo averlo inseguito già per Alien e Blade Runner, e con lui discute la necessità di rendere credibili i personaggi, in questo contesto e in un film girato quasi tutto in studio. Al trucco c’è Rob Bottin – reduce da L’Ululato e La cosa – che con un nome del genere era naturale avrebbe lavorato un giorno al look di Robocop. A lui il compito di ridurre a “ragionevole” il numero di creature da realizzare, visto che il primo script ne elencava migliaia, e di inventarsi quanto avrebbe reso celebre davvero il film, con buona pace di interpreti e protagonisti: l’aspetto e la “tridimensionalità”, corna e tutto, di Tenebra, il demone interpretato da Tim Curry.

CRUISE VA BENE, MICKEY ROONEY È TROPPO… ALTO?

Scott aveva voluto fortemente Curry dopo averlo visto in The Rocky Horror Picture Show, e sul set resta impressionato dalla sua capacità di far trasparire la propria personalità in quei panni da diavolo, nonostante tutto il make up di Bottin (frutto di 8 ore di trucco al giorno, ridotte a 5 e 1/2 nel corso delle riprese). I due giovani protagonisti avrebbero dovuto avere invece dei volti freschi, innocenti. Per Lili sceglie Mia Sara, sedicenne newyorkese al suo debutto, come Jack Tom Cruise, che era già apparso in una mezza dozzina di pellicole – come Taps: Squilli di rivolta o Risky Business. Scott vorrebbe ingaggiare anche Mickey Roney, per fargli fare un personaggio di bassa statura… “ma non era molto più basso di Tom Cruise, in effetti”.

Le riprese di Legend iniziano il 26 marzo dell’84 ai Pinewood Studios di Londra, con un budget di circa 25 milioni di dollari. La foresta è stata costruita nello 007  Stage degli Studios, così chiamato per le tante pellicole di James Bond girate lì. Scott riesce a star dentro ai tempi, nonostante un incendio spaventoso distrugga il set a giugno, durante una pausa pranzo, a soli dieci giorni dalla fine delle riprese. E con diverse scene importanti ancora da girare. “Tutto quello che riuscii a dire fu: ‘merda’. Corsi a spostare le riprese su un altro set, perdendo solo tre giorni”, ricorda Scott in quella intervista.

Ora restava solo da montarlo, Legend, cercando di non farlo sembrare un film di serie B – Scott era particolarmente invidioso di quanto fatto in quei mesi da Neil Jordan con In compagnia dei lupi (The Company of Wolves), partendo da un budget che era un decimo del suo – e sopratutto trovando il giusto equilibrio per farlo piacere a tutti.

Hai detto niente.

TAGLIA E POI TAGLIA (E TAGLIA ANCORA)

Il primo montaggio di Legend superava le due ore e fu accorciato in un secondo cut a 113 minuti. Ma le proiezioni di prova in California andarono malissimo. Furono tagliati quasi altri venti minuti, scendendo a 94. Cioè la durata del film nella sua versione inglese ed europea, distribuita dalla Fox, ma non in quella USA, portata in sala da Universal. Colpa della generazione MTV, sosteneva Scott, “ragazzi tra i 16 e i 22 anni abituati a montaggi frenetici e spesso pessimi nei videoclip… È triste, ma è una cosa di cui dobbiamo tenere conto”.

E non hai visto ancora nulla, Ridley.

Il cut per il mercato USA fu alleggerito ulteriormente nel minutaggio, eliminando alcune scene (si parte ad esempio dall’incontro tra Jack e Lili). È leggermente diverso anche il finale, ma soprattutto è differente la colonna sonora: quella sinfonico-elettronica di Jerry Goldsmith, con cui Scott aveva già lavorato e litigato per Alien, fu sostituita in America dalle musiche dei Tangerine Dream, band di musica elettronica proveniente da Berlino Ovest, un brano della quale veniva usato proprio in quei mesi come sigla di Street Hawk – Il Falco della strada.

AL DIAVOLO IL BOTTEGHINO

Tagli e modifiche – poi cancellati nella versione Director’s Cut del film, uscita su DVD nel 2002 – aiutarono almeno Legend al botteghino? No. Il film venne distrutto dalla critica, buona parte della quale non era stata più tenera con Scott per Blade Runner. In tanti definirono Legend noioso esattamente come la storia del cacciatore di replicanti con Harrison Ford. Il risultato al box office fu così esattamente il disastro temuto all’inizio da Scott, con meno di 15 milioni incassati negli USA e l’unica, molto parziale consolazione di un Oscar per il miglior trucco vinto da Bottin e i suoi collaboratori. Legend chiuse l’annata ’86 al 56° posto, giusto una manciata di posizioni sopra Labyrinth, di cui si diceva la settimana scorsa.

Ma, sia pure in misura diversa, come per Blade Runner, anche Legend si è ritagliato negli anni il suo status di film cult, godendo di una gloria e uno stuolo di fan postumi. O, quanto meno, del diritto di apparire in ogni singola classifica di diavoli e demoni del cinema, su quella cosa chiamata Internet e sui social pieni di giovani dalla soglia di attenzione ancora più bassa rispetto alla MTV generation del 1985.

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