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Il finale di Game of Thrones non è quello che ci meritavamo ma quello di cui avevamo bisogno

Il finale di Game of Thrones non è quello che ci meritavamo ma quello di cui avevamo bisogno

Di Roberto Recchioni

È difficile immaginarselo adesso ma, nove anni fa, Game of Thrones era una faccenda per intimi, specie in Italia. La comunità di appassionati era tutta, ovviamente, raccolta attorno ai libri di Martin e il fronte della polemica (comunque piuttosto vispa anche allora) era tutto rivolto alle traduzioni potenti ma piuttosto disinvolte di Alan Altieri, al mondo in cui la Mondadori aveva spezzato i romanzi originali e, ovviamente, a quando Martin avrebbe dato alle stampe un nuovo capitolo.

Anche per questo, la notizia che la HBO stava per mandare in onda una serie tratta dalle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, era stata accolta dal pubblico generalista con una certa perplessità. Ma come, la HBO, il canale via cavo che aveva dato al mondo dei capolavori come I Soprano, Oz, The Wire, Six Feet Under, Roma, Deadwood, la frontiera pura della narrazione adulta e drammatica americana, stava per lanciare una serie sulla scia del Signore degli Anelli, un fantasy con i draghi, i lupi giganti, i mostri e le fate? Sì perché, quasi dieci anni fa, per il pubblico di massa il “fantasy” era solo quello che Peter Jackson aveva portato al cinema con gli adattamenti del lavoro di Tolkien. O, al massimo, Harry Potter. E così il lavoro di Martin era arrivato tra la diffidente curiosità di una manciata di appassionati (anche se i romanzi erano best seller in tutto il mondo, rimanevano comunque una lettura per un pubblico estremamente settoriale) e lo scetticismo del grande pubblico di massa. E, per qualche tempo, le cose sono rimaste così.
Grossomodo fino alla (SPOILER) morte di Ned.
Quello è stato un punto di svolta. Perché i lettori di Martin lo sapevano, ma tutti gli altri, quelli che fino a quel momento avevano guardato la serie sorvolando su tutti i suoi evidenti limiti di budget perché, a conti fatti, la narrazione era appassionante e c’erano un numero inusuale di tette e culi, proprio non se l’aspettavano una svolta del genere.

La morte di Ned era uno schiaffo in faccia alle aspettative dello spettatore. Uccidere uno dei personaggi più amati, l’unico attore noto di tutto il cast, alla fine della prima stagione e in quella maniera, sovvertiva tutte quelle cose che il pubblico, magari inconsapevolmente, era convinto di sapere sull’andamento di una narrazione seriale televisiva.
Era una sorpresa. Un andare contro un qualcosa di stabilito e per sempre perpetrato.
Game of Thrones era diverso.

Se guardavi Game of Thrones, tu eri diverso.
Dove per diverso si intende “migliore”, “più avanti”, “più sveglio”, “più acuto”, “più figo”.
Il passaparola cominciò a divampare e la serie, da intrattenimento per iniziati, stagione dopo stagione acquistò lo stato di vero intrattenimento di massa.
E si è arrivati al punto in cui Game of Thrones lo dovevi vedere per forza per non essere tagliato fuori dalle discussioni con gli amici o suoi social.
La serie televisiva creata da Benioff e Weiss, inizialmente pensata per essere un’opera di relativa nicchia e, per questo, caratterizzata da tutta una serie di scelte ed espedienti di forte rottura (dalle svolte narrative non convenzionali a un linguaggio dei personaggi tutt’altro che aulico, dalla gestione sapiente degli anticlimax al rifiuto di una certa retorica epica), è diventata invece un fenomeno di massa e, come tale, si è dovuta confrontare con un pubblico molto più ampio e diversificato. Ora, quando operi in un contesto del genere, hai due strade davanti: rifarti al vecchio adagio hollywoodiano e lavorare per il “minimo comune denominatore” del tuo pubblico, ovvero pensando allo spettatore meno acculturato, più distratto e incapace di una decodifica articolata, in modo che tutti, ma proprio tutti, capiscano cosa gli stai raccontando, oppure non farlo.
Benioff e Weiss hanno scelto una via di mezzo.
Da una parte hanno limato la serie di tanti spigoli e parti ruvide (scelte narrative più convenzionali, meno nudi, meno sesso, meno oscenità, un grado elevato di violenza ma solo in un limitato numero di occasioni), dall’altra hanno cercato di limitare la reiterazione degli spiegoni (un vecchio adagio dice che le cose, al pubblico di massa, le devi ripetere almeno tre volte, per farle sedimentare, Benioff e Weiss spesso si sono limitati a una, e nemmeno sempre, confidando nella capacità di capire i meccanismi di causa ed effetto dei loro spettatori) e, soprattutto, innalzato la qualità e la spettacolarità della messa in scena, passando da un “Duccio, apri tutti, smarmella!” a scelte visive più raffinate e complesse. Più cinematografiche.
Come tutti i compromessi, questa scelta (parafrasando una frase di Tyron dell’ultimo episodio della serie) “non ha fatto contento nessuno, che è il miglior risultato che si poteva sperare”.
Perché non soddisfacendo del tutto nessuna parte del pubblico, si è comunque dato qualcosa a tutti.
E così, per una Battaglia dei Bastardi, capolavoro visivo e drammatico, ci siamo beccati anche una risoluzione frettolosa e poco brillante delle vicende di Ditocorto. Per una celebrazione delle Nozze Rosse (forse uno dei momenti più brutali che siano mai visti in una produzione televisiva), un abbondanza di momenti romantici di stampo disneyano tra Daenerys e Jon Snow. Per un fighissimo drago zombie, un altro sputafiamme che, per necessità di sintesi narrativa, è capace di sorvolare mezza Westeros in pochi istanti. Quando Game of Thrones ci ha scaldato la testa, ci ha lasciato i piedi al freddo. E viceversa, nella logica della classica coperta troppo corta.
Del resto, il compito non era facile.

Da una parte i problemi ovvi dell’aver superato il materiale originale a disposizione, cosa che, agli occhi dei fan della prima ora, ha trasformato la serie di Game of Thrones in una sorta di fanfiction in cui delle figure altre rispetto all’autore, hanno immaginato dei possibili sviluppi che però “Non sono quello che avrebbe fatto Martin!”. Il solito: “i libri sono un’altra cosa” ma senza i libri a sostegno del concetto. Un pubblico nerdico più attento al “cosa” che al “come”, allergico alle semplificazioni e alle spettacolarizzazioni degli eventi derivate dal un linguaggio visivo mosso dalla volontà di stupire ed emozionare, prima ancora che di essere coerente.
Dall’altra, il cercare di assecondare anche i gusti del grosso del pubblico casual di Game of Thrones, una ampia platea dell’ultima ora, composta da spettatori casual, che la serie l’hanno sempre capita solamente in parte, restia ad accettare le svolte narrative inaspettate e impopolari.
Infine, aggiungiamoci degli evidenti problemi produttivi, legati a tanti fattori (il costo di ogni episodio della serie, un cast tecnico e artistico sempre più desideroso di poter andare a fare altro…), che hanno portato la HBO a decidere di staccare la spina, costringendo gli shorunner a chiudere sì con il botto, ma in fretta.
Davanti a questo quadro, il lavoro di Benioff e Weiss è un mirabile, per quanto imperfetto (ma la serie non è mai stata perfetta), gioco di equilibrismo, perfettamente consapevole di tutti i problemi in essere.

E non è un caso che l’ultima puntata sia, una volta sbrigata la “pratica Daenerys”, un lungo esercizio di meta-testo, dove i due autori, avendo già anticipato nella loro testa tutte le critiche che il pubblico avrebbe sollevato, si divertono a rispondere per le rime.
Quel certo personaggio si è volto al male e alla pazzia di colpo, senza alcuna coerenza?

Ma ne siete sicuri? Ve lo ricordate che nelle stagioni precedenti ha fatto questo, e questo, e questo?
Quell’altra scelta è stata immotivata? Davvero? Eppure via abbiamo fatto vedere che era successo questa e quest’altra cosa? Va bene, ok, ma allora qual è il senso di tutte queste vicende? La storie. Le storie. Che sono più forti di tutti i distinguo che si possono fare!
E allora le petizioni per far riscrivere il finale? Che mi dite di quelle! Facciamolo scegliere dal popolo (gli spettatori) il nuovo re (e come deve finire la serie)! Già, e perché non facciamo votare anche i cani? Il resto, il resto è puro fantasy (con gli epiloghi dolci e amari al tempo stesso, con il lirismo necessario e quel senso di essere tornati a casa dopo un lungo viaggio che ci ha profondamente cambiati) e puro Game of Thrones, con la demistificazione dell’epica e il ritorno alla vita normale, fatta di soldi, puttane e merda.
Il finale di Game of Thrones non è quello che ci meritavamo (perché è troppo riuscito, troppo sofisticato, troppo intelligente, troppo provocatorio) ma è quello di cui avevamo bisogno.

Illustrazione esclusiva di Roberto Recchioni

Cosa pensate del finale di Game of Thrones: Promosso o Bocciato?

Pubblicato da ScreenWeek Cinema & Serie su Martedì 21 maggio 2019

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