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Game of Thrones – Recensione dell’Episodio 8×05

Game of Thrones – Recensione dell’Episodio 8×05

Di Andrea Suatoni

Il penultimo episodio di Game of Thrones, dopo un’ottava stagione che ha diviso gli animi ed acceso i forum di settore (e non solo), mette finalmente – purtroppo – praticamente tutti d’accordo: a fronte di un comparto tecnico e recitativo (nel quale arriviamo a comprendere stavolta anche la poco amata Emilia Clarke) di altissimo livello, The Bells mette in mostra tutti i punti deboli di un epilogo frettoloso, incoerente e per nulla rispettoso del suo pubblico, che lo boccia quasi all’unanimità.

THE BELLS

Con la battaglia finale fra le forze di Cersei e quelle di Daenerys alle porte, la Madre dei Draghi condanna a morte Varys, come da lei promesso nella scorsa stagione: il tradimento del Maestro dei Sussurri (che ha tentato di avvelenare la sua regina? Il dialogo con la piccola Martha non chiarisce tale ambiguità), rivelato da Tyrion, viene punito con un sonoro ed inevitabile Dracarys.

Pur con un solo drago dalla sua parte ed in forte inferiorità numerica, Daenerys riesce in poco tempo a dominare le sorti della battaglia: gli Scorpioni di Qyburn perdono improvvisamente tutto il loro potere distruttivo e la loro velocità d’utilizzo, la flotta di Euron viene sbaragliata in fretta e dei 20.000 uomini della Compagnia Dorata non si fa quasi neppure menzione: solo la morte del loro capitano, mostrato in solitaria in un parallelismo ossimorico con l’eroico Jon Snow della Battaglia dei Bastardi, ci viene mostrata simbolicamente a decretare la fine di quella che sarebbe dovuta essere la più potente compagnia di mercenari del mondo.

Nemmeno chi sperava nella vittoria dei “buoni” poteva prevedere la così veloce caduta di Approdo del Re, dove anche i soldati Lannister, da Cersei confermati come i più leali dei 7 Regni, decidono rapidamente di abbandonarla. La Regina Reggente viene sconfitta su tutta la linea: ha ovviamente sottovalutato i suoi nemici, ma questi hanno dimostrato una potenza di fuoco – letteralmente – incredibile ed in realtà ingiustificata (e ingiustificabile, a livello di scrittura, se non altro rispetto agli episodi passati).

La rapidissima discesa nella follia di Daenerys arriva al culmine: Cersei affronta stoicamente la propria sconfitta, ed il suono delle campane che danno il titolo all’episodio segna la resa, la fine dello ostilità. Ma non per Daenerys: Viserion, Rhaegal, Jorah, Missandei e gran parte del suo esercito sono morti, i suoi alleati l’hanno tradita, il popolo non la ama e, ciò che è peggio, il suo grande amore la vede ormai solo come sua regina, rifiutandola. In sella a Drogon, senza curarsi del suono delle campane, Daenerys realizza l’antico desiderio di suo padre e brucia letteralmente l’intera città. Persino la Fortezza Rossa cade sotto il fuoco (dall’estremo e curioso potere concussivo) del suo drago, mentre Cersei tenta infine la fuga.

Il destino di Sandor Clegane si compie in un duello – del quale Qyburn è una vittima casuale – con il mostruoso fratello, che termina con la morte dei due (simbolico il “salto” all’interno di quel fuoco che li ha sempre divisi, riunendoli poi nella morte), mentre Jaime, fermato dagli Immacolati ma liberato da Tyrion (con l’aiuto di Davos?), raggiunge la sorella dopo un casuale quanto inutile duello contro Euron Greyjoy. I gemelli finiscono vittima del crollo proprio di quella fortezza che Cersei era convinta fosse impossibile da sopraffare.

Arya, giunta in città con l’intento di cancellare Cersei dalla sua lista, finisce (dopo un toccante momento con il Mastino) per fare da spettatrice dalle strade alla devastazione di Daenerys e Drogon, mostrandoci l’orrore di una guerra che, come da manuale, ripercuote le sue conseguenze peggiori sugli innocenti (quella lista ha probabilmente appena visto aggiungersi un ultimo nome). Allo stesso modo, Jon e Tyrion si rendono finalmente conto del vero animo della loro regina e degli errori di valutazione da loro commessi: come potranno rimanere fedeli a Daenerys?

L’ULTIMO VILLAIN

Come era stato previsto ormai da larghissima parte del fandom di Game of Thrones, il “nemico finale” da sconfiggere non sarà il Re della Notte, non sarà Cersei, bensì Daenerys, quella regina liberatrice, benevola, colei che voleva “distruggere la ruota”. Se la svolta in total Targaryen style di Daenerys ha fatto storcere il naso a molti, è invece forse quasi palese che tale idea arrivi dai libri di George R. R. Martin, e che gli showrunner de Il Trono di Spade non abbiano saputo affatto dosarne le varie fasi del racconto.
Il destino di Daenerys era forse quello qui mostrato fin dagli inizi della storia: a riprova del fatto, nei libri i capitoli relativi al punto di visto personale di Daenerys ne riescono ad inquadrare meglio lo stato embrionale di quella paranoia, di quel distruttivo fascino del potere che nella serie sono stati trattati con estrema velocità. Come abbiamo già avuto modo di osservare in passato, non solo i 6 episodi della ottava stagione ma anche i 7 episodi della settima si sono rivelati troppo esigui per raccontare le diverse fasi di personaggi che sarebbero dovuti arrivare ad avere determinate caratterizzazioni, le quali sono letteralmente esplose sotto il naso degli spettatori regalando un senso di incoerenza e di non-sense che poteva invece ben essere evitato soppesando adeguatamente le varie situazioni, per arrivare ad uno stesso risultato finale che non avrebbe però lasciato un così amaro sapore in bocca.

L’INVOLUZIONE DI JAIME

Caso diverso invece – forse – quello di Jaime Lannister: il lungo cammino di redenzione del personaggio è stato spazzato via in un singolo episodio, dopo l’ambiguo addio a Brienne in The Last of the Starks, con un ritorno alle origini che pur restituendo un tono poetico alla relazione Cersei-Jaime non appare per nulla in linea con l’evoluzione dello Sterminatore di Re.
Se in molti erano convinti sarebbe toccato a lui porre la parola fine alla tirannia di Cersei, Jaime si è rivelato invece ancora legato alla sorella, dalla quale si è affrancato per breve tempo prima di tornare all’ovile e morire assieme a lei sotto la Fortezza Rossa, nel tentativo di salvarla. La profezia del Valonqar, che nella serie non è mai stata nominata e che nei romanzi pare ancora oggi presagire la morte dell’una per mano dell’altro, è stata qui definitivamente accantonata (o magari invece si è realizzata in un modo diverso da quello che credevamo: forse Cersei sarebbe sopravvissuta senza il tentativo di salvataggio di Jaime?), azzerando l’evoluzione di Jaime senza alcun rispetto per il personaggio. Anche in questo caso, anche ammesso che Jaime fosse destinato a tornare sui suoi passi, una tale involuzione sarebbe stata da trattare a lungo raggio, piantandone pian piano i semi e mostrandoci infine l’impossibilità di quella redenzione che ormai credevamo invece del tutto avvenuta.

ADDIO CERSEI

I questo episodio diamo l’estremo saluto a Varys, Sandor Clegane, al poco riuscito Euron Greyjoy e ai gemelli Lannister, Jaime e Cersei.
La morte di Cersei è stata negli anni uno degli argomenti più dibattuti dai fan de Il Trono di Spade: nessuna delle innumerevoli teorie sul destino del personaggio o sulle modalità della sua dipartita si è infine rivelata esatta, per ribadire quanto Game of Thrones si riveli ogni volta imprevedibile.
Nei suoi ultimi istanti di vita, il lato umano della Regina Reggente riemerge prepotentemente tramite la meravigliosa interpretazione di Lena Headey: nel momento di sua massima disperazione, la disfatta fa crollare la maschera che Cersei ha indossato nelle ultime stagioni e che aveva relegato quello che è sempre stato forse il personaggio più complesso della serie ad un ruolo da semplice villain. Ancora una prova della incapacità degli showrunner di trattare con le eredità dei personaggi scritti da Martin, che nella pratica si è in effetti tradotto in una presenza su schermo della Headey fin troppo esigua.

VERSO IL FINALE

Se c’è una cosa in cui Game of Thrones è rimasto fin dall’inizio coerente con sé stesso è la totale imprevedibilità delle vicende: dalla precoce morte dei protagonisti (ripensiamo a Ned Stark) ad interi archi narrativi troncati dalla morte di determinati personaggi (le famigerate Nozze Rosse) fino alla veloce sconfitta di nemici che credevamo imbattibili per mano di chi non ci saremo mai aspettati (Arya ed il Re della Notte), lo show è sempre riuscito, nel bene o nel male, a stupirci; nonostante molte delle scelte compiute nelle ultime stagioni fossero prevedibili, come appunto l’inevitabile sopraggiungere della pazzia Targaryen di Daenerys, le modalità nelle quali queste sono state trattate le hanno innalzate a colpi di scena del tutto epici.

Epicità però che si perde nel marasma di velocità e fretta che ha permeato le vicende degli ultimi tempi, problema del quel si discute ormai da due stagioni o forse anche di più: il voltafaccia di Daenerys, la morte di Cersei e Jaime, persino il tanto atteso Cleganebowl, che sembra ormai quasi avulso dal contesto ed inserito a forza nella trama perché necessariamente dovuto ai fan, perdono quasi di significato, riuscendo ben poco ad emozionare lo spettatore. Con un solo episodio a disposizione per chiudere la vicenda, sembra in effetti improbabile che il finale in arrivo possa rivelarsi non anche soddisfacente, ma almeno accettabile. Incrociamo le dita, ma prepariamoci nel frattempo ad un secondo “caso Lost“.

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