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Game of Thrones 8×06 – Un finale perfetto nonostante un’ultima stagione altalenante – La Recensione

Game of Thrones 8×06 – Un finale perfetto nonostante un’ultima stagione altalenante – La Recensione

Di Andrea Suatoni

Game of Thrones è di base una serie fantasy: pur appartenendo ad un genere fino a 10 anni fa considerato quasi di nicchia, è riuscita però ad appassionare un numero incredibilmente alto di spettatori che mai si sarebbero detti interessati ad un prodotto di tal genere. Questo perché la serie, pur ben allineata (anche se non fin dai primissimi episodi) al suo genere di appartenenza, è diventata celebre anche grazie alla buonissima composizione delle trame e all’ottima scrittura dei suoi personaggi, letteralmente composti di ombre e segreti: potremmo dire che in questo senso Game of Thrones è anche una serie che si è riproposta di indagare sui lati più sordidi e decadenti dell’animo umano.
E lo ha fatto con cruda verità ed una alta dose di cinismo: è in questa puntata finale della storia, dove incredibilmente tutti i nodi tornano al pettine dopo la bassa qualità di una ottava stagione che sembrava non lasciare alcuna speranza all’epilogo, che Martin (o gli sceneggiatori Benioff & Weiss: ma è lecito credere a questo punto che il finale della serie coincida in pieno con quello che forse un giorno vedremo nei libri) ci regala la sua morale, prevedibilmente simile a quella de Il Signore degli Anelli, una sostanziale critica alla società odierna: l’umanità è destinata a causare autonomamente la propria fine, senza alcuna possibilità di salvezza.

THE IRON THRONE

L’epilogo della battaglia di Approdo del Re ha ovviamente scosso gli animi: Tyrion è sconvolto dai gesti della sua regina, ed il peso per il tradimento della fiducia del suo amico Varys si fa schiacciante. Dopo aver scoperto i cadaveri dei suoi fratelli ad avere sinceramente pianto per loro, affronta la sua regina conscio delle conseguenze per poi rievocare con un altrettanto attonito Jon i vari momenti in cui avrebbe potuto o dovuto accorgersi dei lati più oscuri di Daenerys (lati che, a ben guardare ora, sembrano in realtà ben visibili a chiunque non sia innamorato di Daenerys: praticamente tutti i personaggi principali eccetto Jorah, Jon e Tyrion hanno infatti nutrito dubbi sulla Regina dei Draghi). Intima quindi a Jon di scendere a patti con l’unico finale ormai possibile.

Finale che puntualmente arriva, ma che riesce ad emozionare pur se del tutto prevedibile. Sarebbe in effetti stato impossibile a questo punto, in un’era dove i social (uniti al numero spropositato dei fan de Il Trono di Spade) hanno reso possibile la velocissima circolazione di qualsivoglia diversa teoria, portare a qualcosa di inaspettato: la strada decisa dagli autori è quindi stata quella di percorrere un sentiero doveroso dopo gli eventi dei precedenti episodi, ma di farlo e di proporlo al meglio delle loro possibilità. Il dialogo fra Jon e Daenerys chiarisce la lucidissima “follia” di Daenerys, se di follia si può parlare: la donna ha un chiaro piano, basato sugli ideali che dentro di lei sono cresciuti con il tempo e le conquiste e che la pretesa al Trono e gli eventi avvenuti negli ultimi episodi hanno infine corrotto.
Non esistono altre possibilità: solo la morte può salvare il mondo dalla furia di Daenerys, che vediamo ora, a dispetto della scorsa puntata, sotto una luce diversa. Distruggere per ricostruire un nuovo mondo può sembrarci assurdo ed è sicuramente crudele, ma chi può dire con assoluta sicurezza che Daenerys non avrebbe potuto, sul lungo periodo, riuscire davvero a cambiare il mondo in meglio?
Uno sconvolto Drogon appare innanzi a Jon, come a voler vendicare la morte di sua madre; il drago rivolge però la sua rabbia al Trono di Spade stesso, eliminandolo per sempre.

Passate alcune settimane, un concilio di Lord si riunisce per proclamare un nuovo re: Tyrion, prigioniero degli Immacolati, si rivolge ai Lord dei 7 Regni (fra cui vediamo figurare fra gli altri Samwell Tarly, Edmure Tully, Robyn Arryn, Davos Seaworth e Yara Greyjoy) ed ai loro accompagnatori convincendoli a cambiare il sistema di governo di Westeros. D’ora in poi saranno i Lord ad eleggere un Re; ed il primo fra questi sarà inaspettatamente, su proposta di Tyrion stesso, Bran. La scelta di Bran può sembrare a prima vista assurda, ma la frase pronunciata dal ragazzo, che ammette in pratica di aver sempre saputo quale fosse il suo destino, cambia totalmente la visione della serie nella sua interezza, mostrandoci di nuovo il vero volto di Game of Thrones e quale fosse il vero gioco dei troni: fin dalla prima stagione, il destino di Bran era quello di governare i 7 Regni. Anzi, i 6 Regni: su richiesta di Sansa, il nord diverrà un Regno indipendente, del quale la ragazza sarà regina. Di seguito, analizziamo il finale per i diversi protagonisti della saga.

BRAN LO SPEZZATO

L’episodio chiarisce inaspettatamente la vera portata ed il senso dell’intera opera: Game of Thrones ci ha raccontato l’ascesa del ragazzo lungo la strada che lo avrebbe portato a diventare il migliore Re che il genere umano avrebbe potuto desiderare. Come la serie ci ha spesso mostrato, raccontandoci le storie personali di tutte le pedine in campo come metafora dell’umanità intera, l’ombra negli esseri umani arriva fin troppo spesso a superare la luce: gli uomini necessitano di una guida semidivina per evitare di giungere ad una autodistruzione di cui il Trono di Spade sembra essere il principale catalizzatore. Tale guida è il Corvo a 3 Occhi, colui che tutto conosce e tutto sa, l’unica persona in grado di educare ed accompagnare i suoi (ex) simili verso una nuovissima era di pace e prosperità.

Solo ora arriviamo quindi a capire completamente la storyline del Re della Notte: un essere semidivino in procinto di diventare una guida per l’umanità, salvandola da sé stessa, era quanto di più pericoloso egli avrebbe potuto immaginare (approfondiremo in seguito questo punto). Il precedente Corvo a 3 Occhi era stato costretto ad esiliarsi sotto il potere di un Albero Diga per sfuggire alla vista del suo nemico: con la sua morte, il Re della Notte avrebbe vinto, e ben presto (secondo la sua millenaria visione del tempo…) la razza umana avrebbe finito per collassare su sé stessa.
La “voce” del Corvo ha però iniziato ad attirare Bran, il cui percorso inizia nel momento in cui Jaime Lannister lo spinge giù da una torre al termine del primo episodio: ed è proprio poco prima che avvistiamo il primo Estraneo tramite Will, nel prologo dell’intera serie, segno che i due eventi sono collegati fin da allora. Bran è riuscito ad arrivare al Corvo, ad esserne addestrato, fino a divenire egli stesso il nuovo Corvo a 3 Occhi, destinato a diventare il re più saggio e giusto della storia, proprio perché privo dei difetti umani e capace di imparare da tutti gli errori commessi dall’umanità in passato.

Non solo: è solamente grazie al Corvo a 3 Occhi, investito su base elettiva in sostituzione delle dinamiche risalenti alla nascita del Trono di Spade, che la ruota viene davvero spezzata, a testimonianza che fin dal primo episodio fosse questo il destino del ragazzo. Chiunque altro, salendo sul Trono, avrebbe potuto regnare saggiamente e magari preservare la pace (come Jon, o anche Sansa), ma solamente entro “limiti”, sia fisici che psicologici, umani. La sua posizione attuale, la sua conoscenza sconfinata ed i suoi poteri permettono invece a Bran di essere una vera e propria guida, in grado di impartire alle generazioni future lezioni capaci di sopravvivere allo scorrere del tempo facendo in modo che tale ruota non venga mai più “riparata”.

Bran Stark era quindi destinato a diventare una sorta di salvatore dell’umanità, il cui percorso, guidato da entità superiori (come appunto il Corvo a 3 Occhi ma anche, come vedremo, il Signore della Luce o il Dio dai Mille Volti), è riuscito a compiersi perfettamente, nonostante il pericolo manifestatosi sotto forma del Re della Notte. Jon, Arya, Danerys, Cersei, e tutti gli altri sono stati solamente delle pedine in quel gioco dei troni che mirava, fin dall’inizio, a portare il Corvo a 3 Occhi al potere: nell’ultimo episodio della serie quindi, il fatto che Bran fosse a conoscenza del proprio ruolo futuro ed abbia altresì di fatto – solo ora ce ne rendiamo conto – manipolato le persone attorno a lui per assicurarsi il previsto andamento degli eventi, torna prepotentemente in gioco la struttura di sottotrame e sotterfugi che permeava le prime stagioni, e che sembrava finora essere stata sostituita da una banale linearità.

  • In quest’ottica, Game of Thrones ci ha per tutto il tempo raccontato subdolamente la rete di intrighi, sotterfugi e manipolazioni commesse da una o più entità superiori, alleatesi per portare il Corvo a 3 Occhi nella posizione migliore per poter guidare, e quindi salvare, gli uomini.

Non siete convinti? Continuiamo con la nostra analisi…

DAENERYS

Fin dall’inizio (o meglio, dalla morte di suo fratello Viserys) Daenerys ci viene presentata come la legittima erede del Trono di Spade. Anche in lei scorrono forze mistiche, chiaro segno anche in questo caso dell’intervento di forze soprannaturali: di nuovo, non è un caso che la magia, pur sempre presente a Westeros, abbia subito un forte incremento (come sottolineato anche da Pyat Pree nella Casa degli Eterni) in seguito all’inizio del percorso di Bran, con la sua massima manifestazione nella nascita di 3 draghi.

Il destino di Daenerys (del quale lei è ovviamente inconsapevole) e dei suoi draghi è quello di diventare l’esecutrice materiale della distruzione del Trono di Spade, nonché di essere colei che preparerà la strada all’elezione di Bran come nuovo re, sconfiggendo Cersei: il percorso del personaggio è incredibilmente complesso, ed in esso notiamo più volte l’intervento degli emissari del Signore della LuceMelisandre ad esempio a convincerla di essere investita di una sorta di mistica predestinazione, nonché a spingerla ad incontrare Jon Snow, che rivelandosi un più degno erede di lei al Trono la porterà a compiere la catena di eventi che abbiamo visto accadere nello scorso episodio).

E’ da notare un interessantissimo dettaglio riguardo la caratterizzazione di Daenerys: in The Iron Throne, viene lasciato chiaramente intendere come il terribile attacco alla città ed ai suoi abitanti non sia stato uno scellerato gesto folle, ma fosse stato invece sapientemente pianificato da Daenerys e dai suoi sottoposti (avevamo visto infatti anche Verme Grigio, dopo l’inizio dell’attacco di Drogon conseguente al suono delle campane, iniziare ad attaccare gli inermi soldati Lannister, un’azione che difficilmente, vista la sua rigidità, avrebbe potuto compiere di sua spontanea volontà).
Daenerys aveva quindi in precedenza pianificato di dare alle fiamme la città, o quantomeno ha lucidamente preso in considerazione l’idea dopo il suono delle campane, soppesando i pro e i contro più di quanto non avessimo pensato. La sua reazione in seguito all’accaduto parla chiaro: il gesto che avevamo scambiato per folle si rivela invece la crudele tattica di una regina ormai conscia di poter regnare solamente con la paura, pur con dei giusti ideali: addirittura potremmo ora osservare che all’opposto di quanto creduto in precedenza, la sua espressione al suono delle campane fosse quella di una regina restìa a voler fare quanto cinicamente (per quanto tatticamente e crudelmente efficace) programmato.

L’ultimo episodio di Game of Thrones ci rivela un’altra verità: il vero nemico da sconfiggere, addirittura anche agli occhi degli dei come il Signore della Luce, non era quindi Daenerys, una pedina in piani divini più grandi di lei, non era Cersei, coinvolta negli eventi fin dalle predizioni ricevute dall’infanzia, e neanche il Re della Notte, rivelatosi il più grande oppositore al gioco dei troni: il nemico era il vero e proprio Trono di Spade, sciolto simbolicamente dal fuoco di Drogon. Quel Trono responsabile di molte più morti di Daenerys, Cersei e del Re della Notte messi assieme, che avrebbe portato le popolazioni di Westeros (e probabilmente del mondo intero) alla rovina e dalla cui distruzione si potrà realizzare quella rottura della ruota che Daenerys aveva compreso essere necessaria, ma che sarebbe stata impossibile da realizzare senza l’aiuto di forze di origine divina/mistica.

DROGON

Vogliamo spendere un paio di parole su Drogon, ora un drago “libero” che sorvola i cieli di Westeros: vogliamo ricordare come in ogni fantasy che si rispetti, i draghi possiedano una innata intelligenza, paragonabile (in alcune versioni, come Tyrion spiega nei romanzi di Martin, addirittura superiore) a quella umana. Perché Drogon ha deciso di risparmiare Jon e di rivolgere la sua rabbia verso il Trono? E’ probabile che il drago abbia compreso l’orrore causato da sua madre. Anche lui, come Jon e Tyrion, ha accettato le conseguenze del suo gesto, arrivando a comprendere che nulla avrebbe potuto fermare Daenerys dal ripetere una strage come quella di Approdo del Re se non la morte.

Morte avvenuta per mano di Jon Snow, ma in realtà secondo Drogon imputabile al Trono stesso, come già detto il villain principale della serie: è assolutamente credibile secondo ogni canone fantasy ma anche seguendo la normale mitologia della serie il fatto che un essere leggendario come un drago, che ingenuamente parte del pubblico tende a vedere solo come un enorme animale domestico, possa aver compreso l’importanza del Trono di Spade nella spirale discendente di Daenerys, arrivando a volerlo simbolicamente distruggere.
La spiegazione secondo la quale Drogon avrebbe risparmiato Jon semplicemente perché di sangue Targaryen ci sembra meno verosimile, ed anche molto meno affascinante.

JON SNOW

Jon Snow viene condannato all’esilio fra i Guardiani della Notte a causa delle sue colpe: se da una parte per Immacolati e Dothraki, ancora di stanza ad Approdo del Re, è colpevole della morte della loro Regina, è verosimile che per i Lord del Regno possa trattarsi di un complice della donna che ha dato alle fiamme un’intera città, compresi donne e bambini. Jon è sicuramente colpevole anche di fronte agli occhi dello spettatore: accecato dall’amore per Daenerys, non solo non ha saputo riconoscerne gli istinti, o quantomeno mitigarli come si riproponeva invece di fare Tyrion, ma ha addirittura rinunciato alla propria pretesa al Trono in virtù della sua Regina.
Jon non ha mai voluto il Trono, e ha sempre cercato di rifuggirne le responsabilità, pur avendo sempre avuto un alto senso del dovere e dell’onore: l’amore per Daenerys ed il suo giuramento di fedeltà sono intervenuti in veste di perfetto alibi per sfuggire al peso del proprio nome Targaryen. Ed ancora il dovere lo ha portato a rinunciare all’amore, addirittura potenzialmente alla vita, per uccidere Daenerys: lo stesso senso del dovere che nella prima stagione lo aveva spinto ad unirsi ai Guardiani della Notte.
Un circolo si chiude, e la condanna di Jon Snow, i cui natali non sono infine stati svelati (e per fortuna, perché se i Lord fossero venuti a conoscenza della sua rinuncia ai doveri dinastici e quindi della sostanziale evitabilità dell’attacco di Daenerys, la sua condanna sarebbe sicuramente stata definitiva), si trasforma nel suo lieto fine: perché come ricordiamo nella prima stagione, tutto ciò che Jon ha sempre voluto era servire nei Guardiani della Notte, ed ora potrà farlo in totale pace, finalmente sfuggito a quel gioco dei troni che tanto lo fece soffrire in passato; oltretutto insieme al fidato Spettro, ritrovato insieme all’amico Tormund che scorta verso i suoi territori, a sottolineare come simbolicamente anche la protezione dei Bruti, benché “uomini liberi”, faccia parte del suo giuramento.

Solo ora scopriamo il vero significato della storyline dedicata a Jon Snow: la sua discendenza Targaryen, scoperta dallo stesso Bran, era essenziale per gli eventi che avrebbero portato Daenerys alla decisione di radere al suolo Approdo del Re; Jon aveva inoltre l’ingrato compito di eliminare Daenerys dalla scacchiera in favore di Bran. Per questo il Signore della Luce lo ha resuscitato: ancora una volta, in funzione dell’incoronazione di Bran.

TYRION

Tyrion inizia l’episodio con la devastante consapevolezza di aver sbagliato su tutta la linea: a fare le spese della sua incapacità di guidare Daenerys (o della fiducia erratamente riposta in lei) sono stati i cittadini inermi di Approdo del Re. Pronto ad accettare la morte per mano della sua ex regina, arriva al suo cospetto per confrontarsi con lei, realizzando quanto in realtà lucida sia stata la decisione finale di Daenerys, affatto pentita.
Tyrion è l’unico personaggio della serie (fra quelli sopravvissuti) ad aver pienamente abbracciato e sperimentato le usanze e le forme di governo delle lontane terre di Westeros ed Essos. Il suo percorso, pieno di errori, eccessi, ombre, rinascite, odio, amore, unito ad incredibili esperienze “sul campo”, lo portano ad essere in effetti la persona più qualificata per proporre la nascita di un nuovo ordine mondiale al concilio che vediamo nella seconda parte dell’episodio.
Tyrion è uno dei pochissimi ad aver compreso che forze più grandi di loro sono all’opera dietro le quinte (con la sola eccezione di Davos, ma il discorso merita una disamina a parte): Bran è l’unica scelta possibile per fare in modo che l’umanità non ricada negli stessi errori di ogni generazione. Tyrion decide di affidarsi a quelle forze, che pur non curandosi della singola vita umana (pensiamo ad esempio al ruolo nella vicenda della povera Shireen), sono efficacemente in grado di operare positivamente sul lungo termine: l’elezione di Bran in quanto loro avatar terreno rappresenta quell’ideale di protezione del Regno che Varys avrebbe sostenuto senza riserve.

Il Folletto torna ad essere per la terza volta (sotto tre diversi regnanti) Primo Cavaliere, dopo l’emozionante scena in cui getta via la spilla donatale da Daenerys in una rievocazione della stessa scena che anni fa vide protagonista Ned Stark, ironicamente relativa proprio a Dany. La sua “formazione” è finalmente completa, risultando assolutamente funzionale al suo ruolo; come appena affermato, si tratta di una delle poche persone che abbiano compreso la vera portata dell’ascesa al potere di Bran, ed è quindi la persona più indicata a stargli accanto. Un uomo dotato di un enorme cuore che rappresenta per Bran, all’opposto ormai incapace di provare emozioni umane, un perfetto contraltare, un perfetto collegamento con i suoi sudditi.

ARYA

Dura la strada dell’eroe: Bran non solo ha dovuto rinunciare alla propria umanità, ma ha anche dovuto far fronte ad un nemico terribile, il Re della Notte. Tale nemico, imbattibile e spietato, sarebbe stato impossibile da eliminare per chiunque, eccetto che per qualcuno indirizzato verso un addestramento assolutamente mirato. Ed ecco quindi intervenire nella vita di Arya il Dio dai Mille Volti, nella forma di uno dei suoi emissari (sacerdoti?) Jaqen H’gar. Una ragazzina dalle enormi potenzialità, già addestrata da uno dei migliori spadaccini di Braavos e che vanta anche un forte legame con il futuro salvatore dell’umanità, viene dolcemente spinta ad intraprendere un percorso che la porterà a diventare non un guerriero (a causa dell’interruzione dell’addestramento con Syrio Forel), non un Uomo senza Volto (indirizzata appunto da Jaqen a intraprendere un addestramento nella Casa del Bianco e del Nero, che in seguito rinnegherà), non una Guardia Reale (durante il viaggio con Sandor Clegane, Arya ha avuto l’opportunità di allenarsi anche con lui), ma un amalgama perfetto di essi, così da divenire inconsapevolmente la vera e propria nemesi del Re della Notte.
E’ Bran stesso, in una scena della settima stagione, che conscio del ruolo della sorella nel piano che lo porterà sul Trono, consegna ad Arya il pugnale di Valyria che porterà alla sconfitta del suo più grande nemico; è invece Melisandre a spingerla verso l’ultima fase della battaglia, forte anche di una sua profezia pronunciata durante il primo incontro fra le due.

Nel finale, Arya ci riporta con la mente ad uno dei rari momenti in cui ci abbia mai parlato dei suoi sogni, tramite un dialogo con l’attrice Lady Crane. Uno dei progetti di Arya, ormai libera dall’influenza di quel gioco dei troni che l’aveva resa un’arma, era quello di viaggiare verso ovest: ed è proprio quello che la ragazza deciderà di fare, abbracciando del tutto la sua natura libera e selvaggia, ben lontana da quella dei Lord e delle Lady, su una nave che porta il fiero simbolo degli Stark.

game of thrones

SANSA

Il percorso di Sansa nella serie l’ha portata a diventare Regina del Nord, ora Regno Indipendente dagli altri 6. Anche lei è stata una pedina del divino gioco dei troni? Si e no. Il percorso di crescita di Sansa l’ha portata a diventare forse la persona più saggia di Westeros (subito dopo Bran: non a caso, sono i due personaggi che al termine della serie lasciamo nei luoghi di maggior potere), ma ciò che la ragazza ha ottenuto è stato in gran parte da lei guadagnato grazie ai suoi soli sforzi. Era essenziale che per il gioco dei troni Sansa rivelasse a Tyrion la verità su Jon Snow, rispetto alla necessaria discesa nell’oblio di Daenerys; ma gli eventi “mistici”, manifestatisi principalmente tramite la riconquista di Grande Inverno di un resuscitato Jon Snow e di Brienne (in seguito la spiegazione di questo passaggio), dovevano semplicemente ricondurla alla guida di Grande Inverno, in opposizione a Daenerys. La strada verso l’indipendenza del Nord è invece frutto delle sue spiccate abilità politiche e del suo carisma, temprati da anni di soprusi ed intrighi di corte.
Nessuno si oppone ovviamente alla dichiarazione di indipendenza del Nord: un’apertura della corona in tal senso fornisce un precedente per tutti gli altri Regni: esiste ora una possibilità futura di indipendenza per ognuno di loro, che potrebbe sfumare se essi non ritenessero legittima la pretesa di Sansa.

Come per Jon ed Arya, anche per Sansa si chiude un ciclo circolare: come da appena adolescente, quando sognava di poter sposare Jeoffrey, il più grande sogno di Sansa era quello di diventare Regina: anche per lei assistiamo quindi ad un perfetto lieto fine.

BRIENNE

Il ruolo di Brienne nella storia è essenzialmente quello di aiutare Arya e Sansa a realizzare il loro destino. E’ il “solito” Signore della Luce a sconvolgere la vita di Brienne: quando Melisandre uccide Renly Baratheon con la magia del suo dio, Brienne viene costretta a fuggire insieme a Catelyn Stark, arrivando a stringere un forte rapporto con lei e a giurargli fedeltà. Tenendo fieramente fede per varie stagioni, anche in seguito alla morte di Catelyn, al compito di proteggere le sue figlie, riuscirà a permettere ad Arya di recarsi a Braavos (“liberandola” dalla prigionia del Mastino) ed anche a far riunire Sansa e Jon dopo la fuga di questa da Grande Inverno.

Lungo la strada per lei scritta dagli dei, Brienne ha conosciuto Jaime, stringendo con lui un legame molto forte; negli ultimi episodi abbiamo visto come i due abbiano portato il loro rapporto verso lidi romantici, ma come poi la donna sia stata abbandonata (dopo però essere stata nominata cavaliere, realizzando così il sogno di una vita).
Nel finale, ritroveremo Brienne meritatamente a capo delle Guardie Reali di Bran (con Podrick, aumentato anche lui di grado, sempre al seguito), e tramite un toccante momento riusciremo forse tramite la sua visione a rivalutare la caratterizzazione finale di Jaime.

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JAIME

E’ “grazie” a Jaime che il percorso di Bran inizia a tutti gli effetti: alla luce della rivelazione del suo destino finale, la frase rivolta dal ragazzo al suo “vecchio amico” nel momento del loro incontro a Grande Inverno, dove Bran sembra quasi ringraziarlo, assume ancor più rilevanza. E’ davvero grazie a Jaime che la catena degli eventi ha avuto inizio, al tempo in cui il personaggio veniva presentato in maniera totalmente negativa.
In seguito, Jaime Lannister è diventato l’emblema del personaggio in cerca di redenzione: redenzione che sembrava quasi essere stata raggiunta, fino agli ultimi episodi della serie. Se davvero ciò che Martin vuole sottolineare tramite la sua opera è il ciclo di autodistruzione dell’umanità e dell’animo umano, anche il ritorno sui suoi passi di Jaime assume un significato diverso, del tutto in linea con lo spirito della serie. Sicuramente però nello show tale involuzione sarebbe dovuta avvenire in maniera meno repentina e più giustificata.

Sono le parole scritte da Brienne nel Libro Bianco dei cavalieri (che avevamo già visto apparire nella serie, e che non riportava parole lusinghiere su Sir Jaime) a farci riflettere: è ovviamente spinta dall’amore che prova per Jaime, ma tali parole dipingono un personaggio giusto ed onorevole, senza in realtà raccontare il falso. All’opposto di quanto fatto in precedenza, uccidendo il suo re, stavolta Sir Jaime è morto onorevolmente accanto alla sua regina. E’ addirittura plausibile che il forte senso dell’onore sviluppato da Jaime durante le varie stagioni lo abbia portato, proprio nel momento del raggiungimento della pace con Brienne, a credere di non meritare tale pace: anche lui come Cersei è colpevole, e con lei sente di dover espiare le sue colpe dandola vita. Il seguente piano di salvare Cersei era in realtà un’idea di Tyrion, ma Jaime, dalle parole scritte da Brienne possiamo evincere che anche lei ne fosse convinta, era partito a sud da Grande Inverno per morire.

CERSEI

In quest’ottica di predestinazione, la vicenda di Cersei è una delle più tragiche: abbiamo intuito come la Leonessa Lannister sia stata succube della profezia di Maggy la Rana fin dall’infanzia, arrivando a compiere scelte sempre più scellerate nel tentativo di evitarla ma riuscendo al contrario solamente ad alimentarne la realizzazione, destinata altresì a gettare inconsapevolmente le basi per il futuro tradimento di Ned Stark, la cui morte innescherà i cammini solitari dei pargoli Stark. Anche Cersei sarebbe quindi sempre stata una pedina nel gioco di forze più grandi di lei, al punto che la donna avrebbe finito con il trasformarsi lentamente nell’algida regina che abbiamo visto nelle ultime stagioni.

Il finale di Cersei ci viene mostrato nella scorsa puntata e risulta meno epico di quanto avremmo voluto; rivediamo in questo episodio il cadavere della regina, stretto attorno a quello del fratello, sovrastati dalla disperazione di Tyrion.

BRONN

Protagonista nell’ultima stagione di un controverso e fin troppo breve arco narrativo che ci lasciò settimane fa con l’amaro in bocca, è chiaro oggi a tutti quanto Bronn, personaggio sempre marginale ma sempre presente, abbia stravinto il suo personale gioco del trono. Da semplice mercenario, l’intelligente e astuto Bronn è riuscito di volta in volta a compiere le migliori scelte (o scommesse) per il suo tornaconto personale, riuscendo a raggiungere la posizione più alta che avrebbe mai potuto desiderare (o addirittura sognare): cavaliere con il nome di Sir Bronn delle Acque Nere, quindi Lord di Alto Giardino, protettore dell’Altopiano e infine Maestro del Conio. A primo acchitto l’idea di conferire quest’ultimo titolo ad personaggio così opportunista potrebbe sembrare poco coerente, ma non dimentichiamo che Bronn è ad oggi una delle persone di cui Tyrion si fida di più al mondo, dotato di un forte – seppur distorto – codice d’onore, e soprattutto che… Ha ormai ottenuto qualsiasi cosa potesse mai volere.

DAVOS

L’importanza di Davos, dalla sua apparizione a fianco di Stannis (una delle principali pedine del Signore della Luce) fino all’epilogo del suo personaggio nel lieto fine che lo vede membro del concilio ristretto nel ruolo di Maestro delle Navi, va sempre più scemando nel corso della serie. Davos è però uno dei personaggi che più hanno sentito su di sé il peso delle azioni delle forze soprannaturali in campo, e proprio per questo la sua presenza nel concilio reale appare non solo giusta, ma anche dovuta: dallo scetticismo iniziale nei confronti di Melisandre alla fede nel ritorno dalla morte di Jon Snow, dallo sgomento nel momento della scoperta del ruolo del Signore della Luce nella morte di Shireen alla comprensione di un’idea di giustizia che trascende le leggi degli uomini durante la battaglia contro i morti a Grande Inverno, Davos è fra i pochissimi ad aver compreso, così come Tyrion (e probabilmente anche Sam: non a caso tutti loro fanno parte del concilio reale), la reale portata degli eventi avvenuti fin dalla caduta di Bran dalla torre al presente, e l’importanza che l’elezione di Bran potrà avere in futuro per le sorti dell’umanità.

SAM

Anche Sam, migliore amico di Jon e personaggio chiave sia nella pianificazione della lotta agli Estranei che nella rivelazione dei veri natali del suo amico, rimane a lungo un personaggio deputato ai momenti comici della serie (ruolo che gli sarà poi rubato, come ci ricorda l’ironica scena che lo vede protagonista ad Approdo del Re, da Edmure Tully) per poi ottenere invece svariate rivincite; una di queste comprenderà la morte di tutti gli uomini della sua famiglia, rendendolo di fatto l’erede della sua casata.

Samwell Tarly, Lord reggente di casa Tarly, dopo l’addio che sembrava aver dato al pubblico a Grande Inverno riappare nel concilio che dà udienza a Tyrion, presente probabilmente in veste di Lord dell’Altopiano. Lo rivedremo ormai in veste di Gran Maestro, membro del concilio reale, segno che il ragazzo deciderà di tornare alla Cittadella per terminare i suoi studi (chissà come avranno preso la sua fuga ed i suoi furti passati?). In un doppio omaggio alla saga di Martin e alla simile scena in Il Signore degli Anelli, Sam presenta a Tyrion un libro che narra in pratica le vicende di cui anche noi spettatori siamo stati protagonisti, sottolineando però quanto la Storia sia manipolabile da parte degli uomini: il Folletto, importantissima figura al centro di svariati eventi, non è infatti nemmeno nominato nello scritto, quando è invece il Primo Cavaliere di colui che rappresenta la Storia vivente.

Da notare come Sam, arguto come sempre, riesca a teorizzare le basi della democrazia, dandoci un assaggio di ciò che grazie a Bran, l’unico a non aver riso alla sua proposta, potrà essere realizzato.

VERME GRIGIO

Inaspettatamente rimasto in vita fino alla fine della vicenda, Verme Grigio, capo dell’esercito di Immacolati di Daenerys, ci ha mostrato come la fedeltà alla sua regina sia sopravvissuta alla di lei morte. Mai pienamente approfondito, nel finale della serie viene efficacemente usato come pretesto principale per l’allontanamento di Jon Snow dalle vicende di Westeros.
Ma la conclusione delle sue vicende nasconde un epilogo romantico: con gli Immacolati salperà verso Naath, prendendo una delle sue primissime decisioni autonome, un’isola famosa per l’estrema pacificità dei suoi abitanti nella quale avrebbe voluto invecchiare con la sua Missandei. Vediamo anche i dothraki popolare il porto in una delle scene finali: non è dato sapere se il popolo tornerà al Mare d’Erba o se una terra è stata donata loro come accennato nel concilio dei Lord da Davos.

IL RE DELLA NOTTE

Pur non essendo stato nominato nel corso dell’episodio, l’epilogo chiarisce una volta per tutto la portata della personale “guerra” del Re della Notte, di cui avevamo scoperto l’obiettivo principale: sterminare l’umanità. Nato dai figli della Foresta per combattere gli uomini, il Re della Notte è un essere dal grande potere magico, probabilmente “risvegliato” dal suo torpore dagli eventi che hanno portato Bran sulla strada per diventare il Corvo a 3 Occhi.
Bran ci ha informato di costituire l’obiettivo primario del Re della Notte, in quanto depositario, in veste di Corvo a 3 Occhi, di tutta la conoscenza, la storia e la memoria dell’umanità. Ma ora che il vero obiettivo del Corvo a 3 Occhi, ovvero quello di arrivare a governare i 7 (ora 6) Regni, è stato rivelato e raggiunto, la questione si arricchisce di svariati retroscena: è infatti probabile che il Re della Notte volesse evitare a tutti i costi la presa di potere di Bran, e la cosidetta Rottura della Ruota.

Non sappiamo se il Re della Notte sia stato costretto ad anticipare un attacco che pianificava in futuro o se all’opposto il destino di Bran sia stato “innescato” dall’inizio della discesa a sud del Re della Notte, ma è ormai chiaro come i due personaggi e la rinascita della magia nel mondo intero siano strettamente collegati. In ogni caso, l’ascensione di Bran ha sicuramente significato un grande pericolo per i piani del Re della Notte: il pericolo di una Westeros completamente in pace ed in armonia grazie agli insegnamenti del semidivino re Bran, pronta ad allearsi contro l’esercito dei morti, doveva essere stroncato sul nascere.

Ancor più a fondo, Bran al potere avrebbe significato (ed ora significa) la possibilità della salvezza da quel processo di autoditruzione che il Trono di Spade aveva innescato, e che avrebbe con il tempo portato alla vittoria del Re della Notte senza che egli dovesse muovere un dito. Da qui l’urgenza di scendere a sud a caccia del futuro re: una volta eliminato il potere del Corvo a 3 Occhi (ricordiamo che il precedente Corvo a 3 Occhi si nascondeva da anni per il timore di essere eliminato prima di addestrare un “erede”), anche nel caso di una improbabile sconfitta del suo esercito, l’umanità – così come ce la ha raccontata lo show, con tutte le sue ombre e la propria incapacità di salvarsi – sarebbe arrivata con il tempo all’autodistruzione. A simboleggiare l’ineluttabile rovina dell’umanità, avevamo più volte visto una spirale comparire fra i cadaveri lasciati indietro dagli Estranei: si trattava forse proprio di quella Ruota che il Re della Notte voleva preservare, poiché in realtà potenzialmente ancor più letale ed efficace del suo esercito di morti, e che ora è stata definitivamente spezzata.

Il Re della Notte è finito però per divenire anch’esso una pedina nei piani delle “solite” forze divine e magiche che hanno mosso il gioco dei troni, riportando una sonora sconfitta e portando i vari personaggi, prima fra tutti Daenerys, sempre più vicini al compimento del proprio destino.

IL FINALE DI MARTIN

Gran parte di ciò di cui abbiamo fin qui discusso non è stato confermatosmentito: la nostra interpretazione del finale di Game of Thrones colma moltissime lacune della serie, ma lascia interdetti il fatto che lo show ci abbia dovuto far ingegnare per trovare il modo di chiudere molte trame su base interpretativa. D’altro canto è in effetti anche questo il bello di Game of Thrones, serie fin dagli esordi assolutamente originale e fuori dagli schemi che si è conquistata in breve tempo il titolo di regina delle serie tv.

Analizzando il percorso di Bran e le sue implicazioni, ed abbracciando una visione nichilista dell’umanità da parte di Martin, dove non esisterebbe salvezza se non di derivazione magico-divina, è semplice notare come sia fin troppo probabile che il finale della serie coincida in tutto e per tutto con quello che forse un giorno leggeremo negli ultimi due capitoli delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Le idee di predestinazione, di corruzione dovuta al potere e del difficile rapporto fra amore, onore e responsabilità sono di stampo squisitamente Martiniano, ed è in realtà solo pensando ad un finale con Bran addestrato per rimpiazzare il Trono di Spade che i vari percorsi di tutti i personaggi arrivano ad acquistare una nuova, quasi incredibile, coerenza.

Anche parte degli errori commessi in fase di scrittura (attenzione: di scrittura, ovvero come sono avvenuti gli eventi, non di trama, ovvero cosa in effetti avviene) assumono un diverso peso: è probabile che proprio per rispettare il finale rivelato da Martin molto dopo l’inizio della serie, nonostante inizialmente l’autore fosse parte del team creativo, sia stato necessario recuperare alcune storyline uscite dai loro binari, costringendo gli showrunner a rimettere insieme in tutta fretta e con tutta la coerenza possibile le fila della storia per allacciarsi ad un finale già scritto.

E’ in effetti incredibile, abbracciando la nostra teoria per la quale l’intera serie racconta di come vari personaggi siano stati manipolati da forze superiori proprio per distruggere il Trono di Spade e portare Bran al potere in veste di salvifica guida dell’umanità, come ogni singola scelta di trama risulti coerente e perfettamente inserita nel contesto. Al netto di The Iron Throne, i punti deboli della serie rimangono “solamente” alcune scelte tecniche di scrittura assolutamente bizzarre (come l’inspiegabile differenza fra l’utilità degli “Scorpioni” antidrago fra l’episodio 8×04 e l’episodio 8×05, le assurde tattiche di guerra utilizzate in determinati frangenti, la sostanziale “rinascita” di eserciti che avevamo visto essere quasi completamente sterminati o l’impossibilità di alcuni spostamenti secondo le tempistiche di viaggio, e così via) ed una velocità troppo marcata dovuta ad una non condivisibile riduzione del numero di episodi per le ultime due stagioni; è lecito che non a tutti possano essere invece piaciute alcune scelte di trama (sarebbe stato assurdo pensare di mettere d’accordo l’ormai immenso numero di fan che la serie si è guadagnata con il tempo), ma esse sono frutto della volontà degli autori e come tali vanno rispettate, soprattutto se come in questo caso risultano, riflettendo un poco e trovando i giusti collegamenti, totalmente coerenti con la storia, fedeli all’impianto narrativo e alla mitologia della serie, nonché rispettose dei personaggi in gioco.

In definitiva, un finale perfetto per una serie che nonostante il calo nelle ultime due stagioni si conferma uno dei migliori prodotti mai visti in tv, che nonostante ci abbia fatto tremare ad un passo dalla fine facendoci temere seriamente un epilogo non all’altezza dei suoi esordi, è invece riuscita con l’episodio finale a riprendersi quasi del tutto, rimanendo fedele a sé stessa e forse addirittura a migliorarsi.

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