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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Star Trek: The Next Generation

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Star Trek: The Next Generation

Di DocManhattan

Ciao, 1977. Tutto bene? Mah, le solite cose, tranne che è morto Elvis Presley. Chiaramente per finta. Ah, Gene Roddenberry, il creatore di Star Trek, è pronto a riportare in TV l’Enterprise. È il progetto Star Trek: Phase II, e non vedrà mai la luce. Paramount decide infatti che la nuova dimensione di Star Trek è il grande schermo: Kirk e gli altri tornano così in scena nel ’79 nel primo film di Star Trek.
Scivoliamo in avanti fino al 1986. I film di Star Trek continuano la loro corsa in sala ed è appena uscito Rotta verso la Terra (Star Trek IV), diretto da Nimoy. Ma in Paramount sono finalmente convinti che ci sia margine per una nuova serie TV. Sono passati vent’anni dalla nascita della serie originale, e questa continua a spaccare nelle repliche infinite in syndication, adorata da milioni di Trekkie. E non vogliamo dare finalmente qualcosa di nuovo anche quando sono a casa, a questi fan adoranti?

Non è però possibile ritrascinare in TV William Shatner e Leonard Nimoy, per una questione di costi e di volontà degli stessi attori. È perciò necessario creare una nuova storia con un nuovo equipaggio. Dar vita, appunto, a una nuova generazione di esploratori del cosmo. Gene Roddenberry va per i sessantasei anni e non vuole saperne, finché non gli finiscono sotto il naso un po’ di proposte per la nuova serie, non gradisce quello che vede e decide che certe cose, se le vuoi come piacciono a te, devi fartele da solo.
Così il vecchio Gene si dedica anima e cuore al progetto e al suo sviluppo. Resterà produttore esecutivo di The Next Generation fino alla sua morte, nel ’91. Ma in realtà dopo la prima stagione le sue condizioni di salute, causate o aggravate da anni di alcolismo e droghe, gli renderanno impossibile continuare a scrivere e contribuire alla crescita della serie. Dopo la morte, le ceneri di Roddenberry si sono fatte un giretto nello spazio a bordo dello Shuttle Columbia; altre sono state sparate in seguito nello spazio.

Torniamo all’alba di TNG. Paramount è convinta che la sua Star Trek: The Next Generation farà impazzire i network, costringendoli ad azzuffarsi per assicurarsene i diritti di trasmissione. Ma quello che il presidente di Paramount, l’italo-americano Frank Mancuso Sr., definisce “il gioiello della corona” della sua azienda non è molto considerato dalle grandi emittenti USA. L’entusiasmo di NBC, CBS, Fox e ABC è tiepido, per usare un eufemismo. Al massimo sono interessati a un numero ridotto di puntate, poi si vedrà.
Paramount guarda allora al mercato televisivo che Star Trek già occupa da anni, quello dei canali indipendenti che trasmettono in syndication. La formula viene adottata anche per The Next Generation, e funziona. La serie debutta il 28 settembre del 1987 e anche se viene programmata a orari e giorni diversi dalle piccole reti locali, arriva a coprire il 90% del paese. Solo dalle inserzioni pubblicitari, i cui slot vengono divisi tra Paramount e le emittenti, lo studio incassa un milione di dollari a puntata. Il pilota di due ore Encounter at Farpoint (Incontro a Farpoint) viene visto da 27 milioni di americani. I grandi network di cui sopra iniziano a mangiarsi le mani.

The Next Generation è ambientata cento anni circa dopo la serie originale, e il suo nuovo equipaggio viaggia a bordo di una nuova Enterprise, l’astronave di classe Galaxy USS Enterprise NCC-1701-D. Roddenberry, a dire il vero, non voleva usare una nuova nave stellare, perché convinto che dopo un secolo dalle sgambate di Kirk e compagni, l’umanità avrebbe trovato un nuovo modo per spostarsi tra le stelle. Ma non potevano davvero riportare Star Trek in televisione senza l’Enterprise. Non ancora.
Il nuovo capitano, Jean-Luc Picard, è l’inglese Patrick Stewart (diventato Sir Patrick Stewart nel 2010, dopo una pacca sulla spalla dalla regina Elisabetta II), viene da Shakespeare e il Los Angeles Times l’accoglie come “uno sconosciuto attore shakespeariano britannico”. Lo stesso Stewart si sente del resto un pesce fuor d’acqua sul set, non è abituato a svegliarsi alle 4,45 ogni mattina ed è convinto che tutto durerà poco e tornerà sul palcoscenico. Ah!

Il resto dell’equipaggio è popolato da altri attori che costavano poc… di belle speranze. William T. Riker è Jonathan Frakes, un tipo della Pennsylvania che aveva fatto il figurante di Capitan America alle fiere per la Marvel, prima di apparire in Falcon Crest. Geordi La Forge con i suoi occhialini fighi – un omaggio di Roddenberry a un grande fan tetraplegico con lo stesso nome, morto nel ’75 – LeVar Burton, era il Kunta Kinte di Radici. Tasha Yar è Denise Crosby e viene pure lei dalle soap. Il Klingon Worf è Michael Dorn, e prima di esser arruolato nei CHiPs, aveva fatto la guardia del corpo di Apollo in Rocky, ma nessuno si era ricordato di infilare il suo nome nei titoli di coda.
Data, Brent Spiner, lo Spock del nuovo corso, aveva accumulato un po’ di ruoli in TV, dopo gli anni di Broadway. Deanna Troi è Marina Sirtis, londinese di origine greca, e sufficientemente esotica per Roddenberry. La dottoressa Beverly Crusher (Gates McFadden) avrà una supplente per la seconda stagione, Katherine Pulaski. A suo figlio Wesley vogliamo un gran bene, perché Wil Wheaton era il Gordie Lachance di Stand by Me.
Tanti altri volti noti della serie, come Whoopi Goldberg (Guinan) e il Dwight Schultz di A-Team (Reginald Barclay) sarebbero arrivati dopo. I viaggi dell’Enterprise-D, pregni di temi sociopolitici che piacciono tanto al produttore esecutivo Rick Berman, meno a Roddenberry, conquistano sempre più pubblico. Dopo i primi ventisei episodi arriva, nel novembre dell’88, una seconda stagione da soli 22 (per lo sciopero della Writers Guild of America), con diversi cambi nel cast. Le storie ingranano, gli episodi hanno maggiore equilibrio e gli spettatori continuano a crescere. Nella quinta stagione, toccheranno una media di 11,5 milioni.

Ma arrivati alla fine della settima stagione, nonostante i contratti del cast prevedano un altro anno di avventure, la serie chiude. È il 23 maggio del ’94. Perché troncare una serie che gode di ottima salute? Perché, pare, i margini si erano ridotti, visto che gli stipendi dei protagonisti erano cresciuti. Paramount ha deciso inoltre di far proseguire l’avventura di Picard e gli altri sul grande schermo. Pochi mesi dopo, Generazioni (Star Trek: Generations) segnerà il passaggio di testimone anche al cinema tra James Tiberius Kirk e Picard.
In TV, invece, era già partita l’avventura di Star Trek: Deep Space Nine (per gli amici DS9). Due anni dopo la morte di Gene Roddenberry, Rick Berman e Michael Piller hanno reso realtà la sua idea di uno Star Trek senza astronave: la serie è ambientata in una stazione spaziale. Ma di quello parleremo un’altra volta.
Quaggiù The Next Generation aveva debuttato nel ’91, su Italia 1 e la prima visione delle sue sette stagioni è andata avanti fino al ’97. L’idea del Ponte Ologrammi (Holodeck) di The Next Generation, mostrata già nella serie animata di Star Trek nel ’74, era stata ispirata da una visita nel ’73 di Roddenberry al laboratorio di Gene Dolgoff, inventore che studiava ologrammi e immagini in 3D. Era sempre avanti, il vecchio Gene che ora riposa sparso nello spazio e del quale, proprio dal ’94, un cratere di Marte porta ufficialmente il nome: l’ultima frontiera dell’essere un padre della fantascienza per come la intendiamo oggi.

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