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La storia de La Storia Infinita (FantaDoc)

La storia de La Storia Infinita (FantaDoc)

Di DocManhattan

Dopo La storia fantastica la scorsa settimana, il viaggio di FantaDoc ci porta inevitabilmente a spulciare i dietro le quinte di un altro film fantastico simbolo degli anni 80, La storia infinita di Wolfgang Petetersen. Tutto ha inizio anche qui da un romanzo, Die unendliche Geschichte, La storia infinita del tedesco Michael Ende, pubblicato nel ’79. Un romanzo tacciato da tanti critici, nella Germania dell’epoca, di eccessiva ingenuità. Tanto che lo stesso Ende teme possa passare praticamente inosservato. Il pubblico giovane accoglie invece bene la storia del Regno di Fantàsia e nel giro di pochi mesi le vendite decollano. Tanto che un produttore si interessa alla cosa e ottiene da Ende i diritti per farne un film.

EFFETTIVAMENTE NEVERENDING 

Il produttore si chiama Bernd Eichinger, è la mente dietro al clamoroso successo di Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino e in seguito parteciperà ad altri film celebri come Il nome della rosa e Resident Evil, e a pellicole di tutti i generi, compreso il molto meno memorabile I Fantastici 4 di Tim Story, nel 2005. Eichinger coinvolge nel progetto il regista Wolfgang Petersen, reduce dal film bellico U-Boot 96. Petersen si occupa anche della sceneggiatura, che inizia a distaccarsi progressivamente dal romanzo e alla fine includerà solo la prima metà di quest’ultimo. Con diverse modifiche e alcune omissioni, perché non ci sono i mezzi, allora che ancora è tutto analogico, per riversare su schermo alcune scene del romanzo.

Ende inizia a pensare non sia stata una buona idea accettare quell’assegno. In compenso, poi le cose e il suo umore peggioreranno.

Fatta eccezione per alcune scene esterne realizzate nei pressi di Vancouver e in Spagna, La storia infinita viene girato in Germania, presso i Bavaria Studios di Monaco, tra il marzo e il novembre dell’83. E, arrivata l’estate, il caso vuole che Petersene e gli altri si ritrovino alle prese con uno dei periodi più caldi vissuti dalla Baviera negli ultimi 25 anni. Tanto che il modello della Torre d’Avorio inizia a sciogliersi e dev’essere rattoppato.

Il caldo divora troupe e cast, mentre Petersen, preso da sacro furore alla Kubrick, fa ripetere alcune scene decine e decine di volte. I tempi si allungano (i tre mesi di riprese preventivati si triplicano) e i costi aumentano. La storia infinita diventa il film più costoso ai tempi mai realizzato in Germania, con un conto finale pari a 27 milioni di dollari.

IMPERATRICI SDENTATE

Parte dei problemi di Petersen derivavano dall’avere a che fare con degli attori così giovani. Il regista si trova molto bene con Bastian (Barret Oliver, in seguito visto in D.A.R.Y.L. e nel Cocoon di Ron Howard), ma aveva a quanto pare il suo bel filo da torcere con Atreyu, perché Noah Hathaway non era altrettanto facile da gestire sul set. Tanto che in questa intervista, il responsabile degli effetti speciali del film, Brian Johnson, usa un sottilissimo gioco di parole per descrivere la situazione: “Noah Hathaway was a bit of a pain in the arse, frankly”.

E dire che su quel set Atreyu ha rimediato tutta una serie di danni, anche permanenti. In quella intervista, Brian Johnson smentisce la storia del malfunzionamento dell’animatronic di Gmork (tra l’altro progettato da un italiano, Giuseppe Tortora), che secondo varie fonti avrebbe quasi cavato un occhio a Hathaway, ma quel che è certo è che il giovane attore venne calpestato durante le prove dal suo cavallo, dopo esser stato disarcionato. Questo gli ha portato negli anni problemi ad alcune vertebre, per cui ha speso negli anni centinaia di migliaia di dollari in interventi chirurgici.

All’Imperatrice bambina, l’undicenne iraniana, mancavano invece gli incisivi, perché le erano appena caduti. Perciò hanno dovuto metterle dei denti finti per le riprese e insegnarle a recitare senza la zeppola che la protesi le procurava. Oh, c’è gente che con questa roba ci ha vinto un Oscar.

FALKOR E LO STUPIDO, STUPIDO CAVALLO (MA MICA TANTO)

Il FortunaDrago Falkor era un enorme pupazzone, ancora oggi ammirabile ai Bavaria Filmstadt di Monaco. A Ende non piacque nemmeno quello, perché gli sembrava un cagnolone volante. E in effetti è quello che è, Falkor: un cugino magico del pupazzo Uan di Bim Bum Bam, ed è probabilmente il motivo per cui tutti lo amano. Così come tutti, nel rivedere in continuazione La storia infinita a ogni replica televisiva, si commuovono alla morte del cavallo Artax, vinto dallo sconforto nelle Paludi della tristezza. Quello stupido, stupido cavallo.

Ma quel cavallo era in realtà tutt’altro che stupido e girare quella scena fu un incubo, perché il quadrupede non voleva saperne di affondare nella melma fino al collo. Chiamalo scemo. Si sono impiegate settimane per convincerlo ad abituarsi a quella piattaforma che lo faceva sprofondare progressivamente nel fango.

LE FORBICI DI SPIELBERG, LA PESTE DI ENDE

Accompagnato dalle musiche di Giorgio Moroder e Klaus Doldinger, e dall’immortale brano interpretato da Limahl che furoreggia in ogni karaoke degno di questo nome, La storia infinita esce nei cinema della Germania Ovest il 6 aprile dell’84. Negli USA arriva il 20 luglio, da noi il 6 dicembre. La versione statunitense del film è peraltro più corta di quasi sette minuti. La produzione si era affidata a Steven Spielberg per ritagliare quella pellicola tedesca sui gusti dei ragazzini americani, ed è quello che Spielberg aveva fatto, alla lettera, eliminando alcune scene per rendere più sostenuto il ritmo del film.

La favola di Fantàsia piace al pubblico. In patria è un successo epocale, visto da quasi 5 milioni di tedeschi. In America raccoglie poco, ma a livello globale porta a casa circa 100 milioni di dollari, grosso modo quattro volte il suo budget. Michael Ende lo considera un orrore, un “gigantesco melodramma di kitsch, commercio, peluche e plastica”, che lo ferisce come artista e uomo di cultura. Prende le distanze dalla pellicola ovunque sia possibile farlo, con dichiarazioni moderate come questa: “Auguro la peste ai produttori. Mi hanno ingannato: quello che mi hanno fatto è una sozzura a livello umano, un tradimento a livello artistico”. Fa causa alla produzione, la perde, ottiene solo che il suo nome sia eliminato dai titoli di testa (è presente in quelli finali).

Tra le tante cose che lo scrittore ha trovato terribili, nel film, ci sono le due statue delle Sfingi, con quei seni troppo pieni e uh, dettagliati. Le definisce “semplicemente imbarazzanti”. Non sa quello che verrà dopo.

FINE INFINITA

Con grande gioia del romanziere tedesco, l’industria del cinema non ha però ancora finito con La storia infinita. Tra il ’90 e il ’94 arrivano due seguiti, prodotti questa volta negli USA. La storia infinita 2, dell’australiano George Trumbull Miller, utilizza parte di quella seconda metà del libro non sfruttata nella prima pellicola (il titolo originale è infatti The NeverEnding Story II: The Next Chapter). Viene distrutto dalla critica, va benino in Germania, malissimo negli USA. Quella qui sopra, vestita da ballerina di Fantastico, è la perfida maga Xayde. Sembra Clarissa Burt perché è Clarissa Burt.

La storia infinita 3 (The NeverEnding Story III) riprende invece solo alcuni personaggi del mondo di Ende, sviluppando una trama completamente nuova. C’è un terzo Bastian e uno dei personaggi (Slip) è interpretato da un giovane Jack Black. Viene distribuito negli USA a macchia di leopardo, va ancora peggio del suo predecessore. Variety la tocca piano, scrivendo che si tratta del “peggior modo possibile per tener fede al titolo di storia infinita, con un sequel disperato che avrebbe potuto benissimo intitolarsi Bastian va al liceo”.

E oh, sì, c’era anche quella faccenda della serie animata, il temibile cartoon franco-tedesco-canadese del ’95, andato in onda anche da noi, nel contenitore Zap Zap di TMC. Ma non volete saperne nulla. Fidatevi.

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