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La storia de La Storia Fantastica (FANTADOC)

La storia de La Storia Fantastica (FANTADOC)

Di DocManhattan

Anche se La storia fantastica è uscito nell’87, la sua avventura a Hollywood ha inizio nella prima metà degli anni Settanta. È il 1973 quando arriva sugli scaffali delle librerie statunitensi The Princess Bride, romanzo fantasy-romantico-avventuroso di William Goldman, scrittore che aveva già vinto un Oscar per la sceneggiatura di Butch Cassidy e avrebbe fatto il bis nel ’77 per quella di Tutti gli uomini del presidente. E visto il successo del libro e quanto Goldman è inserito in quel di Hollywood, è logico che l’idea di farne un film sia balenata presto. Molto presto.

Il 30 settembre di quello stesso anno, due settimane circa dopo l’uscita di The Princess Bride in libreria, il New York Times racconta che la Fox ha pagato a William Goldman mezzo milione di dollari per trasformare il suo romanzo in una sceneggiatura per il grande schermo. Goldman arrotonda il record da lui stesso stabilito con i 400mila bigliettoni incassati per il copione di Butch Cassidy e dichiara che la Fox ha visto nel suo lavoro il ritorno a un tipo di “intrattenimento che sia tanto godibile quanto fruttuoso al botteghino”. La trasposizione del romanzo che, secondo lo stesso Goldman, è difficile da definire e inserire in un genere preciso, sarà pronta per gennaio. Viene scelto il regista, Richard Lester (Superman II e III), ma i cambi di vertici nella major fanno finire il progetto in soffitta.

E Goldman si riprende i diritti, pagandoli di tasca propria.

In The Big Picture?: Who Killed Hollywood and Other Essays, raccolta di scritti di Goldman pubblicata nel 2000, si legge che negli anni altri registi e attori si sono interessati al romanzo, da Robert Redford e Francois Truffaut a Christopher Reeve, ma non se n’è fatto nulla. Finché non si è fatto avanti Rob Reiner, che di questi pregressi non sapeva niente, ma di quel libro era innamorato sin da quando l’aveva letto. Un regalo di suo padre, l’attore e regista Carl Reiner.

Solo dopo il 1984 e il successo del suo mockumentary This Is Spinal Tap, Reiner si convince che si può fare. Poco prima delle riprese di Stand by Me – Ricordo di un’estate, Reiner propone alla Paramount la trasposizione di The Princess Bride, scoprendo solo in quel momento che negli 11 anni precedenti in tanti avevano provato a trasformare il suo libro preferito in una pellicola, senza riuscirci. Fortuna vuole che Norman Lear, il produttore con cui Reiner aveva lavorato quando era uno dei protagonisti della sitcom Arcibaldo (All in the Family), e che aveva finanziato This Is Spinal Tap, creda pure lui nella storia d’amore tra Westley e Bottondoro. E che in Fox i tempi siano finalmente maturi.

Per la sceneggiatura viene ingaggiato lo stesso Goldman, e lui e Reiner lavorano gomito a gomito per tradurre al meglio su pellicola il romanzo. Nasce una sintonia tra i due che proseguirà nel tempo: nel ’90, Goldman scriverà per Reiner Misery non deve morire, adattando il libro di King.

Come protagonista maschile viene scelto subito Cary Elwes, che ha letto anche lui The Princess Bride quando aveva 13 anni ed è un fan di Westley. “Non avrei mai immaginato di poterlo interpretare in un film”, dichiarerà anni dopo in un’intervista. Così Elwes è felicissimo quando l’agente lo chiama e gli dice che Reiner lo vuole per il suo film. Problema: l’attore è a Berlino per girare Maschenka, trasposizione britannica del Maria di Nabokov. Reiner non si perde d’animo, salta su un aereo per la Germania e fa il provino ad Elwes nella sua camera d’albergo, semplicemente facendogli leggere un monologo di Westley. Elwes si convince che non lo prenderanno mai. Un attore sconosciuto come lui? Dopo quel provino improvvisato su due piedi?

Una settimana più tardi, un’altra telefonata lo avvisa che la parte è sua.

Per la protagonista femminile de La storia fantastica avviene l’esatto contrario: viene scelta all’ultimo secondo, quando il resto del cast è praticamente completo. Reiner non riusciva a trovare la Buttercup / Bottondoro che aveva in mente, dopo aver provinato decine e decine di attrici, perlopiù britanniche. Finché, a una settimana dall’inizio delle riprese e sull’orlo di una crisi di nervi, Reiner non guarda una cassetta messagli sotto al naso dalla direttrice del casting, Jane Jenkins. È di una ventenne texana che viene dalla soap Santa Barbara, e non ha fatto praticamente nient’altro. Jenkins e Reiner invitano l’attrice a casa di Goldman per incontrarla. Quando Reiner va ad aprire la porta, si trova davanti una ragazza bionda, con i capelli lunghi, illuminata dal sole. Si chiama Robin Wright. Goldman la guarda e dice che quella è esattamente la principessa del suo libro.

Il resto del cast include Mandy Patinkin nel ruolo immortale di Inigo Montoya: è probabilmente per ripetere all’infinito e sempre con grande goduria di tutti i presenti la sua presentazione superbadass (“Hola. Mi nombre es Iñigo Montoya. Tu hai ucciso mi padre, preparate a morir”) che Internet è stata creata. Poi Billy Crystal, che era apparso in The Spinal Tap e per Reiner avrebbe girato la scena da imbarazzo in un locale pubblico definitiva in Harry, ti presento Sally…, nell’89. Il boss siciliano Vizzini doveva essere un attore piuttosto basso, per far risaltare la stazza di Fezzik. Si scelse il metro e cinquantasette di Wallace Shawn, che aveva debuttato nel ’79 in Manhattan di Woody Allen.

Fred Savage e l’ispettore Colombo in persona, Peter Falk, girarono la loro parte, che fungeva da cornice alla storia, dopo che tutto il resto del film era stato già completato. Fred Savage aveva 10 anni e sarebbe finito in Blue Jeans (The Wonder Years) solo qualche mese dopo: quella trasferta agli Shepperton Studios in Inghilterra fu il suo primo volo all’estero.

Per il gigante groenlandese Fezzik, Goldman aveva in mente sin dagli anni 70 André the Giant. Il suo nome salta così subito fuori durante la pre-produzione de La storia fantastica. “Ci serve uno grande come André the Giant”, dicono Reiner e Goldman alla direttrice del casting. Ma Jane Jankins non conosce il wrestling e non ha idea di chi sia, finché non le spiegano che è “il wrestler più grande che esiste”. Solo che nel periodo delle riprese André sarà a Tokyo per una serie di match e la World Wrestling Federation (l’attuale WWE) chiede cinque milioni di dollari per liberarlo da quell’impegno. La Jenkins fa presente che quei soldi sono pari a quasi metà del budget di tutto il film, ah ah ah.

Si pensa ad altri attori imponenti, come Lou Ferrigno e l’olandese Carel Struycken (La Famiglia Addams, I segreti di Twin Peaks), che però salta fuori è già impegnato per Le streghe di Eastwick. Ma alla fine il tour giapponese di André viene cancellato e Reiner corre a Parigi per incontrarlo. C’è anche Fezzik a bordo, pure lui all’ultimo secondo come Bottondoro, ed è esattamente l’uomo che tutti volevano dal primo istante.

I giorni delle riprese trascorrono allegri per tutti. Reiner ha creato un clima sereno e familiare, si cena assieme, si cantano le canzoni alla chitarra, come in un falò in spiaggia in Calabria. Ma le cose non vanno altrettanto bene per il povero André. Quando non spaventa involontariamente le figlie di Chris Sarandon (il principe Humperdinck), che volevano incontrare “il gigante” e iniziano a urlare terrorizzate quando se lo trovano davanti (“Non preoccuparti”, consola André un costernato Sarandon, “è sempre così: o vengono da me, o fuggono spaventati”), il wrestler svuota il bar dell’albergo.

L’acromegalia di cui è affetto, l’eccesso di ormone della crescita che lo ha portato a superare i due metri e dieci e i 230 kg, sta presentando il suo conto. Robin Wright lega con il gigante francese e ricorderà in varie interviste che nella scena in cui la prende tra le braccia, Bottondoro è in realtà sospesa con dei cavi. Il dolore alla schiena di André, reduce da un intervento chirurgico, era troppo forte per fargli afferrare al volo l’attrice. La quantità di antidolorifici che ingeriva gli rendeva difficile anche parlare.

Un giorno, durante le riprese nella foresta, Robin Wright sente le ossa gelare per il freddo e la pioggia che si sono presi: André le mette le mani sulla testa per coprirla e riscaldarla. “Quelle mani erano come una coperta elettrica. Lui era estremamente premuroso e dolce”, ricorderà la futura Claire Underwood. Un’altra volta, sospesi tra un ciak e l’altro, Mandy Patinkin chiede ad André se si trova bene lì sul set, nonostante gli orari estenuanti, le lunghe pause e tutto. “Oh, sì, molto”, risponde il wrestler. “Qui nessuno fa caso a me”.

La sera, André tira giù anche sei bottiglie di cognac. Rob Reiner si troverà alla fine in nota spese un conto di 40mila dollari in alcolici. Quarantamila.

Per la colonna sonora viene scelto Mark Knopfler, visto che Reiner era un fan dei Dire Straits e non immaginava un tipo di musica più adatto per la sua pellicola. Knopfler, dopo aver letto il copione, accetta solo a condizione che Reiner inserisca in qualche modo il cappellino che il regista indossava in This Is Spinal Tap nei panni di Marty Di Bergi. È uno scherzo, ma Reiner se la beve: il cappello appare così nella stanza del ragazzino interpretato da Savage e nipote del tenente Colombo, appeso sopra ai pupazzetti dei Masters. Lo si vede nella foto qui sopra.

The Princess Bride arriva in sala il 25 settembre dell’87 (in Italia il 31 marzo dell’anno dopo, con titolo – La storia fantastica – e poster semi-clonati da La storia infinita). Apprezzato dalla critica e con un tiepido successo al botteghino: poco meno di 31 milioni di dollari in Nord America, contro i 16 costati per produrlo e per pagare da bere ad André. È solo nel mercato dell’home video e grazie alle continue repliche televisive che è diventato un cult generazionale, guardato citato all’infinito, da milioni di persone invaghiti di questa storia bizzarra e difficile da inquadrare, in cui l’unica cosa certa è che quello spadaccino spagnolo avrà alla fine la sua vendetta.

“Inconcepibile!”, avrebbe gridato Vizzini, nel constatare l’amore che i fan ancora nutrono, trent’anni dopo, per la pellicola tratta dal libro preferito di Rob Reiner. E “Inconceivable!” è quello che gli grida praticamente chiunque incontri il povero Wallace Shawn, in qualunque luogo o contesto, ancora oggi.

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