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Da David Cronenberg a Jordan Peele: il fascino (e l’orrore) del doppio sul grande schermo

Da David Cronenberg a Jordan Peele: il fascino (e l’orrore) del doppio sul grande schermo

Di Filippo Magnifico

L’idea per questo film è insita nella mia personale paura dei doppelgängers, del gemello maligno. Adoro la mitologia legata all’alter ego e i film che hanno lavorato sul tema, e volevo realizzare una mia versione cinematografica. A spingermi è stata la convinzione che siamo noi i nostri peggiori nemici, un aspetto che tutti noi conosciamo intrinsecamente e nonostante ciò tendiamo a sotterrarlo. Spesso ce la prendiamo con lo straniero, con il diverso, ma in questo film il mostro ha la nostra faccia.

Con queste parole, Jordan Peele ha descritto il ragionamento alla base di Noi (Us), la sua ultima fatica, in arrivo nelle nostre sale il 4 aprile. Il regista dello splendido Scappa – Get Out è tornato dietro la macchina da presa per proporci la sua personale (e inquietante) riflessione sul tema del doppio, proseguendo una lunga tradizione cinematografica che, attraverso nomi come Alfred Hitchcock e David Cronenberg ci ha regalato splendide e inquietanti riflessioni sul tema.

Del resto il tema del doppio (specie se malvagio) ha sempre esercitato un certo fascino su di noi. È possibile trovare testimonianze sull’argomento nell’antico Egitto e nella letteratura greca, senza dimenticare, ovviamente, grandi classici come Lo strano caso del Dr. Jekyll & Mr. Hyde, Il ritratto di Dorian Gray e, per quanto riguarda l’Italia, opere come Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello.

La stessa natura umana è sempre stata rappresentata come doppia, composta da un lato malvagio e da quella “metà oscura” che ha ispirato le pagine di Stephen King e l’omonimo film diretto negli anni ’90 da George A. Romero.
È il principio alla base del concetto di Yin e yang, indubbiamente vero, indubbiamente inquietante.
Perché, che ci piaccia ammetterlo o meno, ognuno di noi è composto (anche) da una dose di malvagità, come ci ha insegnato il “lato oscuro della Forza” di un certo Star Wars.

Dallo Studente di Praga a Norman Bates

E in alcuni casi questo nostro lato malvagio può scindersi da noi, può perseguitarci fino alle estreme conseguenze. Stellan Rye è forse stato il primo a trattare questo argomento nel 1913 con Lo studente di Praga. Nel film un povero studente stringe un patto con il diavolo per amore. Il patto, ovviamente, prevede la creazione di un doppio. Cosa che non si risolverà nel migliore dei modi…

Tra gli esempi più famosi di “doppio cinematografico” troviamo sicuramente La donna che visse due volte, diretto nel 1958 da Alfred Hitchcock, e Psycho, sempre di Hitchcock. Due pellicole che indagano su differenti rappresentazioni del tema del doppio, la prima più concreta, la seconda psicologica.
Norman Bates e Norma Bates, due facce della stessa (folle) medaglia. Due anime che convivono in un unico corpo. Una malvagia e l’altra buona ma completamente sottomessa al lato oscuro, come sanno gli sfortunati ospiti del Bates Motel.

Da Shining agli Inseparabili di Cronenberg, fino a David Lynch

E a proposito di – per citare il titolo di una famosa trasmissione televisiva – “Hotel da Incubo”, come non citare l’Overlook Hotel di Shining, portato sul grande schermo nel 1980 da Stanley Kubrick. L’autore del romanzo da cui il film è tratto, Stephen King, non ha mai gradito il modo in cui l’opera di Kubrick si è allontanta dalla storia originale ma poco importa. Perché si tratta di una pellicola particolarmente suggestiva, in cui il tema del doppio permea ogni singolo frame, a partire dalle gemelline più inquietanti della storia del cinema fino a quella foto finale, che riporta alla mente quel “È sempre stato lei il custode” pronunciato in un bagno sospeso tra sogno e realtà.

Un esperimento per certi versi opposto lo ha realizzato nel 1988 David Cronenberg con il suo Inseparabili. Se nei precedenti film di cui abbiamo parlato si parte dall’individuo per investigare la sua dualità, in questo caso è il doppio, nello specifico due gemelli interpretati da un superlativo Jeremy Irons, a diventare una sola, tragica cosa.

Chi poi si è divertito parecchio a giocare con il tema del doppio sul grande schermo è senza ombra di dubbio Luis Buñuel, che nel 1977, con Quell’oscuro oggetto del desiderio, ha messo in scena la tormentata storia d’amore tra un uomo e una donna interpretata di volta in volta – e apparentemente senza un criterio ben preciso – da due attrici diverse (nello specifico Carole Bouquet e Ángela Molina), che donano allo stesso personaggio due rappresentazioni differenti sia nella forma che nella sostanza.

Visto l’argomento, poi, è praticamente impossibile non citare David Lynch, maestro dell’onirico e del doppio, affrontato in titoli come Strade Perdute, Mulholland Drive e nella serie cult Twin Peaks.

Il doppio come fuga da noi stessi o come magia

Il doppio può anche essere un pretesto per dare sfogo ai nostri istinti più primordiali, a quel lato della nostra personalità che soffochiamo noi stessi. Per vergogna, per timore, per mille altri motivi.

Può essere distruttivo e terrificante, come nel caso del già citato Dr. Jekyll & Mr. Hyde, ma anche per certi versi liberatorio, come nel caso di commedie come Il professore matto. O entrambe le cose, e un esempio perfetto possiamo trovarlo in Fight Club, il film diretto nel 1999 da David Fincher, ispirato all’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. Brad Pitt ed Edward Norton sono il simbolo perfetto di una repressione imposta dalla società che ci circonda, in grado di trovare il suo unico sfogo liberatorio nella follia.

Al contrario, la creazione di un doppio potrebbe anche servire a reprimere la nostra natura malvagia, offrendoci l’occasione per un riscatto personale. È un po’ quello che succede a Doug Quaid, il personaggio interpretato da Arnold Schwarzenegger in Atto di Forza, il cult fantascientifico diretto nel 1990 da Paul Verhoeven. Sperando che non sia tutto un sogno, ovviamente, e chi ha visto il film sa bene di cosa stiamo parlando.

Nel 2006, invece, Cristopher Nolan ci ha mostrato il lato magico del doppio con lo splendido The Prestige, che riflette su temi come sacrificio, ossessione, tutto nel nome dello stupore (e dell’orrore) che può creare un’illusione.

Siamo noi i nostri peggiori nemici

E se c’è una cosa che tutti questi titoli – e molti altri che non sono stat citati – ci hanno insegnato, è che, in fondo, siamo noi i nostri peggiori nemici. È proprio da questo semplice e terrificante presupposto che nasce la storia di Noi di Jordan Peele. Come ha dichiarato lo stesso regista:

A un certo punto mi sono chiesto, ‘Cosa mi spaventa di più in assoluto?’. Nel mio caso è stata l’idea di vedere il mio alter-ego, e cercando di capire le motivazioni di questa paura, quello ho capito è che nessuno vuole mettersi a confronto con le proprie colpe, con le proprie responsabilità, con i propri demoni. Tutti preferiamo guardare da un’altra parte.

Esiste una frase, che è stata più volte attribuita a Stephen King. Al di là della vera paternità, rappresenta la chiusura perfetta per questo discorso:

Smettiamo di cercare i mostri sotto al nostro letto quando realizziamo che sono dentro di noi.

Tanto doloroso, quanto vero.

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