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Guava Island è il manifesto di Donald Glover

Guava Island è il manifesto di Donald Glover

Di Lorenzo Pedrazzi

Era il 2014 quando Donald Glover abbandonò la comedy più bella di sempre per concentrarsi su Childish Gambino, il suo pseudonimo rapper, e nessuno immaginava che sarebbe diventato un fenomeno pop di così grande spessore. Eppure, da quel momento la sua carriera è letteralmente esplosa: Glover ha creato una delle serie tv più acclamate degli ultimi anni, Atlanta, mentre il successo globale di This Is America ha legittimato la sua musica di fronte alle grandi platee internazionali, complice la diffusione virale del videoclip.

Guava Island è frutto delle stesse menti creative, poiché il rapper californiano si è avvalso nuovamente della regia di Hiro Murai, capace di assecondare la sua sensibilità e le sue ambizioni nei due progetti sopracitati. Girato a Cuba in grande segretezza e lanciato a sorpresa su Amazon Prime Video, il film è un mediometraggio che sintetizza bene la “poetica” dell’artista, in modo ancor più esaustivo rispetto a This Is America, nonostante quest’ultimo fosse più tagliente. La trama è piuttosto semplice: Donald Glover interpreta Deni Maroon, musicista sull’isola tropicale di Guava, oppressa da un imprenditore tirannico (Nonso Anozie) che lucra sulla produzione di seta blu, e obbliga i guanesi a lavorare sette giorni su sette. Deni vive con la fidanzata Kofi (Rihanna) e trasmette la sua musica attraverso la stazione radiofonica locale. Quando decide di organizzare un festival per la popolazione di Guava, però, Deni subisce la minaccia del tiranno, preoccupato che i ritmi della fabbrica s’interrompano. Ciò che ne deriva è una scissione tra realtà e utopia, dove Glover mette in chiaro la posizione dell’artista: se vuole cambiare il mondo, quest’ultimo deve ribellarsi al potere e indicare la strada per un modello alternativo, anche a costo di rischiare il martirio.

Guava Island

Guava Island è effettivamente un film politico, nella misura in cui Deni promuove il diritto al tempo libero e alla felicità, in contrapposizione a un sistema capitalista che sfrutta la forza lavoro fino a disumanizzarla. Non siamo così lontani dall’accelerazionismo di cui parlano Nick Srnicek e Mark Williams: l’obiettivo finale è lo stesso (la liberazione dell’uomo dalle incombenze del lavoro), anche se ovviamente Glover non ne fa un pamphlet filosofico – d’altra parte, non è quello il suo ruolo – e si limita a descrivere un generico “sogno” fatto di musica e solidarietà umana. Il risultato, in sostanza, è un album visivo che include gli ultimi brani dell’artista, amalgamati nella narrazione per offrire un commento emotivo, sociale o politico; esemplare il caso di This Is America, che qui ritorna in grande stile come satira del Sogno Americano, tuttora condiviso da molti stranieri che idealizzano gli Stati Uniti.

Purtroppo, l’assoluta centralità di Glover lascia poco spazio a Rihanna, che non canta e non balla mai, ma si limita a ricoprire il ruolo di testimone passiva: chi sperava di assistere a un dialogo di voci e corpi tra i due cantanti resterà deluso, ed è un peccato perché le potenzialità erano notevolissime. Si respira una hybris messianica che ricorda vagamente i lavori di Michael Jackson, ma con maggiore impegno politico e un palese sguardo indie. Non a caso, Murai gira il film in 16mm: la grana grossa della fotografia e il formato 4:3 trasmettono un senso di intimità che cerca di allontanarsi dall’estetica patinata, stabilendo un clima piacevolmente rilassato, atemporale.

Tra camei di lusso (Letitia Wright) e una spiccata autoconsapevolezza, Guava Island è il manifesto creativo di Donald Glover, la sintesi di un pensiero che lo avvicina ad altri artisti afroamericani contemporanei, come Jordan Peele, Chimamanda Ngozi Adichie e Ta-Nehisi Coates: lo scopo è dare voce alle minoranze attraverso l’arte, e denunciare le disuguaglianze (non solo di tipo razziale) tra le righe del proprio operato. Un musical contemporaneo che emana lo stesso fascino del suo autore, il quale però rinuncia al ruolo di lucido osservatore sociale – punto forte di This Is America – per assumere le vesti del profeta, peccando così di ingenuità e protagonismo.

Guava Island

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