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Dopo Loro, parliamo di Noi

Dopo Loro, parliamo di Noi

Di Roberto Recchioni

Ci ho messo una vita a scrivere questa recensione di Noi, tanto è vero che la state leggendo a qualche giorno dall’uscita del film in sala. Il motivo è presto detto: Noi è sicuramente un film sopra la media, e Jordan Peele un’eccellenza e un predestinato a grandissime cose, eppure la pellicola non mi ha convinto appieno. Ma è difficile spiegare perché.
Ci provo prendendola, come ormai di consueto per me, da lontano.
La metafora è uno strumento molto potente e intimamente legato al genere horror. Anzi, si può dire che quasi non ci sia nessuna icona orroristica che non sia una metafora di qualcos’altro, in funzione della cultura e della società del tempo. La Creatura del Dottor Frankenstein? Gli orrori a cui può portare l’ambizione dell’uomo, le insidie della scienza quando non guidata da una morale e, come ciliegina sulla torta, una messa in ridicolo della corrente letteraria del romanticismo. Il Dracula di Stoker? Una critica all’avido imperialismo, una riflessione psicologica sulle pulsioni più animalesche dell’uomo (e della donna). Gli zombi di Romero? A seconda del film sono veicoli per una riflessione sul razzismo, una messa alla berlina del consumismo, un attacco al militarismo, o una amara riflessione sui problemi dell’immigrazione. Godzilla? La minaccia nucleare, da Hiroshima e Nagasaki a Fukushima. Non Aprite quella Porta? La controcultura degli anni ‘70 che viene fatta letteralmente a pezzi dai valori della famiglia tradizionale, conservatrice, disfunzionale e deviata. Il Freddy Krueger di Nightmare? Lo sviluppo sessuale degli adolescenti. L’Invasione degli Ultracorpi? La paura del comunismo nella versione originale, poi tutt’altro nei remake successivi. Lo Xenomorfo della serie di Alien? Il tumore, il Vietnam, la maternità, gli orrori della genetica, a seconda del film. E potrei continuare a lungo.
Un altro strumento che con l’horror ci esce spesso a cena è quello del ribaltamento, il plot twist, quel momento narrativo che, generalmente sul finale della storia, non solo ha la funzione di un colpo di scena ma che opera uno stravolgimento del punto di vista e di quanto dato per assodato fino a quel momento dal pubblico, per inquadrare tutta la vicenda da un’angolazione diversa che ne cambia radicalmente il senso.
Al suo esordio dietro la macchina da presa con Scappa – Get Out, Jordan Peele ha usato straordinariamente bene entrambi questi elementi, costruendo la sua storia sulla base di una metaforona (abbastanza di grana grossa) del razzismo che poi, grazie a un brillante ribaltamento finale, veniva sovvertita, dando allo spettatore un punto di vista inaspettato su un argomento diverso rispetto a quello che poteva credere all’inizio. Il pubblico lo aveva amato, la critica ci era andata in visibilio (quando la critica non si deve sforzare a percepire la metafora sociale in un film di genere ma gli viene sbattuta in faccia, generalmente va in visibilio).
E quindi, con Noi, Jordan Peele lo ha fatto di nuovo. Perché era al secondo film e ha voluto giocare sul sicuro e perché il plauso e le paccone sulle spalle piacciono a tutti.

Ora, della trama del film non si può realmente parlare perché una parte importante del fascino della pellicola si basa sulla scoperta, quindi limitiamoci a dire che Peele gioca nuovamente con una metafora abbastanza telefonata su alcuni problemi della nostra società e che, di nuovo, quando va a stringere i nodi, cerca di ribaltare il punto di vista. O, perlomeno, di scuoterlo parecchio.
Rispetto a Get Out però, qualcosa si inceppa.
E lo fa per due motivi: il primo è di ambizione, perché Peele non si limita a cercare solamente un rimando metaforico ma, ad un certo punto della vicenda, proprio in funzione del ribaltamento, alza il tiro e complica le cose, moltiplicando i temi della pellicola, senza più riuscire a metterne a fuoco bene nessuno. E poi perché, proprio come in Get Out, Peele cerca si sfuggire alla spiegazione “fantastica” per provare a dare una causale pseudo-razionale a tutta la vicenda. Questa volta però, la materia di base è troppo surreale, troppo allegorica, per prestarsi a questo espediente e si incastra male con la visione del regista. Il risultato è un film che, sul piano dello script, è più ambizioso di Get Out ma meno risolto, che gioca benissimo con la paura ma che poi spreca tutto con degli alleggerimenti da commedia non necessari, che vorrebbe essere molto intelligente e acuto e che, invece, appare un poco goffo e balbettante.
Però questa è solo metà della faccenda.
Perché l’altra metà è rappresentata dalla regia di Peele che è, semplicemente, magnifica.


La prima mezz’ora della pellicola è assolutamente straordinaria nella messa in scena prima della tensione e poi dell’orrore. Una roba così ben eseguita, così brillante, così potente, non si vedeva al cinema da decenni. Poi il film si siede sul divano (letteralmente) e le cose diventano più consuete e scontate fino a quando tutto non si rimette in moto e si arriva alla prima esplosione di violenza, che è magnifica. Poi ancora un poco di ordinaria amministrazione che ci porta ad un articolato showdown finale che ha alcune delle immagini più potenti che potrete vedere al cinema quest’anno. E poi la conclusione, che in termini di scrittura non è soddisfacente ma che, per quello che riguarda la regia, dà la paga a tutti.
Quindi, in conclusione, in termini di regia, se Jordan Peele sarà capace di mantenere ed evolvere quanto già ha mostrato, nei prossimi anni avremo un nuovo Steven Spielberg.
Se però si fossilizzerà su un certo tipo di narrazione e non riuscirà a districarsi dalle sue debolezze in fase di scrittura, avremo un nuovo Shyamalan. E per quanto si possa voler bene all’autore indiano, basta e avanza lui.

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