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StreamWeek: Il Nome della Rosa è una bella fiction rai, non una gran serie HBO

StreamWeek: Il Nome della Rosa è una bella fiction rai, non una gran serie HBO

Di Michele Monteleone

Questa che vi propongo nella mia consueta rubrica, è una splendida settimana di streaming dedicata, alla diversità e alla stramberia, un’esaltazione di un’umanità spesso taciuta o lasciata in ombra nelle retrovie. Per questo qui sotto vi consiglio Il lato Positivo che esalta la diversità fino a farla diventare la bandiera dei suoi protagonisti, Losers che celebra i perdenti, After Life che trova una via tortuosa per aprirsi al mondo e agli altri attraverso il cinismo e la rassegnazione. Una settimana piacevole in cui l’unica nota stonata è stata la prima, bruttina, puntata de Il Nome della Rosa, ma ne è uscita una sola puntata, c’è ancora speranza.

Non capita spesso di consigliare un film che non ci è piaciuto, anzi messa così, mi direte, non capita e basta. Eppure ci sono film che anche se alla fine falliscono nello scopo, hanno nella loro costruzione una vittoria sopita. Mi spiego prima di diventare eccessivamente sibillino: sto per parlare de La cura dal benessere l’ultimo film di Gore Verbinski. Del film non c’è nessun singolo elemento che non mi piaccia (tranne forse uno sviluppo di trama prevedibile), mentre invece ce ne sono molti che mi esaltano. In primis una regia e una fotografia che, non sarà una sorpresa per nessuno degli appassionati del regista, riesce a incantare con un formalismo e un rigore essenziali, ma anche a stupire con una serie di splendide soluzioni ardite. L’estetica che pervade il film è fredda, glaciale, composta e allo stesso tempo incredibilmente affascinante. Il protagonista è interpretato da Dane Dehaan che riesce a essere algido e “marcio” al punto giusto per una storia lovecraftiana e inquietante. Tutto nel film, compresa una meravigliosa campagna marketing e un titolo interessantissimo (La cura dal benessere è davvero un gran titolo), dovrebbe concorrere a creare un gran film. E invece non è così. Purtroppo la somma delle parti in un film evidentemente con gode della proprietà associativa e, alla fine della storia si esce dalla visione parzialmente insoddisfatti, ma, come dicevo all’inizio, ci sono film che non mi sono piaciuti, che però mi sento ugualmente di consigliarvi per meriti esterni al mio gusto e questo è uno di quelli.

Sempre su Netflix vi consiglio di recuperare un classico come Taxi Driver in cui Robert De Niro si consacra come stella del firmamento Hollywoodiano e Paul Shrader va a finire nell’olimpo degli sceneggiatori. La storia di un veterano del Vietman che, a New York, guida un Taxi e non dorme, alla costante ricerca di uno scopo nella vita dopo la fine della guerra. Uno scopo che gli sfugge dalle mani insieme a una relazione con una donna, precipitandolo in un baratro che non può scalare per tornare all’aria.

Non vi consiglio spesso film su RaiPlay (soprattutto perché la piattaforma è una delle peggiori opere di informatica di sempre), ma ho intenzione di invertire questa tendenza. Oggi infatti vi segnalo un classico L’uomo che volle farsi Re, uno dei miei film preferiti in assoluto, ispirato a un racconto di Rudyard Kipling (che appare come personaggio nel film con il viso di Christopher Plummer), interpretato da due giganteschi Sean Connery Michael Cain diretto dal dio del cinema John Huston. Già solo l’elenco dei nomi coinvolti fa tremare i polsi, ma poi il tutto si concretizza in un film sull’amicizia, sulla fratellanza tra uomini e sulla più pura e appassionata ricerca per l’avventura che, come dicevo prima, ne fa uno dei miei film preferiti di sempre.

Chiudo segnalandovi che su Infinity hanno caricato Collateral che, come quasi tutti i film di Michael Mann, se ne frega altamente della storia, mettendo in campo però una visione tanto potente da far tremare le gambe. Tra l’altro Tom Cruise bianco è davvero figo.

Ogni settimana seleziono per voi tre visioni imprescindibili, non sono sempre i migliori usciti (anche perché se una settimana caricano Quarto Potere, non potrei mai dirvi che l’ennesima serie di supereroi con gli effetti visivi realizzati con paint, è meglio), ma sono sempre le serie o i film più attesi, chiacchierati, snobbati o anche solo criticati degli ultimi sette giorni. O semplicemente quelli che piacciono più a me.

Il Lato Positivo (Netflix)

Ci sono delle storie che, se raccontante ai minimi termini di un riassunto, vengono radicalmente snaturate, storie che incasellate in un genere, stanno strette. Una di queste è certamente Il lato positivo. La storia di Pat (Bradley Cooper), appena dimesso da una clinica psichiatrica, ossessionato dal riconquistare la sua ex moglie, e Tiffany (Jennifer Lawrence) giovanissima vedova con una pesante storia di dipendenza da psicofarmaci e sesso che chiede all’uomo di aiutarla a vincere un concorso di ballo in cambio della sua intercessione con la moglie, potrebbe a tutti gli effetti essere una comune, banale, commedia romantica americana. E invece non lo è, anzi non ci somiglia neanche un po’. Infatti tutti gli stilemi della romcom vengono ribaltati in favore di una storia in cui due parie, due folli, si trovano l’un l’altro e non cercano la normalizzazione (spesso proposta in questo tipo di film come unico viatico per la popolarità e l’inclusione in società), ma piuttosto l’accettazione della loro diversità. Il balletto finale, scoordinato, strambo e, a suo modo, incredibilmente romantico, è una spettacolare celebrazione di questa loro nuova consapevolezza. Essere strani non è una colpa.

After Life (Netflix)

Non c’è nessuno in grado di farti del male quanto un bravo comico. Questa una massima facilmente applicabile al lavoro di Ricky Gervais, uno dei comici inglesi più caustici che abbia mai calcato le sene. Gervais ha la capacità quasi disumana di farti ridere a crepapelle facendoti vergognare come un cane per via della scorrettezza della battuta appena fatta, o per l’incredibile disagio empatico provocato dalle situazioni raccontate. In After Life scrive e interpreta Tony, un uomo che sta affrontando la perdita della moglie morta a causa di un cancro al seno. La frase di lancio della serie è Hell is Other People (l’inferno sono gli altri), ma la verità è che Tony nel pieno della sua spirale autodistruttiva, carico di cinismo e disfattismo, in realtà inizierà, proprio in questo momento difficile a scoprire gli altri. L’umanità del personaggio, messa a nudo dal dolore e dalla perdita, è straziante e toccante, ma non in maniera sterile e ossessiva. After Life non ti fa mai male gratuitamente, è scostante e spigolosa quanto il suo protagonista, ma poi finisce per conquistarti e commuovere. Probabilmente una delle serie migliori che vedrete quest’anno.

Il nome della Rosa (RaiPlay)

In questi anni ho seguito con piacere un’evoluzione delle fiction Rai. Mi riferisco per lo più a prodotti come Non UccidereIl Cacciatore Rocco Schiavone. Ultimamente poi la coproduzione dell’Amica Geniale con HBO ha definitivamente consolidato questo trend positivo. Eppure devo dire che in ognuno di questi casi, alle lodi verso l’evoluzione della fiction Rai verso un approccio qualitativamente superiore al passato (peggio era davvero difficile fare), si univa sempre un’appendice: bello per essere una serie italiana. In ognuna delle serie citate infatti c’era qualcosa della vecchia guardia (quella che produce solo vite dei santi con la fotografia smarmellata), nel ritmo della narrazione, nelle interpretazioni eccessivamente enfatiche degli attori protagonisti, in una regia spesso pigra e senza nessuna invenzione. Vorrei davvero aver cominciato questo discorso per dirvi che Il Nome della Rosa fa eccezione a questa regola, ma vi mentirei. Un episodio è ancora poco per giudicare definitivamente, ma le scene tutte illuminate nella stessa maniera, il ritmo soporifero, e una regia piattissima, non fanno ben sperare. Sul piano del contenuto poi, purtroppo ho un paio di magagne da segnalare, due modifiche alla storia originale che ho trovato imperdonabili. La prima è la perdita dell’unità di luogo, uno dei punti di forza del libro: la storia si apre e si chiude nell’abbazia, mentre qui gli viene aggiunto un prologo abbastanza inutile e delle scene dedicate a Bernando Gui che risultano altrettanto superflue. Detto questo, l’abbandono dell’unità di luogo, è una piccolezza in confronto al fatto che hanno fatto di Guglielmo da Baskerville, il nostro Sherlock, un santo che bacia i lebbrosi quando la sua è evidentemente la vocazione di un uomo politico, di una mente analitica applicata alla fede. Devo dire che per ora, della serie, si salva solo un’ottima interpretazione di John Turturro, ma vedremo e vi terrò informati.

E, come tutte le settimane, siamo arrivati all’ultima parte della rubrica dedicata a una chicca, a un contenuto che probabilmente vi siete persi nell’uragano di novità con cui veniamo bombardati.

Losers (Netflix)

In un mondo in cui si premia solo il progresso, da una società, come quella americana, che esalta solo i vincitori, una serie sugli sconfitti. I protagonisti di Losers, la serie di brevi documentari di Netflix, sono degli spettacolari perdenti, sportivi di ogni genere, dal calcio al golf, dal pugilato al Curling, che si sono trovati a un passo da fama e gloria, ma poi hanno fallito. Sportivi perdenti che hanno però trovato una dignità e una dimensione anche nel fallimento. Trovo che, oltre ad essere spassosi, avere un ottimo ritmo anche grazie a dei begli inserti animati con pochi colori e un segno grafico molto accattivante, questa serie di corti sia anche molto importante a far capire che il fallimento non è la fine di tutto. Se ci pensate, per essere una società che ripete costantemente che sbagliando si impara, non sono molte le storie di fallimento che raccontiamo e, proprio per questo, molti delle vicende narrate in Losers, vi sorprenderanno. Proprio perché siamo abituati a vedere sempre trionfare i protagonisti nella narrativa.

Alla prossima settimana, miei fedeli bingewatchers: se vi è piaciuto qualcuno dei consigli che vi ho dato, se volete segnalarmi qualcosa che mi sono perso o se volete suggerirmi qualcosa di cui discutere la prossima settimana, vi invito a commentare l’articolo. La vostra guida allo streaming compulsivo è sempre disponibile!

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