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20 anni di Matrix, il nostro ricordo

20 anni di Matrix, il nostro ricordo

Di Redazione SW

Il 31 marzo 1999 arrivava nelle sale americane Matrix. Il film diretto da Lana e Lilly Wachowski, vincitore di ben 4 Oscar, ha segnato un’epoca, ha avuto un innegabile impatto sia sul mondo dell’industria cinematografica che della cultura di massa. Ha anche dato il via ad una trilogia che indubbiamente si è persa durante il suo percorso.
Sono passati vent’anni. Cosa è rimasto, oggi, di Matrix? Qual è il nostro ricordo? Abbiamo deciso di rispondere a queste domande, coinvolgendo la redazione di ScreenWeek.it e alcune guest, voci famose del web che, nel bene e nel male, hanno offerto la loro personale visione di Matrix.

Roberto Recchioni – Matrix: uno di quei momenti irripetibili della storia del cinema

Era il 1998.
Io avevo venticinque anni e stavo cominciando sul serio a vivere delle cose che scrivevo e disegnavo. All’epoca, avevo un amico di quelli sempre un passo avanti in fatto di cinema e che, nel cinema, già ci lavorava. Qualche anno prima, quell’amico mi aveva portato a un’anteprima privatissima per farmi vedere un film sconosciuto che, a detta sua, avrebbe fatto botto. Si trattava del Corvo e, sì, insomma, il mio amico aveva avuto ragione. Sempre lui, mi aveva passato le prime VHS dei film di John Woo e Ringo Lam e mi aveva fatto conoscere la magnificenza del cinema cinema di Hong Kong dei primi anni novanta. Era, insomma, uno che aveva le antenne dritte e ci vedeva lungo. In quel 1998, il mio amico, era fomentatissimo per l’arrivo di un film che, secondo lui, avrebbe cambiato tutto, una pellicola talmente diversa e dirompente che l’immaginario collettivo, dopo la sua uscita, sarebbe cambiato per sempre. A starlo a sentire mentre fumava una delle sue mille sigarette e sproloquiava esaltato, sembravamo alla vigilia dell’arrivo di un nuovo Star Wars e di un nuovo Blade Runner ma mescolati assieme. Io ero scettico. Non perché non ritenessi interessanti i fratelli Wachowski (la loro pellicola di esordio, Bound, mi era piaciuta parecchio) ma mi sembrava improbabile una tale rivoluzione in un mondo del cinema che, sotto il profilo dell’immaginario, mi appariva sempre più piatto e omologato. Io mi sbagliavo e il mio amico aveva ragione. Vidi Matrix in anteprima. Ne rimase folgorato ma non ne parlai con nessuno, perché non aveva senso stare a cercare di spiegare un film la cui piena portata poteva essere capita solo se visto. Quando arrivò regolarmente nelle sale, andai a rivederlo una prima volta da solo, nel giorno dell’uscita, al primo spettacolo. E visto che ero lì, comprai una dozzina di biglietti per lo spettacolo serale, a cui trascinai tutti i miei amici. Quell’anno credo di aver visto Matrix almeno una ventina di volte e quando è uscito il DVD (il primo DVD che abbia mai comprato) ho letteralmente consumato la traccia 49 (quella che inizia con un poliziotto che chiede a Neo se ha qualcosa da dichiarare). Non l’ho amato, l’ho sezionato, scomponendolo in tutte le sue parti e risalendo all’origine di ognuna. Non c’è un singolo elemento realmente originale nel film, uno che non derivi da qualcos’altro. La trama è un miscuglio di cose assemblate assieme, dai romanzi di Philip K. Dick al Doctor Who, dagli Invisible di Grant Morrison al Ghost in the Shell di Masamune Shirow. Sorvolando su William Gibson e il suo Neuromante. Il look dei personaggi e lunghe scene di combattimento sono rubati a Black Mask di Tsui Hark. Persino il “bulett time di Matrix” non è di Matrix ma è stato rapinato (assieme a tutti il terzo atto) dal primo capitolo di Blade. Eppure, nonostante tutti i suoi debiti, Matrix è stato esattamente quello che il mio amico aveva promesso: Blade Runner e Star Wars, assieme. Il suo impatto culturale è stato deflagrante e, per anni, non si è potuto fare altro che “fare come Matrix” o “fare diversamente da Matrix”. Poi sono arrivati gli altri due capitoli e hanno rovinato un poco tutto ma quel primo film, quel primo film è stato uno di quei momenti irripetibili della storia del cinema. E oggi, vent’anni dopo, ancora mi vengono i brividi a sentire le parole: “Conosco il Kung Fu”.

Michele Monteleone – Matrix: una fucilata in petto

Vent’anni fa avevo dodici anni e internet non era tanto diffuso e accessibile. Quindi, visto che a dodici anni solitamente non si legge critica cinematografica e nessuno avrebbe posseduto uno smartphone per almeno altri nove anni, andai al cinema a vedere Matrix senza saperne assolutamente nulla. L’impatto della scoperta fu paragonabile a una fucilata in petto. Impossibile da schivare anche con il bullet time. Mio padre spesso mi racconta che vedere Star Wars al cinema fu un punto di svolta per lui, che da quel momento in poi i film erano diventati qualcos’altro per la sua generazione, che quello che era possibile aspettarsi dalle nuove uscite era radicalmente cambiato. Matrix significò la stessa cosa per la mia di generazione, ampliò gli orizzonti del cinema verso nuove dimensioni di stupore e meraviglia.

Doc Manhattan – Matrix: un fortunato frullatone

Non sono mai stato un fan di Matrix. Non lo ero vent’anni fa, men che meno lo sono ora, invecchiata per com’è invecchiata l’estetica del film delle sorelle Wachowski e di tutto il cinema sci-fi che ha seguito a ruota l’enorme successo della loro pellicola.

Non che non l’abbia trovato, ai tempi, un film divertente e visivamente pazzesco, chiaro. È solo che conoscere bene tante delle fonti saccheggiate dai suoi autori e riproposte in un mirabile esercizio di frullato dal nome nuovo e scintillante mi ha impedito, sin dal primo istante, di riconoscere in Matrix il capolavoro che tanti altri ci vedevano dentro. Il salvatore della fantascienza tutta, il nuovo millennio del cinema del futuro arrivato con un anno di anticipo.

Probabilmente è perché mi piace un altro tipo di fantascienza, una che non sia tutta effetti speciali incartati in un po’ di suggestioni religiose e filosofiche riassumibili nel Bianconiglio di Alice. Probabilmente è perché avevo letto già da anni Negromante, Ubik e i fumetti di Morrison, visto e rivisto Ghost in the Shell e i film di arti marziali anni ’90 di Jet Li. O Dark City di Proyas l’anno prima.

Era già uscito da qualche giorno, Matrix, quando andai a vederlo. Mi avevano promesso le porte spalancate su una nuova dimensione, restando sul tema delle pillole colorate: ci trovai una storia già letta e riletta, anche in un fumetto italiano che mi piaceva molto (Hammer), resa figa dal bullet time, dagli occhialini e dagli spolverini di pelle. Da quel cool di fine secolo che oggi è troppo recente per creare nostalgia e non dare fastidio.

C’era stato del merito, certo, nel ridurre a uno tutti quegli spunti e nel farlo prima di altri. Nel trarne un film che – piaccia o meno – ha segnato un’epoca e infilato quel dannato bullet time ovunque, in qualsiasi media, un altro po’ e pure negli audiolibri per anziani o nei libri pop-up per bambini. Ma aspettavo al varco The Wachowskis, chiedendomi se dopo il fortunato frullatone sarebbe arrivato qualcosa di altrettanto importante. Se dopo le limonate di Jennifer Tilly e Gina Gershon in Bound – Torbido inganno, avessero davvero scoperto l’eden della nuova fantascienza.

E invece sto ancora ridendo per Matrix Revolutions e Jupiter Ascending.

Luigi Toto – Matrix: qualcosa di nuovo

Quando è uscito Matrix avevo 9 anni. La mia vita era già fortemente incentrata sul mondo delle serie tv e del cinema. Ricordo esattamente il momento in cui vidi per la prima volta il film delle Wachowski. Era in VHS (mi sento vecchio). Forse non ero ancora maturo abbastanza per capire l’incredibile impatto che avrebbe avuto e la bellezza – sia a livello tematico che tecnico – del film, ma ricordo di aver pensato che fosse qualcosa di nuovo, di unico, di mai visto prima. E se pensiamo al cinema di oggi è dire molto. Raramente abbiamo questa sensazione, raramente andiamo in sala, o mettiamo un Blu-Ray e ci rendiamo conto di essere di fronte a qualcosa di diverso. È una sensazione che svanisce sempre di più. Quindi te lo ricordi quando vedi qualcosa che non somiglia a niente. E sì, per me, Matrix non somigliava a niente in quel momento. Ed è una sensazione bellissima, una sensazione che da appassionato di serie tv paragono al pilot di Lost, quel momento in cui cambia tutto, quel momento in cui dici “sì, questo film/questa serie tv cambierà le cose“.

Nanni Cobretti – Matrix: la carbonara con la panna e i funghi

Non ci giro attorno e dico quello che tanti potenziali snob ormai ripetono alla noia da anni: quando uscì Matrix venivo già da anni di immersione stupefatta nel cinema action di Hong Kong. Forse suona meno snob se ammetto di aver scoperto John Woo non tanto per le mie abituali esplorazioni avventurose nelle cinematografie non occidentali, ma perché sei anni prima che uscisse Matrix aveva diretto Senza tregua, un film con Jean-Claude Van Damme che mi aveva lasciato letteralmente con la mascella a terra. Da lì recuperai il resto, e mi si aprì un’intero nuovo modo di gestire il genere action. Per cui non ci potevo fare niente: andai a vedere Matrix il primo giorno, fuori da qualsiasi hype, e mi sembrò molto carino ma, a confronto con la roba da cui chiaramente prendeva spunto, niente per cui strapparsi i capelli. Dopo l’ondata di hype gigantesco mi venne addirittura lo scrupolo di tornarci per essere sicuro che non mi fosse sfuggito qualcosa, ma onestamente: no. In quanto a coreografie action, Matrix aveva imparato una lezione che erano anni che aspettavo che qualcuno cogliesse anche fuori dall’Oriente, ma ci aveva applicato sopra un effetto plasticoso che ne pompava l’estetica e ne mortificava l’impatto, e ci aveva aggiunto sopra un mix di sci-fi e filosofia che bombardava di stimoli senza coprire la sostanza. Era la carbonara con la panna e i funghi. 
Matrix è stata l’espressione definitiva delle sorelle Wachowski al cinema: due autrici da sempre attentissime alla cinematografia mondiale e all’avanguardia tecnica molto più della media dei loro colleghi, capaci di intuizioni ambiziose e interessanti ma non sempre di tenerle sotto controllo, che in questa occasione azzeccarono la ricetta giusta al momento giusto fulminando una generazione di spettatori colti di sorpresa. Matrix, anche al di là di un fattore wow a cui ero purtroppo immune, era pieno di spunti notevoli che meritavano approfondimento, ma nella cieca Hollywood finì per lanciare solo mode terribili e terribilmente durature: il look nero lucido e l’uso invasivo di effetti digitali nei combattimenti marziali. Per cui insomma, non ci posso fare niente: istintivamente, oggi nei suoi confronti nutro principalmente rancore e faticosa sopportazione. Se non altro nella vita sono riuscito a godermi Star Wars a digiuno da Kurosawa, per cui mi sento pari. Ma soprattutto: diamine quanto vorrei che oggi il cinema offrisse più avventurose carbonare coi funghi e meno insipide pizzette surgelate.

Lorenzo Pedrazzi – Matrix: il risveglio da un brutto incubo

Avevo 14 anni quando Matrix uscì nelle sale. Ricordo che i telegiornali – sbalorditi come bambini davanti ai fuochi d’artificio – mostravano a ripetizione le scene con il bullet time per dimostrarne la spettacolarità, quando ancora il digitale era un’arcana magia per lo spettatore comune, prima che la diffusione globale dei DVD squarciasse il velo di Maya. Spesso andavo al cinema con un’amica d’infanzia che condivideva la mia passione per la fantascienza, il fantasy e tutto ciò che in seguito avremmo collocato nell’immaginario nerd, ma che all’epoca erano solo un mucchio di robe fichissime su mondi lontani e futuri distopici, poteri straordinari ed eroi disposti al sacrificio: non avevamo ancora coscienza delle categorizzazioni sociali, e francamente era meglio così.

Lo andammo a vedere in un pomeriggio soleggiato di maggio, appena dopo l’uscita. Per un ragazzino che non aveva ancora letto Philip K. Dick né visto i wuxia, fu una rivelazione: riemersi dalla sala con i combattimenti di kung-fu che mi scorrevano in testa a ciclo continuo, mentre l’idea di una realtà fittizia, costruita a nostro uso e consumo, rievocava curiosamente alcune mie fantasie infantili. Col tempo ho imparato a vedere Matrix in prospettiva, poiché l’esperienza e la conoscenza affinano le capacità di giudizio, ma il mio apprezzamento per il film non è cambiato. Forse l’opera di Lana e Lilly Wachowski non è stata rivoluzionaria in senso assoluto, eppure bisogna riconoscerne l’originalità in termini di contaminazione, e la grande influenza sul cinema delle attrazioni. All’improvviso, i film hollywoodiani cominciarono a popolarsi di cappotti neri svolazzanti, occhiali scuri, coreografie elaboratissime e scene in slow motion, mentre Matrix diventava un franchise cross-mediale diviso tra cinema, fumetti, corti d’animazione, merchandising e videogiochi. Gli effetti sull’estetica, la moda, il design e persino la nascita di un culto religioso (il Cammino dell’Eletto) promossero Matrix a nuovo fenomeno pop globale, apparentemente destinato a raccogliere il testimone di Guerre stellari nel nuovo millennio. In effetti, l’operazione creativa delle sorelle Wachowski non è così diversa da quella di George Lucas: sintetizzare un vasto immaginario all’interno di un prodotto originale, compendio delle passioni dei suoi autori. La differenza è che Lana e Lilly appartengono a una generazione successiva, dove la dittatura del post-moderno è ancora più pressante; di conseguenza, il loro pastiche è molto più magmatico, e si nutre di suggestioni tratte da Philip K. Dick, Jean Baudrillard, Platone, gli anime, i manga, il cyberpunk, le distopie, i film di arti marziali, i gangster movie di Hong Kong e molto altro, condensati armoniosamente in una trama che non riconosce tutti i suoi debiti narrativi (tra i quali c’è anche Doctor Who).

Il risultato finale conserva tuttora un grande fascino, ed è indispensabile per decifrare l’evoluzione dei blockbuster contemporanei: in fondo, l’impianto spettacolare di Matrix e le sue ibridazioni col digitale sono riscontrabili ancora oggi nei tentpole che dominano il mercato, cinecomic compresi. Il franchise stesso, però, si è spento nel corso degli anni, perdendo nettamente la sfida con l’immortale Star Wars. Cos’è andato storto? Il punto è che i due sequel – forse criticati anche ben oltre i loro veri difetti – non hanno soddisfatto nemmeno i fan più hardcore, fallendo quindi nell’intento di radicare Matrix come una grande “saga” generazionale, più che come un singolo cult. Inoltre, le potenzialità di espansione erano oggettivamente inferiori: il suo universo narrativo non era altrettanto vasto, e non godeva di una grandissima varietà tonale, cromatica e atmosferica. Era anche meno adatto al pubblico infantile, i cui gusti orientano i consumi, e quindi favoriscono o condannano le ambizioni cross-mediali dei franchise. Ma se parliamo di influenza sull’industria cinematografica e sull’immaginario collettivo, Matrix resta uno dei principali esempi di convergenza culturale degli ultimi vent’anni, nonché l’ultimo scaturito da una sceneggiatura originale (cioè, non adattata da un’opera preesistente). Così facendo, Matrix ha trasceso il suo contesto di partenza per sconfinare in altri campi, e ci è riuscito per mezzo di una storia ben poco rassicurante, forse profetica. Quando uscì dalla sala, il me stesso quattordicenne non poté fare a meno di sentirsi vagamente inquietato… come al risveglio da un brutto incubo.

Filippo Magnifico – Matrix: il piacere di una scatola chiusa

Avevo 17 anni quando Matrix faceva il suo ingresso nelle sale italiane. L’unica cosa che sapevo all’epoca era che sarei diventato un rock star (già, come no…).
Il cinema mi piaceva ma non era ancora una vera e propria passione. Conoscevo Keanu Reeves perché era stato il protagonista di due film che consideravo (e in realtà considero ancora oggi) particolarmente cazzuti: Point Break e Speed.
Non conoscevo Lana e Lilly Wachowski – che all’epoca erano Andy e Larry Wachowski ma questo non è decisamente rilevante – e non sapevo assolutamente nulla del loro film.
Ricordo però un amico, arrivato da me dopo la visione completamente allucinato. Diceva cose come “quel film è un’esperienza, devi assolutamente vederlo“.
Ma in realtà non mi ero mai fidato dei suoi gusti. Quelle parole, quindi, furono accolte da un “Ma dai, allora lo recupero al più presto!” non troppo convinto.
Ma, come ho già detto, all’epoca il mio unico e solo interesse era la musica. Quel mio amico lo sapeva bene e riuscì a convincermi elencando parte degli artisti coinvolti nella colonna sonora. Nomi come Marilyn Manson, Ministry, Prodigy, Rob Zombie, Deftones, Rage Against the Machine.
Per me era la compilation perfetta e secondo un ragionamento che ora mi risulta alquanto contorto ricordo di aver pensato: “Con questa colonna sonora deve essere sul serio un film cazzuto“.
Insomma, sono andato a vedere Matrix, senza sapere assolutamente nulla. E, inutile dirlo, sono rimasto colpito. E parecchio anche.
Sembrava qualcosa di completamente nuovo, in grado di riassumere alla perfezione tutto quello che cercavo in un film. E lo faceva benissimo.
Passati vent’anni e recuperati gran parte dei titoli senza i quali Matrix non sarebbe mai esistito, il suo fascino è sicuramente diminuito. E a dirla tutta ci hanno pensato le stesse Wachowski a diradare quell’alone mitico che avvolgeva il film, con due sequel realizzati al massimo delle possibilità ma decisamente sottotono.
Ma non smetterò mai di essere legato a quel film.
Perché è stato in grado di spalancare le porte verso un universo cinematografico che all’epoca ignoravo del tutto (io come gran parte di Hollywood, a quanto pare).
Ma soprattutto perché, per quanto mi riguarda, ha rappresentato l’ultima volta che ho visto un film completamente a scatola chiusa, in un periodo in cui i social network erano solo un miraggio e la sorpresa poteva ancora essere una componente del cinema.
Mi manca parecchio quel periodo.

Marco Lucio Papaleo – Matrix: Il mito della caverna… e della sala cinematografica

Il film-simbolo del passaggio da un millennio a un altro. Per me Matrix è e resterà, quantomeno, questo. L’unico film (insieme a Ritorno al Futuro) per il quale ritengo assurda anche solo l’idea di un remake, perché troppo legato a un esatto momento storico. Ero appena maggiorenne quando Matrix uscì al cinema, mi ero appena trasferito a Roma e, be’, è quel periodo della vita in cui ti senti invincibile, pronto a lanciarti in mille cose e scoprirne altre diecimila. Tra queste, arrivava il cinema, vissuto per le prime volte con occhio critico, da appassionato. E ce n’erano, di cose da attenzionare in quel film così caleidoscopico e ammaliante. All’epoca il massimo che potevi fare per farti una cultura cinematografica era andare spesso al cinema e spararti tanti DVD, ma non c’era un decimo della possibilità di fruizione che c’è oggi, e per forza di cose Matrix aveva sicuramente qualcosa di sconvolgente da mostrarti, per quanto non necessariamente fosse qualcosa di originale… ma tu non lo sapevi. Sì, a seconda della tua nicchia culturale di riferimento ti rendevi conto delle influenze (personalmente, quelle da fumetti, comics, manga e anime) però non ti dava neanche fastidio, non lo vivevi come un riciclo svilente ma, anzi, quanto un potenziamento e uno sdoganamento. Altri tempi, ragazzi, sotto tanti punti di vista, ci sarebbe da scriverci un libro per quanti spunti intravedo.
Per certi versi i/le Wachowski hanno fatto quel che ha fatto Tarantino: hanno preso elementi di grande impatto visivo e culturale da generi appartenenti a quella che veniva considerata “cultura bassa” innalzandoli a esempio di genio fulgido e “fresco”, anche se in realtà era tutta roba scongelata, dalle tematiche alle tecniche. E da lì in poi ecco arrivare l’uso e l’abuso di cose come il bullet time, come non era riuscito a nessun precedente utilizzatore della tecnica. E con la differenza che, mentre Tarantino era già affermato e riconosciuto come “autore”, la Wachowski factory era la fabbrica di Willy Wonka del blockbuster d’intrattenimento perfetto, e Matrix era il ‘succhia succhia che mai si consuma’ offerto al pubblico dell’epoca. Un intrattenimento con un cuore, certo, fatto di suggestioni filosofiche, visioni artistiche concrete oltre al verde del linguaggio binario e delle compilation di “rock da fomento”. Ma pur sempre una -quasi, visti gli zoppicanti risultati degli esponenti successivi del franchise- perfetta macchina da soldi, tra i primi veri esempi di progetto cross-mediale e tra gli ultimi di grande saga autonoma e “originale” (non direttamente legata a precedenti opere di fiction) insieme a Fast & Furious.
Matrix ha scoperchiato un vaso di Pandora, riportando il racconto ai tempi del mito e rinverdendone alcuni, come quello della Caverna. E, metaforicamente, forse noi stessi primi fruitori appassionati di questo grande classico, tramite il quale abbiamo almeno in parte imparato ad amare e scoprire il cinema, siamo come gli uomini nati nella Caverna, che hanno conosciuto prima le ombre e, solo dopo, l’essenza originale delle cose. Ma quanto erano belle, impressionanti e avvincenti le ombre!

Andrea Suatoni – Matrix: un capolavoro senza scadenza

Al tempo in cui uscì Matrix al cinema – io lo vidi per la prima volta pochi mesi dopo, in videocassetta (!!!) – non conoscevo ancora le sorelle Wachowski, e non potevo essere conscio di qualcosa che lego oggi ad ogni loro produzione, cinematografica o televisiva: l’estrema delusione.
Quel tipo di delusione data solamente da qualcosa di cui prima ci si innamora alla follia, ma che poi con il tempo riesce ad autodistruggersi, lasciando solamente il ricordo di ciò che di bello c’era all’inizio. Fu così per Matrix, che vidi senza alcuna aspettativa spinto da amici che lo ritenevano un capolavoro e che mi conquistò immediatamente, fu così per Sense8 (l’ultima opera delle Wachowski che mi è passata davanti agli occhi): produzione dagli incipit fenomenali, temi, immagini e personaggi capaci di ammaliare immediatamente, ma che poi finiscono per cambiare completamente struttura e tono, lasciando spiazzati. Dai terribili sequel di Matrix al film finale di Sense8, Lana e Lilly alla fine riescono sempre a rovinare tutto (paradigmatico il film Cloud Atlas, in cui tale parabola ascendente e discendente riesce a risolversi addirittura all’interno di un singolo lungometraggio).
Al tempo, dicevo, fui uno dei tanti adolescenti letteralmente folgorati da Matrix. Non ne conoscevo le influenze, non avevo riconosciuto quelli che oggi forse chiamerei quasi “plagi”, non mi ero reso conto della mancanza di novità delle tematiche trattate e dei vari difetti tecnici che la mia pignoleria odierna non riuscirebbe a tollerare (lo ammetto, una serata al cinema con me non è un’esperienza leggera): non solo era un film perfetto, originale, fuori dal coro, ma era riuscito anche a farmi mettere in dubbio la realtà stessa delle cose.
Da ragazzini tutti ci siamo interrogati sulla reale possibilità di vivere in un mondo “fasullo” alla Matrix
Oggi però non riesco a vedere Matrix se non come un franchise dalle grandi potenzialità rivelatosi tuttavia, sul lungo periodo, fallimentare. In parte per i motivi di cui sopra, in parte perché credo che nonostante sia riuscito ad influenzare gran parte della cinematografia immediatamente successiva ad esso, non sia riuscito poi a rimanere, almeno per me: è infatti forse l’unico fra i film che più ho amato da ragazzino al quale non riesco a regalare uno sguardo nostalgico.
Di contro, ammetto che sicuramente sarei molto incuriosito dalla possibilità di un remake. Che probabilmente però, non arriverà mai.

Marlen Vazzoler – Matrix: invecchiare con stile

Non mi ricordo quando, come o con chi ho visto Matrix. Sono passati troppi anni e troppi film da allora. La pellicola delle sorelle Wachowski mi era piaciuta, questo sì, mi aveva colpito. Il film aveva diversi elementi che adoro: le arti marziali, che stavo praticando in quel periodo, la fantascienza e Keanu Reeves.

Visto che non potevo contare sui miei ricordi, in questi giorni ho rivisto Matrix ben due volte e devo dire che:
-il film è forse più attuale adesso che nel 1999. A differenza di Neo non viviamo una ‘vita illusoria’ in Matrix ma sulle piattaforme social. Invece degli agenti, abbiamo a che fare con gli algoritmi e sinceramente credo che preferirei Smith (anche in versione virus) a un algoritmo in qualsiasi momento.
-I computer. Non sono un asso della programmazione, ma il codice un po’ lo mastico. Ogni volta che vedo qualcosa ambientato nel mondo informatico lo guardo con un po’ di apprensione, perché so che farò delle smorfie ogni volta che verrà mostrato o detto qualcosa di errato. Anche Matrix non sfugge agli imbellimenti hollywoodiani e devo dire che ho riso parecchio.
-Io conosco il kung-fu. Le coreografie dei combattimenti sono ancora oggi uno spettacolo per gli occhi nulla da dire in merito. Per quanto riguarda le scene d’azione, trovandoci in Matrix l’esagerazione è normale, logica, quindi la quantità incredibile di proiettili usati ci sta. Tutti quei rallentamenti invece stufano e non creano più quella sensazione di spettacolarità.
-Da Ghost in the Shell a Sergio Leone. La contaminazione, le influenze, il meta-testo ovvero la meta-testualità, sono gli elementi caratterizzanti di questa pellicola. Non sono mai sbattuti in faccia allo spettatore ma anzi vengono usati e dosati con arguzia spingendoti a voler dissezionare il testo filmico.

Matrix è invecchiato bene? Si molto, a parte quella scena in cui l’agente Smith esplode.

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