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Love, Death & Robots dimostra che sperimentazione e intrattenimento possono convivere

Love, Death & Robots dimostra che sperimentazione e intrattenimento possono convivere

Di Lorenzo Pedrazzi

Ci volevano due alfieri del digitale come David Fincher e Tim Miller per consolidare le ambizioni artistiche della CGI a livello mainstream, dove raramente troviamo prodotti animati di natura sperimentale. Opere come Quando il giorno incontra la notte, Paperman e soprattutto Spider-Man: Un nuovo universo sono felici eccezioni, ma Love, Death & Robots aggiunge un altro tassello a questo ideale percorso, trovando un difficile accordo fra le esigenze dell’innovazione e quelle dell’intrattenimento.

Il formato antologico è già lodevole di per sé, poiché valorizza il cortometraggio come strumento espressivo e autoriale, in linea con la storia del cinema d’animazione: basti pensare ad artisti come Oskar Fischinger, Norman McLaren, Aleksandr Alekseev o Caroline Leaf, che hanno sempre lavorato sulla misura breve per veicolare la propria poetica. A giudicare dai sei episodi che ho visto in anteprima, la serie predilige naturalmente l’immaginario collettivo, individuando la sua dimensione nei generi popolari. Se si escludono alcune deviazioni nel sovrannaturale, a dominare il quadro è la fantascienza, che si dimostra ancora una volta il genere più permeabile in assoluto, contaminandosi prevalentemente con l’horror, il grottesco, l’avventura, l’erotismo e la commedia. In effetti, Love, Death & Robots rilancia l’animazione per adulti anche nel contesto globale di una piattaforma come Netflix, dove già Bojack Horseman e Big Mouth hanno legittimato questo concetto (non certo nuovo).

Love, Death & Robots

In questo caso, però, assistiamo a una ricerca costante nei registri visivi – e talvolta narrativi – che rende l’esperienza di fruizione sempre diversa, nonché imprevedibile. Particolarmente significativo è un episodio intitolato The Witness, che crea un melting pot di suggestioni grafiche attraverso la manipolazione della CGI: l’immagine di grana grossa ricorda una vecchia pellicola, la macchina da presa virtuale sfoca e sobbalza come in una ripresa documentaristica, le onomatopee citano il fumetto, mentre l’azione simula lo “staccato” di un otturatore velocissimo, ottenendo un effetto simile allo stop-motion. In altri frangenti le ambizioni sono fotorealistiche (impressionante la resa dei volti umani in Oltre l’aquila), oppure di assoluta stilizzazione (come ne Il dominio dello yogurt e Alternative storiche). La durata è sempre molto contenuta, ma gli episodi più lunghi – che si aggirano sui 15 minuti – adottano una focalizzazione interna ai personaggi, mentre quelli più brevi optano per un narratore onniscente che coincide con la voce extradiegetica.

Le ascendenze letterarie non sono casuali. Due corti sono tratti da racconti di Joe R. Lansdale, ma in generale le atmosfere di Love, Death & Robots sono in debito con Richard Matheson e altri autori capaci di alternare i toni, declinando la fantascienza tanto nel dramma quanto nella commedia beffarda. Meno sottile di Ai confini della realtà o Black Mirror, ma più spettacolare, allucinata e ipercinetica, la serie punta decisamente sulla varietà: il merito è delle numerose società coinvolte, tra cui l’ungherese Digic Pictures (Destiny 2), la polacca Platige Image (Metro Exodus), la coreana Reddog Culture House (Overwatch), la francese Unit Image (God of War) e ovviamente l’americana Blur Studio (Shadow of the Tomb Raider), fondata dallo stesso Tim Miller. Il risultato è un mosaico che affastella influenze molto diverse, spingendo i limiti del “rappresentabile” in un prodotto animato mainstream, sia per le copiose scene splatter sia per l’erotismo diffuso.

Una serie trascinante, conforme all’attitudine mentale del binge watching, capace di sperimentare con le tecniche – più che con i linguaggi – senza mai perdere di vista l’intrattenimento.

Love, Death & Robots

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