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La storia di Grosso Guaio a Chinatown (FantaDoc)

La storia di Grosso Guaio a Chinatown (FantaDoc)

Di DocManhattan

Un western con le arti marziali. L’idea di Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Little China) nasce nei primissimi anni 80 come un western mescolato con i film di kung fu che spopolavano nella cultura popolare giusto qualche anno prima. Quando, se non ti invitavano alla festa delle medie, potevi sempre rispondere che non importava, avevi judo. David Z. Weinstein e Gary Goldman, due volenterosi giovanotti sotto i trenta, riescono a vendere nell’estate dell’82 il loro progetto per un western ambientato nella San Francisco del 1880 e avente per protagonista il cowboy Jack Burton. I produttori Paul Monash e Keith Barish acquistano a scatola chiusa, affascinati dall’idea di un mondo magico sotto la metropoli californiana.

Goldman. che viene dal mondo dei documentari, è entusiasta: vuole combinare con l’immaginario western quanto ha visto in alcuni recenti film d’arti marziali d’importazione, che definisce “anni luce avanti rispetto a Cinque dita di violenza” e altri classici degli anni 70 popolari negli USA. Con grande modestia, il futuro sceneggiatore di Atto di Forza immagina il suo Grosso Guaio a Chinatown come “il passo successivo per la storia del cinema, dopo Star Wars e I predatori dell’arca perduta”.

C’è però un piccolo problema: all’uomo che ha pagato per quel copione, Paul Monash, e soprattutto allo studio che dovrà farne un film, la 20th Century Fox, la sua storia non piace.

“A HOLLYWOOD NON FUNZIONA COSÌ”

Non piace per l’ambientazione, perché crea tanti problemi a livello di stile e dialoghi, e per tante altre piccole cose. La Fox chiede a Goldman di riscrivere il copione, lo sceneggiatore si rifiuta. Lui e Weinstein vengono così messi alla porta e soppiantati nel luglio dell’85 dal veterano W. D. Richter, che ha appena diretto Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione e sceneggiato in precedenza pellicole celebri come Terrore dallo spazio profondo (Invasion of the Body Snatchers).

Goldman prova a convincere Richter a non accettare, appellandosi alla solidarietà tra colleghi, ma Richter spiega al ragazzo che non funziona così a Hollywood. Metter mano a un copione altrui non è come riscrivere un romanzo altrui. È normale, e se non accetta lui, lo farà qualcun altro.

Richter è d’accordo sul cambio di ambientazione: il mondo demoniaco sotto Chinatown può traslocare benissimo nella San Francisco contemporanea. Ma del resto non gli piace quasi nulla di quanto ha tra le mani e dichiara in un’intervista che quel copione non doveva essere sistemato, ma “riscritto daccapo”. La sua fonte d’ispirazione principale, dice, è Rosemary’s Baby di Polański, perché anche in questo caso si parla di persone ordinarie strappate al loro quotidiano e gettate in un mondo folle e spaventoso.

La Fox chiede a Richter di dirigere la pellicola, ma lo script doctor rifiuta: dopo Buckaroo Banzai, vuole concentrarsi su qualcosa di più piccolo e meno impegnativo di un film d’azione pieno d’effetti speciali. Non vuole ritrovarsi immerso fino alle ginocchia nella nebbia e nell’acqua, dice. La palla passa allora a un signore che di nebbia se ne intende, chiamato John Carpenter.

KUNG FU CARPENTER

Carpenter, che conosce bene Richter, suo compagno di studi alla USC Film School a fine anni 60, è colpito dal suo lavoro ed è felice di poter finalmente girare un film di kung fu, come desiderava fare da anni. Non gli piacciono molto i film di Bruce Lee e preferisce le pellicole wuxia, ambientate nei secoli passati, come Zu Warriors from the Magic Mountain di Tsui Hark.

Carpenter apporta comunque di suo varie modifiche allo script, tagliando alcune scene d’azione e alcuni elementi che avrebbero potuto offendere i cinesi d’America, e dando maggior spazio al personaggio di Gracie Law (Kim Cattrall). A rendere le cose ulteriormente più complicate c’è anche l’esigenza di differenziare il più possibile la storia del suo camionista alla guida del Pork Chop Express da Il bambino d’oro con Eddie Murphy, che sarebbe uscito pochi mesi dopo.

Carpenter la prende con filosofia, contento del fatto che il suo film debutterà prima: “Fossimo arrivati in sala insieme, Il bambino d’oro ci avrebbe distrutto, perché il pubblico ama Eddie Murphy”, dichiara qualche mese prima dell’uscita ai microfoni della rivista Starlog. Carpenter non sa ancora che il vero nemico lo aspetta in casa. Ci arriviamo tra un attimo. Resta comunque bizzarro, per il registra, il fatto che due film giocati sul misticismo cinese escano a così poca distanza l’uno dall’altro. “Quanti film del genere sono stati girati dalle major americane negli ultimi 20 anni? E ora ne arrivano due, non può essere una coincidenza”. Non lo era.

KURT RUSSELL E LA BUCCIA DI BANANA

Contrariamente a quanto si potrebbe credere, Carpenter non era felice di avere a bordo Kurt Russell come protagonista. Ossessionato dal confronto a distanza con Eddie Murphy, voleva una star del calibro di Clint Eastwood e Jack Nicholson. Ma Eastwood e Nicholson non erano disponibili, e alla Fox invece Russell piaceva. Carpenter e Russell, che ai tempi hanno già girato insieme tre film (il tv movie Elvis, Il re del rock, 1997: Fuga da New York e La Cosa) si incontrano, parlano e il regista si convince: ha trovato il suo Jack Burton.

È però Russell a non essere ancora convinto sul modo in cui interpretare il personaggio. L’attore legge e rilegge la storia di questo camionista trasformato dagli eventi in un eroe in canottiera, finché capisce che la chiave di tutto è proprio la natura peculiare di Burton: non il solito eroe che porta avanti l’azione, affiancato da una spalla comica. Burton è tanto il protagonista quanto il motore di gag, “l’eroe in grado di scivolare su una buccia di banana”. O di perdere fantozzianamente i sensi prima di uno scontro decisivo. E la spalla Wang Chi (Dennis Dun) è determinante quanto lui per risolvere il grosso guaio in cui si sono cacciati. Alla fine, in un voluto ribaltamento di ruoli, è in effetti Burton la spalla caucasica di un eroe appartenente a una minoranza.

CATRALL, L’ANTI-ROCKSTAR

Per la parte di Gracie Law avviene il contrario: è lo studio a premere per una rockstar. Carpenter vuole invece un’attrice vera e punta su Kim Cattrall, vincendo le perplessità dei vertici Fox. La futura Samatha Jones di Sex and the City non aveva fatto a quel punto solo commedie come Porky’s e Scuola di Polizia? Il regista non molla e il secondo paio di lenti a contatto verdi da sposa di Lo Pan (le altre toccano a Suzee Pai, modella di Penthouse apparsa solo in una scena tagliata di Rambo) vanno alla Cattrall.

Russell si prepara al meglio per le scene d’azione, delle musiche si occupa al solito Carpenter con il suo sintetizzatore e il film viene girato in sole quindici settimane, per stare dentro al budget da 25 milioni di dollari. Due se ne vanno in effetti speciali, non lasciando soddisfatto Carpenter, che critica la Boss Film Studios per aver messo i piedi in troppe scarpe contemporaneamente. A marzo ’86, due mesi prima dell’uscita, la Writers Guild of America West, il sindacato degli sceneggiatori, stabilisce che Goldman e Weinstein vanno indicati come gli autori della storia, Richter solo come autore di adattamento. La cosa dà ai nervi a Carpenter, contento solo di aver completato il film nei tempi previsti, per battere quel dannato bambino d’oro.

Ma non gli xenomorfi.

IL FLOP DIVENTATO CULT

Grosso Guaio a Chinatown esce nei cinema USA il 2 luglio dell’86 e viene schiacciato dalla concorrenza interna a Fox: da Aliens – Scontro finale, in sala dal 18 giugno. Grosso guaio a Chinatown arriva a incassare in totale negli USA quello che la nuova sgambata di Ripley ha portato a casa in un solo week-end, poco più di 11 milioni di dollari. Il conto è ferocemente in rosso. La stampa non è tenera nei confronti del film e le recensioni parlano di una pellicola vecchia, appartenente a un genere ormai stanco. Stroncato da pubblico e (buona parte della) critica, un film destinato al dimenticatoio. Non fosse che i passaggi televisivi e l’home video l’hanno trasformato meritatamente in un cult. Pellicola amatissima, pluricitata, icona pop. Era e sarebbe successa all’incirca la stessa cosa con tanti altri film celebri, corsi e ricorsi di celluloide.

Carpenter non la prende benissimo e resta lontano per anni dalle major di Hollywood. E a dicembre almeno quel cavolo di bambino d’oro di Eddie Murphy floppa pure lui, no? Almeno per prendersela con il tema del misticismo cinese? Nope. Il film diretto da Michael Ritchie diventa l’ottavo miglior incasso dell’anno, con 79 milioni di dollari guadagnati nei soli USA. Mai una gioia.

 

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