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16 marzo 2019 • 13:00 • Scritto da Adriano Ercolani

Captive State: l’invasione aliena come metafora di un sistema, la recensione

Captive State adopera l’invasione aliena come metafora di un sistema sempre più castrante e vessatorio a cui il singolo ha il dovere di ribellarsi. Ecco la nostra recensione.
Captive State
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Bisogna lasciarlo decantare un minimo, questo nuovo film diretto da Rupert Wyatt. Bisogna dargli il tempo di settare le proprie regole interne, estetiche ancor prima che narrative. Perché alla fantascienza che suggerisce invece di mostrare forse non siamo più tanto abituati. Visivamente saziati dagli effetti speciali di Star Wars, Il signore degli Anelli, Avengers o scegliete voi quali altre saghe, ci siamo un minimo allontanati dalla concezione di questo genere come specchio deformante del nostro reale, delle sue contraddizioni sociali, politiche e civili.

L’invasione aliena come metafora di un sistema

E invece Captive State si propone proprio questo, adoperando l’invasione aliena come metafora di un sistema sempre più castrante e vessatorio a cui il singolo ha il dovere di ribellarsi. Che sia politico o economico, chi detiene il potere continua ad adoperarlo per distanziarsi sempre più dall’uomo comune, dal cittadino della strada. Non è assolutamente un caso se il film è ambientato a Chicago, dove i problemi socioeconomici hanno creato una frattura enorme e sanguinosa all’interno dello stesso tessuto della città.
Quelle di Captive State sono un’idea e un messaggio forse non originali, ma che nel corso della storia di consolidano con efficacia, fino a un finale che finalmente impreziosisce invece che sminuire la trama.

Fin dalle prime scene bisogna fare i conti col fatto che Captive State è un film “povero” nell’immagine, basilare nell’uso degli effetti speciali. Meglio rivolgersi ad altri tipi di produzioni se si vuole rimanere abbacinati dalla forza visiva degli effetti speciali. Anche quando Wyatt decide di adoperarne, l’idea che ne scaturisce è sempre quella che non siano importanti, non siano la radice e la ragione fondante del suo lungometraggio. Al contrario lo sono i personaggi, le loro storie, i rapporti dolorosi che li legano. E ci riferiamo al gruppo di ribelli comandato da Patrick Ellison (un James Ransone sempre più efficace) ma anche al capo della sicurezza William Mulligan (John Goodman), il quale vuole sgominare a tutti i costi la cellula di sovversivi che ancora si oppone alla “pacifica” dittatura aliena. In un certo modo sono tutti parte, più o meno consciamente, di una struttura totalitaria e repressiva che, dietro le sembianze di entità aliene, mostra molte (troppe) somiglianze con il nostro presente.

Il nostro domani

Torniamo dunque al concetto da cui siamo partiti: concedete a Captive State il tempo necessario per dipanarsi, per lasciarvi conoscere i suoi personaggi e farvi entrare nella sua atmosfera desolante quanto veritiera. Forse non vi scuoterà nel profondo, magari non vi farà saltare sulla poltrona. Però vi lascerà dentro quella sensazione spiacevole ma necessaria che ciò che è stato messo in scena potrebbe essere il nostro domani. Anche senza alieni…

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