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Captain Marvel, autodeterminazione di un’eroina: la recensione del film

Captain Marvel, autodeterminazione di un’eroina: la recensione del film

Di Lorenzo Pedrazzi

La costruzione dell’identità svolge un ruolo centrale nella genesi dei supereroi. Pur con tutte le differenze del caso, ogni “storia di origini” è accomunata dal medesimo punto di partenza: una basilare inconsapevolezza del proprio io, ulteriormente disorientato dall’acquisizione di facoltà eccezionali. La prima avventura diventa così un racconto formativo dove l’eroe impara non solo a governare i suoi poteri, ma anche ad applicarli alla sua morale, scoprendo se stesso, i suoi obiettivi e le sue potenzialità. Tale percorso riflette da vicino l’esperienza di un individuo “comune”, impegnato fin dall’infanzia a scovare le passioni, i talenti e le idee che lo guideranno nel mondo. Eppure, si tratta di un privilegio a cui non tutti possono avere accesso: l’autodeterminazione del sé, infatti, è stata lungamente preclusa alla sfera femminile, e in parte lo è ancora. Il discorso trova spazio anche nel mondo dei supereroi, molto più adatto di quanto si pensi a riecheggiare i tumulti della nostra realtà. Non c’è quindi da stupirsi che un film come Captain Marvel parli soprattutto di questo, dopo 11 anni di egemonia maschile nel Marvel Cinematic Universe.

È quasi paradossale che, per perseguire il loro obiettivo, Anna Boden e Ryan Fleck scelgano di cominciare in medias res, ma il risultato è ancora più efficace. Se la costruzione dell’identità è una ricerca interiore, la Carol Danvers di Brie Larson deve rivisitare ciclicamente i suoi ricordi per collocare tutte le tessere al posto giusto, e capire in questo modo le sue vere origini: all’inizio del film, in effetti, la troviamo già integrata nella Starforce degli alieni Kree, in guerra da molto tempo contro gli Skrull, capaci di assumere le sembianze di chiunque. La giovane guerriera viene scaraventata sulla Terra a metà degli anni Novanta, e collabora con Nick Fury (Samuel L. Jackson) per indagare sulle vere intenzioni dei mutaforma. Intanto, il suo passato si manifesta in sogno come un fitto labirinto mnemonico, e l’elemento più originale di Captain Marvel coincide proprio con la frammentazione della memoria in un mosaico inaffidabile. I trucchi del montaggio e della CGI intrecciano i ricordi di Carol, ne sparigliano i fotogrammi e cambiano dettagli fondamentali, a seconda di chi sia in controllo del suo subconscio. Perché, coerentemente con il genere della protagonista, Captain Marvel è la storia di una liberazione: Carol è circondata da uomini che vogliono controllarla, spaventati dal suo enorme potere, ma l’eroina deve acquisire consapevolezza di sé per autodeterminarsi come individuo, ed emanciparsi dalle influenze esterne.

Captain Marvel recensione

È tutto molto palese, forse anche troppo. Alcune soluzioni musicali sono un po’ didascaliche (si pensi all’utilizzo di Just a Girl dei No Doubt in un determinato combattimento), e lo stesso vale per certi dialoghi sentenziosi o motivanti. Eppure funziona, e quando Carol deve ribellarsi al giogo di chi vuole assoggettarla – rievocando al contempo tutti i momenti della sua vita in cui è caduta e si è rialzata – è difficile restare insensibili di fronte a questo “titanico” riscatto personale. Se alcune reazioni maschili sono di forte rigetto, è perché Capitan Marvel si delinea come un personaggio poco accomodante, nonché meno rassicurante rispetto ad altre supereroine coeve. Carol Danvers è sarcastica, non è soggetta all’ipersessualizzazione del male gaze, e soprattutto non ha bisogno di un uomo che le spieghi il mondo, nonostante ritorni sulla Terra senza memoria del suo passato. Il copione a tratti sembra un po’ farraginoso (essendo passato da troppe mani nel corso degli anni), ma il suo merito è di ritrarre un personaggio fieramente autonomo e decisionista, unico perno della narrazione. Dal canto suo, Brie Larson talvolta ha l’aria un po’ smarrita, non è abituata a queste produzioni, ma incarna bene quel magma di dubbi e conflitti che ribolle in ogni essere umano. La sua Capitan Marvel è infatti visceralmente umana, non rappresenta un concetto astratto e idealizzato: pur con i suoi formidabili poteri cosmici, resta sempre una creatura terrena che cerca uno scopo per se stessa, e impara a esercitare l’empatia nei confronti del “diverso”. Ovviamente qualcuno può decidere di farne un modello (e l’ambientazione pre-Vendicatori non è casuale), ma tale sviluppo è indipendente dalla sua persona.

Oltre alla solita perizia nelle scene d’azione e al consueto gusto per lo spettacolo visivo, stavolta i Marvel Studios caricano il film di un sottotesto che si potrebbe definire “politico”, frutto sia del movimento Me Too sia del lavoro di Kelly Sue DeConnick, sceneggiatrice che ha ridefinito la figura di Capitan Marvel nel nuovo millennio. È una dichiarazione d’intenti: dopo 11 anni di protagonisti maschili, la situazione è ribaltata. Gli uomini di Captain Marvel non sono decisivi, assolvono a funzioni marginali o di supporto (talvolta come alleggerimento comico), e nell’economia della storia è giusto così. Bisogna accettare l’idea di non essere sempre i protagonisti assoluti, peraltro all’interno di un immaginario dove i supereroi uomini sono già dominanti. Carol Danvers dimostra che un’altra via è possibile, e lo fa con la sana sfacciataggine di chi non ha niente da perdere, avendo già sperimentato quotidianamente il peso della discriminazione. Ma si è sempre rialzata, e continuerà a farlo.

Captain Marvel recensione

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