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The Mule o di come Eastwood se ne freghi di Hollywood e continui a fare il miglior cinema americano

The Mule o di come Eastwood se ne freghi di Hollywood e continui a fare il miglior cinema americano

Di Roberto Recchioni

La trama in breve:

Un vecchio floricoltore di successo trascura la sua famiglia per la vita mondana che gli garantisce il suo lavoro e non capisce Internet. Pochi anni dopo, finisce solo e sul lastrico. Ormai disperato, decide di mettersi a lavorare come corriere della droga per fare soldi. Scoprirà che il denaro può comprare tutto, ma non il tempo.

Il giudizio in estrema sintesi:

Un capolavoro.

E ora che ci siamo tolti queste due incombenze, parliamo dell’unica cosa davvero importante:

CLINT EASTWOOD IL REGISTA

Classe 1930 (non state a fare di conto: fanno ottantanove anni).
Nasce come attore di seconda fascia, buono solo per serie televisive western, trova l’America in Italia, grazie a Sergio Leone che lo scrittura per quello che doveva essere un filmetto e, invece, diventa un successo mondiale (Per un Pugno di Dollari) che gli garantisce il ruolo da protagonista per le due successive pellicole del regista romano. Poi, forte del successo, torna a lavorare a casa sua. Ancora un western (Impiccalo più in alto), sulla scia di quelli italiani e poi l’incontro con il granitico e muscolare regista Don Siegel, che lo vuole per un western urbano (L’Uomo dalla cravatta di cuoio). Poi un ruolo in un film di guerra con un cast di stelle (Dove osano le aquile), un improbabile musical (La ballata della città senza nome), di nuovo Don Siegel, per una commedia a base di polvere e piombo (Gli avvoltoi hanno fame). Segue un altro film di guerra popolato di grandi attori (I Guerrieri) e, ancora con Siegel, uno strano film western che è più un terrorizzante horror all’inglese (La notte brava del soldato Jonathan).
Nel 1971 arriva la sua prima, inaspettata, regia. Il film è Brivido nella notte, un thriller blandamente erotico che si segnala solo per la direzione stilistica solida, asciutta ed essenziale.
Sempre nel 1971, l’ormai “Best Friend Forever” John Milius gli cuce addosso il ruolo iconico, Detective Harry Callahan (Callaghan, da noi). Successo mondiale che trasforma, in maniera definitiva, Eastwood in un divo. Due anni dopo, arriva la seconda regia (Lo straniero senza nome) che sembra prendere le mosse dagli spaghetti-western italiani ma che, in realtà, ne ruba solo alcune suggestioni, portando invece in scena un linguaggio quasi antitetico, nella sua sobria essenzialità a quello di Sergio Leone. Nel 1973 è la volta di Breezy, il primo film che Eastwood dirige ma in cui non recita (appare solo come comparsa, sullo sfondo), un dramma romantico e dolente che, anche se tutt’altro che perfetto, anticipa i temi sentimentali dell’Eastwood autore maturo. Il 1975 è la volta della regia un action-spionistico, Assassinio sull’Eiger, che Eastwood decide di girare e interpretare perché interessato alle sequenze di scalata, ambientate in alta montagna. Davanti e dietro la macchina da presa Eastwood ci torna nel 1976, con il suo primo gioiello personale: Il texano dagli occhi di ghiaccio, che a giudicare dal titolo italiano sembrerebbe l’ennesimo western cattivissimo e che, invece, si rivela essere una pellicola dotata di una vena umoristica strana e riuscitissima.
Nel 1977 è la volta de L’Uomo nel mirino, un altro action interpretato e girato per le potenzialità visive. Il film, infatti, trova il suo apice in un terzo atto tutto incentrato sui due protagonisti a bordo di un autobus in fuga per le strade, sotto una pioggia ininterrotta di proiettili. Bronco Billy, del 1980, e sempre diretto e interpretato, è un film romantico su di un cowboy moderno.
Gli anni ‘80 sono un decennio difficile per l’Eastwood regista. Dirige e si riserva il ruolo di protagonista in Firefox, un action-spionistico a base di effetti speciali (non bellissimi) e aerei fantascientifici. Il film è, decisamente, lontano dalle sue corde. Poi si prende la rivalsa con Honkytonk Man, un dramma storico e dolente, ambientato durante la Grande Depressione. Nel 1983 torna a vestire i panni di “Dirty” Harry in uno dei Callahan meno riusciti della serie (Coraggio… fatti ammazzare) e la critica comincia a dire che è un autore fuori tempo massimo, un dinosauro che dovrebbe ritirarsi. Per tutta risposta, lui piazza un nuovo western molto ben realizzato (Il Cavaliere Pallido) e la sua prima, seria, riflessione sulla vecchiaia: Gunny (che meriterebbe di essere visto anche solo per le battutacce che Eastwood snocciola con ghigno da vero bastardo).
Poi è la volta di Bird, una splendida biografia (piuttosto sperimentale nel montaggio) del grande musicista Charlie Parker.
Nel 1990, si cimenta con quello che potrebbe essere il film della sua vita: Cacciatore Bianco, Cuore Nero, dove interpreta il regista John Houston, impegnato nella difficile lavorazione de La Regina d’Africa. Ne esce fuori un film oscuro, pieno di demoni e rimpianti. Forse è per questo che la pellicola immediatamente successiva è un buddy movie poliziesco esagerato, stupido e trascurabile (ma, comunque, piuttosto divertente): La Recluta.
Ma siamo arrivati al 1992 e Clint Eastwood manda in sala Gli Spietati.
La pellicola si porta a casa quattro Oscar su nove nomination, e dentro ci sono gli unici che contano davvero: miglior regia e miglior film e Hollywood è costretta ad arrendersi e a sancire che quel vecchio attore repubblicano e dotato di due sole espressioni (a detta di Sergio Leone, che si sbagliava e di grosso), è un autore di caratura infinita. Agli Spietati fa seguito l’altrettanto bello (ma di minor successo e clamore) Un Mondo Perfetto, dove Eastwood si ritaglia il ruolo di comprimario per lasciare spazio a un Kevin Costner in forma smagliante. Poi è la volta di un altro film romantico (I ponti di Madison County) in cui il vecchio Clint si toglie lo sfizio di dirigere e recitare accanto a un mostro di bravura e impegno come Meryl Streep. Dal 1995 al 2003 realizza buone pellicole senza però eccellere (Potere Assoluto, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, Fino a prova contraria, Space Cowboys, Debito di sangue) ma, nel 2003, torna all’eccellenza con Mystic River, rimanendo dal lato in ombra della macchina da presa.
Ma è solo l’anno successivo che riesce di nuovo a mettere l’Academy nell’angolo e a martellarla di colpi. La pellicola è Million Dollar Baby e Eastwood la dirige e interpreta il ruolo di coprotagonista della storia. Vince quattro Oscar. Film e Regia, compresi. Negli immediati anni successivi firma uno splendido dittico bellico con Flag of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima. Poi è la volta di un mezzo passo falso con il non riuscitissimo Changeling da cui si riprende immediatamente con lo straordinario Gran Torino che vince premi in tutto il mondo tranne che negli Stati Uniti dove la Hollywood innamorata di Obama, di quel rudere conservatore di Eastwood che parla con le sedie vuote, proprio non vuol sentir parlare.
Del resto, ormai è un vecchio e quanto potrà lavorare ancora?
I quattro film successivi sono discontinui.
Si passa dal molto retorico Invictus al poco sensato Hereafter, dal polpettone indigeribile di J. Edgar al delizioso milkshake di Jersey Boys.
Poi arriva American Sniper, un prodigio registico che estorce sette nomination ma si porta a casa solo un Oscar tecnico.
Sully, di due anni successivo, viene del tutto ignorato, nonostante sia uno dei migliori film del regista e abbia come protagonista Tom Hanks, uno che alla cerimonia degli Oscar ci è abbonato.

Ma è tutto inutile: se prima l’Academy tollerava Eastwood e la sua visione politica conservatrice, ora lo odia apertamente.
Perché si è permesso di pronosticare, con larghissimo anticipo e contro tutti i sondaggi, la vittoria di Trump.
Perché ha detto che il discutibile e rozzo candidato repubblicano era comunque meglio di quel simbolo dell’establishment rappresentato dalla democratica Hillary Clinton.
Perché ha pure aggiunto che la campagna sostenuta da tanti divi contro Trump, non avrebbe fatto altro che portare acqua al mulino del futuro presidente, perché i cittadini americani (presi nel bel mezzo di una crisi economica) non avevano bisogno di farsi spiegare come vivere da un gruppo di viziati plurimilionari.
E, perché, cosa peggiore di tutte, aveva avuto ragione.

Quindi, mai più nessuna considerazione per Clint Eastwood nella Hollywood schierata come un sol uomo contro quel maschio bianco, prevaricatore e razzista, di Donald Trump.
Il texano dagli occhi di ghiaccio se ne frega e torna a girare.
E sforna un film non riuscito, Ore 15:17 – Attacco al treno, forse il più brutto della sua intera carriera, ma sperimentale nella messa in scena e coraggiosissimo negli intenti.
Poi, passano due anni, e nonostante Eastwood avesse detto di aver chiuso con la recitazione, eccolo di nuovo nel duplice ruolo di regista e attore, con Il Corriere – The Mule.

Il Corriere – The Mule è un film di Clint Eastwood al cento per cento.
Al suo interno, ci sono tutti i suoi temi tipici:

Il tempo.

Quanto ne abbiamo avuto. Quanto ne avremo ancora. Come lo abbiamo impiegato e come lo impiegheremo. Un discorso che comincia a emergere in Gunny e che poi è praticamente costante in tutti i film dell’Eastwood regista e che trova negli Spietati e in Gran Torino, i suoi apici.

Il rimpianto.
Per quello che abbiamo fatto e per quello che non abbiamo fatto.

Ancora Gunny ma pure Un Mondo Perfetto, Mystic River, Million Dollar Baby e, soprattutto, Gli Spietati.

Il dovere.
Fare quello che bisogna fare, anche se è contro il nostro interesse, perché è nostro dovere farlo.
Da Fino a prova contraria, fino a Ore 15:17 – Attacco al treno, passando per gran parte della filmografia di Eastwood (Bronco Billy, Honkytonk Man, Debito di sangue, Flag of Hour Fathers, Lettere da Iwo Jima, American Sniper, Gran Torino e Sully), tutto il cinema del “Biondo” è una lunga riflessione sul senso del dovere e di fare quanto necessario.

L’amore.
Perché Eastwood è un romantico, anche se non si direbbe. E l’amore, quello profondo che non è mai sbandierato, è spesso presente nei suoi film, sempre raccontato con tono lieve e dignitoso. Da Breezy a questo The Mule, e poi I ponti di Madison County e Million Dollar Baby, ovviamente.

L’inclusività propria dei migliori Stati Uniti.

Perché un regista che ha girato Bird, o Lettere da Iwo Jima o Gran Torino, non può essere un razzista. E in The Mule, porta in scena un personaggio politicamente scorretto nel parlare (quindi, nella forma) ma assolutamente inappuntabile nelle azioni (quindi, nel contenuto).
Per Eastwood non è mai questione di colore o sesso, ma solo se si è stronzi o meno. Harry Callahan non era razzista: lui odiava tutti, non un gruppo etnico o sessuale specifico.

L’umorismo.
Eastwood non vuole far ridere ma sogghignare. E l’ironia e l’umorismo sono spesso serviti attraverso la fragilità e l’incoerenza umana, nel suo cinema. Pensate a Gran Torino, per dire.
Vi sfido a non sorridere quando in questo The Mule il messicano che viene fermato dalla polizia, dice che quelli, statisticamente, sono i minuti più pericolosi della sua intera vita.

La colpa e il prezzo da pagare.

Se Robert Redford con Old Man & the Gun fa un film sulla vecchiaia in cui si assolve e si glorifica, consegnandoci un delizioso santino di se stesso come commiato, Eastwood opera un’operazione esattamente contraria, portando in scena un autodafé metatestuale in cui si mette in feroce discussione come uomo. Chiedendo in qualche maniera scusa.


Lo stile registico è quello che Eastwood usa nelle migliori occasioni: asciutto, sempre al servizio della narrazione, con movimenti di camera eleganti e misurati, mai troppo evidenti. Un cinema invisibile di gran classe che non ha nessuna voglia di stupire.
Lo spettatore viene introdotto nella storia senza tanti fronzoli, in maniera diretta ed efficace, poi però il film si prende il tempo per distendersi e respirare, fino a un finale naturale e in anticlimax, tipicamente eastwoodiano. Gli attori nei ruoli secondari, tanto le star (che nel film sono molte) quanto i caratteristi, sono tutti al servizio di questa essenzialità e fanno un lavoro straordinario, al pari del montaggio, della fotografia naturalista e della straordinaria colonna sonora.

Alla fine del film, si ha l’impressione di aver vissuto una bella canzone di Johnny Cash, romantica, amara, dolente, piena di disperazione ma anche di speranza. Il Corriere – The Mule è un film che contiene al suo interno il meglio e il peggio dell’american way e racconta eccezionalmente bene entrambi gli aspetti.

Come detto in apertura, un capolavoro.
E non ho null’altro da aggiungere.

ILLUSTRAZIONE ESCLUSIVA DI ROBERTO RECCHIONI

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