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13 febbraio 2019 • 16:45 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Russian Doll è una serie che non dovreste perdere

Uscita su Netflix lo scorso 1 febbraio, Russian Doll rielabora il soggetto di Ricomincio da capo in modo estremamente personale, restituendo il caos, i dubbi e le ambiguità della vita quotidiana.
Russian Doll
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Non ha suscitato nemmeno tanto clamore, come quelle persone che sono abbastanza sicure di sé da poter mantenere costantemente un basso profilo, senza per questo smarrire il proprio carisma. Russian Doll è proprio così: uscita in sordina lo scorso 1 febbraio (soprattutto se paragonata ai lanci trionfali di altri show targati Netflix), si è imposta gradualmente come un gioiellino della serialità indie, nonostante la sua produzione sia curata anche da un gigante come Universal Television. Eppure, la creatura di Natasha Lyonne, Amy Poehler e Leslye Headland ha un piglio che si allontana dalla televisione mainstream, e non avrebbe sfigurato – se fosse stata sviluppata in forma di lungometraggio – di fronte a una platea come quella del Sundance Film Festival, dove i progetti che oscillano tra intimismo e “metafisica” sono sempre ben visti. In effetti, Russian Doll è uno di quei casi in cui la scrittura è talmente personale da raggiungere una verità purissima, la verità delle autrici e della sua inimitabile protagonista, dato che Natasha Lyonne interpreta anche il ruolo principale: così, pur all’interno di un contesto fantastico, assistiamo alla (ri)costruzione di un’identità che trova il proprio riscatto nell’arte, instaurando un dialogo fittissimo tra realtà e finzione.

L’idea di fondo rievoca certamente Groundhog Day, ma si sviluppa in modo piuttosto diverso. Nadia è un’ingegnera che lavora nell’industria dei videogiochi, brillante, sarcastica ed egoista. Il giorno del suo trentaseiesimo compleanno, la sua migliore amica Maxine (Greta Lee) le organizza una festa, e il racconto parte da un’inquadratura che presto impareremo a memoria: il primo piano di Nadia nello stilosissimo bagno dell’amica, la cui porta è decorata con una larga fenditura blu. Dopo aver rimorchiato un borioso accademico, la protagonista muore investita da un’auto, e si risveglia immediatamente nel punto dove tutto era iniziato: il bagno di Maxine. Ben presto, Nadia si rende conto di essere intrappolata in un loop temporale: qualunque cosa faccia, trova sempre la morte dopo aver lasciato la festa, sopravvivendo al massimo un paio di giorni. Mentre indaga sulla sua peculiare condizione, Nadia vede la realtà mutare progressivamente dopo ogni “ritorno”, e incontra un’altra persona, Alan (Charlie Barnett), che sta vivendo la sua stessa esperienza.

Russian Doll

Non è tanto il soggetto in sé a rendere Russian Doll uno show meritevole, quanto le soluzioni caratteriali e narrative che ne delineano la personalità. Natasha Lyonne mette in gioco tutta se stessa nel personaggio di Nadia, figura in parte autobiografica che sovverte la maggioranza degli stereotipi a cui siamo abituati. È effettivamente difficile collocarla in un cliché predefinito, poiché in lei convivono gli stessi conflitti della vita reale, un magma di contraddizioni solo apparentemente insolubili. Se altrove ci saremmo trovati davanti alla solita bad girl scapestrata, in questo caso abbiamo invece una donna tridimensionale, licenziosa, suscettibile, tosta, intelligente, egocentrica e umanamente fallibile, ma disposta a imparare dai propri errori. La sua vita è immersa in un clima che non potrebbe essere più contemporaneo di così (anzi, sarebbe meglio dire “progressista”), dove i rapporti tra i sessi non rispondono più alle vecchie identità binarie, e sembrano proiettati verso una gender fluidity sempre più marcata. Anche il legame con Alan si nutre del medesimo impulso. Ben lungi dall’essere l’ennesimo “bambinone”, Alan incarna lo spaesamento maschile di fronte a una società che cambia, la crisi del maschio alfa. Se Nadia deve rielaborare i traumi del passato e il rapporto con una madre tormentata (Chloë Sevigny), Alan deve invece superare le manie compulsive in cui si è rifugiato per dare un senso al mondo, maturare come individuo e acquisire sicurezza nella sua persona. In entrambi i casi, però, si tratta sempre di aprirsi all’altro: l’unico modo per uscirne è aiutarsi (e conoscersi) a vicenda.

Anche così, Russian Doll mantiene un’ambiguità che rispecchia la sua commistione di toni. Le scanzonate riflessioni esistenziali di Nadia hanno sempre una certa amarezza, e l’epilogo stesso – splendido, onirico – non certifica in modo assoluto la realizzazione di un idillio, ma spalanca le porte a numerose interpretazioni. D’altra parte, tra i meriti della serie c’è proprio la capacità di diramare la storia in molteplici false piste, incontri casuali e vicoli ciechi. Contrariamente al vecchio dogma delle serie tv (e dei blockbuster hollywoodiani) secondo cui ogni elemento deve servire la narrazione, acquisendo un suo scopo precipuo nelle dinamiche dell’intreccio, Russian Doll reintroduce una libertà espressiva che ricorda la New Hollywood, seppure a modo proprio: i personaggi di contorno possono rivelarsi ininfluenti ai fini della trama, mentre gli aspetti ricorrenti hanno una valenza folcloristica o simbolica (la fenditura sulla porta del bagno, ad esempio, è una sorta di “vulva cosmica” che richiama persino il cognome della protagonista, Vulvokov, ma i riferimenti ai genitali femminili sono disseminati in tutta la serie). Di certo, nulla di tutto questo è inutile. La parcellizzazione del racconto non fa altro che restituire il caos della vita reale, dove raramente si sfreccia verso uno scopo definitivo, e le deviazioni sono all’ordine del giorno. La differenza è che Nadia e Alan hanno l’opportunità di rivivere ogni situazione per apprendere dai loro sbagli, proprio come accade nei videogiochi che programma lei stessa.

In tal modo, Russian Doll dà corpo a un’utopia molto comune, ma non si abbandona mai al sogno di trovare soluzioni facili, nemmeno nell’alveo del fantastico. Questa sua maturità è un’altra caratteristica distintiva: tra speranza e disincanto, la serie non si fa troppe illusioni, ma rifiuta anche il nichilismo e si sforza di credere tanto nella solidarietà umana quanto nelle risorse dei singoli individui. Forse, sembrano dirci le autrici, l’unico sistema per sopravvivere a questo mondo infame è lavorare insieme.

Russian Doll

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