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07 febbraio 2019 • 17:30 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Alita, un’utopia post-organica: la recensione del film di Robert Rodriguez

Alita: Angelo della battaglia riesce ad armonizzare gli sguardi di James Cameron e Robert Rodriguez in un film che, nonostante alcune sbavature, realizza l'utopia di un futuro post-organico.
Alita
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Figlia di due padri diversi ma compatibili, Alita: Angelo della battaglia è frutto di una sinergia creativa che ne ha sbloccato le sorti dopo quasi vent’anni di limbo, assegnando a ogni genitore un ruolo decisivo per il compimento dell’impresa. Nello specifico, James Cameron ha trovato in Robert Rodriguez un partner ideale, poiché entrambi condividono idee piuttosto simili nella rappresentazione dei personaggi femminili, oltre alla massiccia ibridazione tra live action e CGI che caratterizza molti dei loro film. In tal modo, Rodriguez ha l’opportunità di lavorare con un budget più elevato del solito, mediando al contempo fra le due “anime” del suo cinema: l’intrattenimento per adulti e quello infantile, la brutalità terrena e l’evasione fiabesca, all’insegna però di un gigantismo che affonda le radici nel cineasta canadese.

Cameron, peraltro, aveva già tratto ispirazione dal manga di Yukito Kishiro per la serie Dark Angel, ma Alita è un progetto che gli stava molto a cuore, pur avendolo rinviato diverse volte per girare Aliens of the Deep e Avatar. La sua sceneggiatura, scritta con Laeta Kalogridis, assorbe l’opera originale per diluirla in un cinema che indaga le potenzialità del post-umano e il fascino dell’inorganico, affidando a Rodriguez il compito di tradurla in un film armonico e compatto. Il regista texano non è abituato a lavorare su commissione, ma vanta un gran mestiere nella gestione dei ritmi narrativi, e si vede: nonostante la vastità della materia, questa trasposizione si fregia di una linearità che non le fa mai perdere di vista l’obiettivo, lasciandosi guidare dallo sguardo della sua protagonista.

Alita (Rosa Salazar) è una cyborg del 26° secolo che viene trovata dal cyberdottore Dyson Ido (Christoph Waltz) tra i rottami di Iron City, la “città discarica” che si estende sotto la metropoli sospesa di Salem, abitata dalle classi privilegiate. Ido le fornisce un corpo nuovo, ma Alita non ricorda nulla del suo passato. Nelle situazioni di rischio, però, il suo istinto attinge a formidabili tecniche di combattimento che provengono dalla sua vita precedente, suscitando subito la curiosità di Hugo (Keean Johnson), un giovane che vende pezzi di ricambio al dottor Ido. Tra lui e Alita germoglia un sentimento profondo, ma la ragazza scopre gradualmente il suo passato, e decide di mettere le sue capacità al servizio degli oppressi. Naturalmente, i misteriosi leader di Salem non vedono di buon occhio chi cerca di sovvertire lo status quo, e manovrano i capi di Iron City per dare la caccia ad Alita.

Alita

La scoperta di questo futuro post-apocalittico avviene di pari passo con il cammino della protagonista, nel cui sguardo ci immedesimiamo totalmente: osserviamo Iron City e Salem con il suo stesso stupore, imparando per gradi la loro storia e ciò che rappresentano. L’ingenuità fanciullesca di Cameron e Rodriguez si adegua alla caratterizzazione di Alita, ne valorizza la purezza e l’impulsività giovanile. È uno dei principali meriti del film: costruire il percorso formativo di un’eroina naïf, pronta a donare il suo cuore al primo ragazzo che abbia mai amato, ma anche determinata a non compromettere la sua innocenza di fronte alle pressioni di un mondo cinico. In effetti, la distopia socio-politica del 26° secolo dialoga in contrapposizione con l’utopia dell’amore post-organico, vero nucleo significante di Alita. Come ha fatto in alcuni suoi film da regista, Cameron cerca i semi dell’empatia in un contesto post-umano, ma stavolta si concentra sull’evoluzione della carne verso un’avvenire inorganico, dove l’unicità del corpo perde la sua centralità. Nel futuro di Iron City, i corpi sono rimpiazzabili, intercambiabili o sostituibili, possono essere potenziati o smontati a piacere, prolungando l’esistenza virtualmente all’infinito. Non vi sono ostacoli all’amore tra uomini e cyborg, poiché l’umanità risiede nelle capacità affettive e simpatetiche, nella disposizione all’apprendimento e all’esperienza.

Un’utopia, questa, che corrisponde alla sua rappresentazione cinematografica. Alita e gli altri cyborg sono generati al computer per sottolinearne l’alterità rispetto ai personaggi “di carne”, cercando una convivenza difficile (ma generalmente riuscita) tra CGI e live action. Certo, gli anni sulle spalle del progetto si sentono tutti: nel decennio scorso sarebbe stato innovativo, oggi è semplicemente in linea con le tendenze dei blockbuster contemporanei. La valorizzazione sentimentale dell’inorganico, però, differenzia Alita da altri esempi di cinema post-umano (come gli algidi Transformers di Michael Bay), e s’inserisce in una poetica ben precisa, che James Cameron coltiva fin dai tempi di Aliens. Il senso di Robert Rodriguez per l’azione parossistica aggiunge spettacolarità al film, gravato però da alcune sbavature di scrittura che tendono a semplificare gli snodi narrativi, risultando un po’ stranianti. Anche l’epilogo – eccessivamente improntato alla serialità – lascia qualche dubbio. Eppure, Alita ha il merito di offrirsi corpo e anima all’empatia del pubblico, realizzando la congiunzione tra naturale e innaturale grazie all’armonia delle sue parti: un film dove gli affetti contano quanto gli effetti, mentre una cyborg extraterrestre ci dimostra l’importanza della solidarietà umana. In un’opera basata sulle antitesi e le commistioni, non è così paradossale.

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