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31 gennaio 2019 • 17:45 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Velvet Buzzsaw, d’arte si muore: la recensione del film di Dan Gilroy

Velvet Buzzsaw, in uscita il 1 febbraio su Netflix, è un algido racconto satirico che utilizza il sovrannaturale per criticare la mercificazione dell'arte.
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I copioni di Dan Gilroy circolano a Hollywood fin dagli anni Novanta, ma il cineasta californiano ha cominciato a farsi un nome solo dal 2014, quando il suo esordio alla regia – Nightcrawler – ha riscosso i favori della critica e persino una nomination agli Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale. Rispetto al successivo End of Justice, questo Velvet Buzzsaw ha certamente maggiori affinità con il suo primo film, pur variando i toni e il contesto sociale di riferimento (ma non geografico: siamo sempre a Los Angeles). Dalla sua “poetica” traspare quindi un’attitudine satirica che non trova riscontro nei precedenti lavori su commissione, e che talvolta non riesce a incanalarsi nel verso giusto, fagocitando se stessa e le sue ambizioni.

In questo caso, il mirino di Gilroy si sposta sul mercato dell’arte, dove il critico Morf Vandewalt (Jake Gyllenhaal) si muove con scioltezza tra fiere prestigiose e mostre all’ultimo grido. Uno dei suoi principali contatti nel settore è Josephina (Zawe Ashton), un’agente in erba che lavora per la potentissima Rhodora Haze (Rene Russo), e con cui Morf intrattiene una relazione sessuale. Quando la giovane donna trova il cadavere di un suo vicino di casa, uomo schivo e misterioso, incappa nell’opportunità della vita: l’appartamento del vicino è infatti pieno di straordinari dipinti che nessuno reclamerà mai, poiché l’anziano signore non aveva né amici né eredi. Josephina finge di averli rinvenuti nella spazzatura e se ne appropria, ma Rhodora la convince a promuoverli e venderli attraverso la sua agenzia. Le opere sono disturbanti, ipnotiche, ricche di un fascino oscuro ed enigmatico. Morf si propone subito come esegeta del pittore, assicurandosi il diritto prioritario di scrivere un libro monografico sulla sua arte. Peccato però che, non appena i dipinti piombano sul mercato, una forza oscura cominci a uccidere chiunque ne tragga profitto.

Velvet Buzzsaw

Gilroy sostiene di essersi ispirato a Robert Altman per l’impostazione corale, ma Velvet Buzzsaw è ben lontano dall’acume del maestro, e il racconto d’insieme non ha la soffusa naturalezza dei suoi capolavori. L’idea di fondo è sin troppo didascalica, e sfocia nella reiterazione del solito schema: la curiosità sta tutta nello scoprire le modalità con cui i personaggi resteranno uccisi, peraltro meno fantasiose rispetto a qualunque horror medio. Velvet Buzzsaw non è propriamente un horror, ma da quel genere ricava certi espedienti della tensione, uniti a una timidissima sfumatura splatter che stride un po’ con l’atmosfera generale. Il problema, più che altro, è che la “tesi” di Gilroy troverebbe comodamente spazio su una capocchia di spillo: la mercificazione dell’arte ne soffoca lo spirito, e la sorte delle opere è in mano a professionisti cinici che influenzano il mercato secondo i propri capricci. Tutto giusto, ma il film resta sulla superficie del discorso, senza approfondire la genesi del nostro rapporto con l’arte contemporanea (ovvero l’assenza di un gusto condiviso) né le sue ripercussioni sulla valutazione delle opere.

Gilroy preferisce dedicarsi alla caratterizzazione netta – e talvolta macchiettistica – di personaggi sgradevoli, il cui destino è già segnato. L’impegno con gli attori dà buoni frutti, soprattutto Jake Gyllenhaal, che ancora una volta lavora sulla gestualità e sul manierismo del suo personaggio, attribuendogli la virilità insicura di un gigione narcisista. Rispetto a Nightcrawler, però, il meccanismo s’inceppa: se l’odioso Lou Bloom riusciva ad accattivarsi la recalcitrante simpatia del pubblico, spingendolo vero una partecipazione inconscia e conflittuale, i personaggi di Velvet Buzzsaw sono invece soltanto carne da macello, insopportabili ed egocentrici, nonché incapaci di stabilire un rapporto ambiguo con lo spettatore. Qualcuno potrebbe obiettare che sia una scelta volontaria, utile a ritrarre il lato grottesco del mercato dell’arte, ma finisce solo per trasformare la satira in una narrazione algida e schematica, tutto l’opposto rispetto ai viscerali dipinti che seminano il caos.

Il meglio, insomma, resta nelle mani degli attori, e la performance di Gyllenhaal vale tutto il film; eppure, permane l’impressione di aver assistito a qualcosa di artefatto ed eccessivamente cerebrale, non così diverso dalle opere che Rhodora vende nella sua galleria. Chissà, forse il senso è proprio quello.

Velvet Buzzsaw

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