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30 gennaio 2019 • 16:28 • Scritto da DocManhattan

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Love Me Licia (e seguiti vari)

Il mito senza tempo della fettina panata. Love Me Licia: come da un anime giapponese si è arrivati a una serie di telefilm saturi di pasta coi capperi, parrucche colorate, gatti disperati e bambini di fine Ottocento.
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1986. Per dare un seguito all’anime Kiss Me Licia, che ha furoreggiato con la sua storia d’amore tra Luciana detta Licia e un cantante con l’acconciatura da clown, la regina della fascia ragazzi delle reti del Biscione, Alessandra Valeri Manera, s’inventa una serie TV live action, Love Me Licia, interpretata da Cristina D’Avena. Sotto la parrucca di Mirko ci finisce un ragazzo napoletano, Pasquale Finicelli; Marrabbio è Salvatore Landolina, attore sardo che ha lavorato in teatro e già partecipato al primo di due film per Maurizio Nichetti.

Nel resto del cast, altri modelli come Marco Bellavia (Steve), un futuro musicista vero, il giovanissimo Manuel De Peppe (Matt il batterista) ed Emanuela Pacotto (che a un certo punto dovrà iniziare a doppiarsi da sola e diverrà una doppiatrice di successo; Bulma in Dragon Ball, tra mille altre cose). Nessuno usa la sua vera voce da principio, perché per dare continuità al cartone si tirano a bordo i suoi doppiatori. Ivo “Pegasus” De Palma e gli altri, con Enzo Draghi a far cantare i Bee Hive. Ci vogliono in pratica tre persone diverse per portare in scena Mirko. E litri di colorante per parrucche.

Anche costumi, capigliature – la Cristinona nazionale aveva lo stesso caschetto della Licia animata; Satomi ha annaspato per due stagioni sotto una pioggia di boccoli sintetici – e il Mambo devono ricordare il cartone. E fa niente che nel riprodurre pedissequamente quanto si vedeva nella serie animata, il locale oltre al telefonone rosa presentasse dei grossi rettangoli neri sui banconi. Nella versione originale era pur sempre un posto in cui si servivano okonomiyaki, non una polpetteria.

Alessandra Valeri Manera scrive tutti i soggetti, si gira a Cologno Monzese. Vengono realizzati 35 episodi, a uno dei quali partecipa pure il grande Corrado. È il delirio. La serie spopola tra il pubblico giovanissimo di fan, al quale non importa nulla delle tante incongruenze di questo mondo italogiapponese ritagliato a due passi dal laghetto dei cigni. Il 33 giri Love Me Licia e i Bee Hive vende uno sproposito, va messa in cantiere un’altra stagione. E subito. Il 24 marzo dell’87, solo tre mesi dopo la fine della serie precedente, arriva un nuovo lotto di puntate, intitolate Licia Dolce Licia: una lunga tirata verso il matrimonio di Licia e Mirko. Nonno Sam e Lauro in lacrime.

Vi avanzano quattordici minuti di vita?

Le sceneggiature le cura Stefano Vicario, regista di varie edizioni del Festival di Sanremo (tutte quelle di Bonolis) e di tantissimi programmi Mediaset (Il pranzo è servito, Bim Bum Bam, La Corrida, Avanti un altro). Il piccolo Andrea, personaggio conciato come uno scolaretto di De Amicis, cambia volto (Valerio Floriani e non più Luca Lecchi), mentre il gatto Giuliano conserva fieramente la sua espressione scoglionata. Fanno parte della partita anche Carlotta Pisoni Brambilla, la futura Carlotta di Bim Bum Bam ed Emmanuela Folliero.

La macchina è ormai inarrestabile.

Tra settembre e dicembre dello stesso anno (siamo ancora nell’87) va in onda Teneramente Licia, il Rambo 3 della Licia live action. Le vicende coniugali di Licia e Mirko, uniti dall’amore cosmico per la fettina panata, portano la ragazza ad entrare nei Bee Hive. Perché il pubblico non chiedeva altro. Uno dei protagonisti, in questo crogiolo di nomi italiani, inglesi e giapponesi, giustamente si chiama Hildegard. È Debora Magnaghi, e di lì a poco finirà a presentare Bim Bum Bam pure lei. Come Marco Bellavia, che però nel frattempo ha mollato i Bee Hive. Tony, Matt e Steve sono infatti usciti dal gruppo: John (Jack) Frusciante, non sei nessuno.

L’atto finale va in scena il 26 febbraio del 1988: Balliamo e cantiamo con Licia. 39 puntate (nel cast c’è anche Federica Panicucci) chiuse da una Licia in attesa di un bebè che sicuramente nascerà con il capello bicolor come il padre. Marrabbio, che ha continuato ad esser geloso della figlia anche dopo le nozze, è costretto alla resa. Il gatto Giuliano resta scoglionato uguale.

In un finissimo gioco metanarrativo, Cristina D’Avena, nei panni di se stessa, chiama nell’ultima puntata il figliol prodigo Steve, annunciandogli la nascita di una nuova band.

Quella telefonata è il gancio per lo spin-off Arriva Cristina (ottobre ’88). La D’Avena, alla guida di quanto resta fondamentalmente dei Bee Hive senza Mirko e Satomi, impegnati a fare i padri di famiglia, può finalmente recitare con la sua voce. Tra lei e Steve ce n’è, ma poi sono troppo amici, meglio di no, dai magari almeno una bot… non se ne fa nulla. E si ricomincia il giro: seguiranno Cristina (1989) e Cri Cri (1990), su Italia 1, e Cristina, l’Europa siamo noi (1991), su Rete 4. Il 1992 e l’Europa sono alle porte, e Nonno Sam (Sante Calogero) è ancora lì, anche se ora si fa chiamare Ugo.

I Bee Hive torneranno in pista anni dopo, con tanto di tour per ex fan bambine ormai donne adulte, ma di questo abbiamo già detto a proposito del cartone che ha dato origine senza volerlo a tutto questo. L’autore del presente articolo ha appena scoperto che Nonno Sam era la voce di Piero nel Calimero giapponese degli anni 70, e si dichiara sconvolto della cosa.

Questa è invece l’espressione massima di felicità del gatto Giuliano.

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