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09 gennaio 2019 • 17:15 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Steve Carell: dalla commedia al cinema impegnato, verso l’Oscar

Dagli exploit satirici del Daily Show fino alla maschera dolente di Benvenuti a Marwen, passando per i momenti cult di The Office e la svolta drammatica di Foxcatcher, ripercorriamo la carriera di Steve Carell, attore dal talento poliedrico.
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C’è un vecchio stereotipo secondo cui gli attori comici, i clown e i commedianti sarebbero molto più tristi nella vita reale che sul palcoscenico, e questo li renderebbe particolarmente adatti ai ruoli drammatici. Il cinema contemporaneo abbonda di casi esemplari: Bill Murray, Jim Carrey e il compianto Robin Williams, giusto per citare i più popolari, hanno saputo trasfigurarsi sul grande schermo in personaggi malinconici – o apertamente tragici – che hanno dimostrato tutte le sfumature del loro talento interpretativo, ben oltre i margini della commedia. Ebbene, Steve Carell è l’ultimo esponente di questo retaggio, nonché uno dei più versatili e talentuosi, come testimonia la sua interpretazione di Mark Hogancamp in Benvenuti a Marwen di Robert Zemeckis. Il suo cammino vero il successo, però, è stato lungo e impervio: come molti bravi attori, Steve ha costruito la sua carriera in modo graduale, tassello dopo tassello, facendosi le ossa tra palcoscenici di provincia e ruoli di contorno.

La provincia è anche il suo luogo di nascita, ma non stiamo parlando di un paesino qualunque: Steve Carell nasce infatti il 16 agosto 1962 a Concord, in Massachusetts, cittadina dai ricchi trascorsi storici e letterari, dove vissero Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Hawthorne, Amos Bronson Alcott (padre di Louisa May Alcott) e il nativo Henry David Thoreau; tutta questa concentrazione di talenti spinse Henry James a soprannominare Concord “il più grande piccolo posto in America”, quindi non si può certo dire che gli stimoli artistici siano mancati nell’infanzia di Steve. Figlio di un’infermiera psichiatrica e di un ingegnere elettrico dalle ascendenze italiane (il suo cognome, in origine, era Caroselli), il futuro attore frequenta le scuole a Concord, poi si trasferisce in Ohio per studiare alla Denison University, dove segue i corsi di preparazione per la laurea in giurisprudenza. Nel tempo libero interpreta sketch comici e diventa un membro della Burpee’s Seedy Theatrical Company, il gruppo d’improvvisazione più antico del paese, rendendosi presto conto che l’avvocatura non è affatto la sua vocazione. Di fronte a questi dubbi, i genitori gli chiedono quale sia la sua vera passione, cosa gli piaccia fare… e Steve non ha molti dubbi: recitare. “Beh, allora fallo” gli rispondono i suoi, con quell’affetto pragmatico che denota una certa lucidità.

Puntellato dal supporto genitoriale, il ragazzo finisce comunque gli studi universitari e si laurea in storia, nel 1984. Vivacchia come può e accumula esperienze, finché non si trasferisce a Chicago e riesce a entrare nella troupe di Second City, prestigioso teatro d’improvvisazione comica, dove resta per quasi un decennio: oltre a lavorare come interprete, Carell fa anche l’insegnante, e in uno dei suoi corsi conosce la sua futura moglie, Nancy Walls, attrice e scrittrice con cui si sposa nel 1995. Intanto, debutta al cinema con un piccolo ruolo in Curly Sue di John Hughes (1991), poi entra nella squadra del The Dana Carvey Show insieme a gente come Charlie Kaufman, Louis C.K. e Stephen Colbert, che era il suo sostituto presso Second City. I due continuano a lavorare insieme anche a New York, dove si trasferiscono nel 1999 per il The Daily Show with Jon Stewart, finto notiziario dove Steve interpreta un inviato speciale che si caccia spesso in situazioni assurde. Il suo umorismo deadpan (cioè basato sull’imperturbabilità e l’assenza di emozioni nel recitare le battute) è perfetto per intervistare personaggi reazionari, intolleranti e razzisti, mettendoli in ridicolo nei loro pregiudizi. L’intervista a John McCain, senatore dell’Arizona e futuro candidato alla Casa Bianca, dimostra inoltre che Carell non si tira indietro di fronte alla delicatezza della satira politica:

I primi anni Duemila lo accompagnano progressivamente verso la consacrazione definitiva. Fra il 2003 e il 2004, Steve interpreta ruoli di contorno in Una settimana da Dio, Anchorman e persino Melinda e Melinda di Woody Allen, ma la sua carriera “esplode” nel 2005, quando firma con la NBC per entrare nel cast di The Office, remake americano dell’omonima serie BBC. Il suo personaggio è Michael Gary Scott, direttore generale della sede di Scranton della Dunder Mifflin, azienda specializzata nella distribuzione di carta, al centro di uno spassoso mockumentary che mette in luce tutta l’alienazione, le assurdità e le frustrazioni di un ufficio provinciale. Gli ascolti sono mediocri, ma la NBC è furba: sa che Carell ha un nuovo film in rampa di lancio – 40 anni vergine, stavolta come protagonista – e ne prevede il successo in estate; di conseguenza, rinnova The Office per la seconda stagione, che infatti vede una crescita esponenziale dei rating sull’onda del film. I ruoli in The Office e 40 anni vergine – dove presta il volto a un uomo adulto che non è ancora riuscito a perdere la verginità – lo consacrano agli occhi del grande pubblico come nuovo eroe della commedia americana, anche in virtù del suo sodalizio con Judd Apatow e della sua appartenenza al Frat Pack, gruppo di attori che lavorano spesso insieme (tra cui Owen Wilson, Will Ferrell, Vince Vaughn e Luke Wilson). Inoltre, The Office permette a Steve di recitare alcune scene che diventano ben presto “di culto”, ed entrano in circolo nella cultura pop grazie al contagio inarrestabile dei meme. Un esempio? Eccolo:

Ma anche:

Questa performance gli frutta un Golden Globe nel 2006, anno importante nella sua carriera anche per gli impegni cinematografici: Carell presta la voce allo scoiattolo Hammy ne La gang del bosco, e soprattutto interpreta Frank Ginsburg in Little Miss Sunshine, che segna la sua transizione progressiva verso ruoli più malinconici (seppure ancora nell’ambito della commedia). Una tendenza che conferma anche l’anno seguente, quando è protagonista de La vita secondo Dan, altra commedia introspettiva dove Steve mette in mostra la sua capacità di coagulare sul volto le tracce dello spaesamento e della solitudine; al contempo, però, l’attore non abbandona la comicità più smaccata, talvolta goliardica, in film come Un’impresa da Dio (sequel/spin-off di Una settimana da Dio), Get Smart e Notte folle a Manhattan, che consolidano la sua fama presso il pubblico internazionale. Il ruolo di Gru in Cattivissimo me lo rende invece protagonista di uno dei principali franchise animati del decennio in corso, ovviamente come doppiatore.

Se Crazy, Stupid, Love (2010) alimenta il suo gusto per gli “eroi” sconfitti, teneramente imbranati e avviliti, il vero snodo del suo percorso artistico è rappresentato da Foxcatcher di Bennett Miller, talentuoso regista che ha una grande intuizione: affidare a Steve Carell una parte disperatamente drammatica. Il film è ispirato alla vera storia di John Eleuthère du Pont, erede di una delle famiglie più ricche d’America, che nel 1996 uccise con tre colpi di pistola l’olimpionico Dave Schultz, allenatore della sua squadra di wrestling. Inizialmente Miller vorrebbe scritturare Gary Oldman, che però rifiuta perché impegnato con Apes Revolution, e quindi trova in Carell un sostituto di lusso. L’idea è vincente: Steve si dimostra capace di un trasformismo sorprendente, che coinvolge non soltanto la postura e la mimica facciale (con l’ottimo contributo del trucco), ma anche la modulazione della voce, rendendolo genuinamente inquietante. Questa metamorfosi gli garantisce una nomination ai Golden Globe e la sua prima candidatura agli Oscar, legittimandolo definitivamente anche nel cinema drammatico.

Ormai, la strada è spianata. Adam McKay lo ingaggia per La grande scommessa (2015) e gli assegna il ruolo di Mark Baum, uomo d’affari che – esattamente come il vero Steve Eisman, cui il personaggio è ispirato – trae profitto dal collasso del mercato immobiliare americano, causa scatenante della crisi finanziaria del 2008; il film viene candidato agli Oscar e acclamato dalla critica. Nel 2016, Steve torna a lavorare con Woody Allen in Café Society, mentre nel 2017 interpreta il tennista Bobby Riggs in Battle of the Sexes, basato sul celebre incontro di tennis fra Riggs e Billie Jean King. Il 2017 è anche l’anno di Cattivissimo me 3 e di Last Flag Flying, altro film drammatico che permette all’attore di lavorare per la prima volta con Richard Linklater, campione del cinema indipendente americano.

A questo punto, Hollywood vede Steve Carell per com’è veramente, ovvero un interprete completo che trova il suo punto di forza nelle sfumature, negli interstizi e nei contrasti fra le emozioni. Il belga Felix van Groeningen gli affida il delicatissimo ruolo di David Sheff in Beautiful Boy (2018), storia del difficile rapporto tra un padre e il figlio tossicodipendente: la stampa celebra ancora una volta Steve per la sua performance, considerata il punto più alto del film insieme alla prova di Timothée Chalamet, che interpreta il figlio di David. Intanto, mentre alcuni registi vedono all’opera il suo talento per la prima volta, altri hanno già imparato a conoscerlo, e fanno di lui il proprio attore feticcio: è il caso del già citato Adam McKay, che lo ha voluto in Anchorman, Anchorman 2 e La grande scommessa, ma lo richiama anche in VICE, lo sfaccettato e travolgente biopic su Dick Cheney. Carell presta il volto al segretario della difesa Donald Rumsfeld, cui attribuisce un ghigno beffardo e vagamente luciferino.

Il vertice espressivo del suo 2018 – nonché una delle più grandi interpretazioni della sua intera carriera – è però Benvenuti a Marwen di Robert Zemeckis, dove Steve approfondisce quella maschera dolente e malinconica che aveva caratterizzato i suoi primi passi nel cinema drammatico. Il film trae ispirazione da una storia vera, narrata in precedenza nel documentario Marwencol. Carell interpreta Mark Hogancamp, un illustratore che, vittima di una violenta aggressione da parte di alcuni neonazisti, perde gran parte della sua memoria, e non riesce nemmeno più a disegnare. Per rimettere insieme i pezzi della sua vita, si reinventa miniaturista e costruisce il plastico di un villaggio belga durante la Seconda Guerra Mondiale, dove colloca se stesso e un gruppo di guerriere che lo aiutano a combattere i nazisti, basate sulle donne che gli sono vicine nella vita reale. Ne esce il ritratto di un uomo distrutto, vittima di un’intolleranza che rifiuta l’inusuale (Mark ama indossare scarpe da donna) e venera il machismo, contrapposta all’empatia della sfera femminile: così, il protagonista si rifugia in un mondo dove lui stesso è sia il personaggio principale che il demiurgo, riuscendo a elaborare il trauma per mezzo dell’arte. Steve recita in doppia veste, “dal vivo” e in CGI con la performance capture, perché le fantasie di Mark prendono vita attraverso i pupazzi dei suoi modellini seguendo l’influenza tumultuosa degli stati d’animo.

È l’ennesima performance toccante di un attore poliedrico, capace di mettere a buon frutto una lunga gavetta nelle retrovie dello showbiz americano, facendosi strada con la consueta discrezione fino ad arrivare in prima linea. Speriamo che gli Oscar, prima o poi, se ne accorgano.

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