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Sex Education è il nuovo paradigma delle teen comedy: la recensione della serie Netflix

Sex Education è il nuovo paradigma delle teen comedy: la recensione della serie Netflix

Di Lorenzo Pedrazzi

Nella sua costante ricerca di prodotti adolescenziali, dopo gli scivoloni kitsch di Elite e Baby, Netflix centra una delle migliori teen comedy degli anni Duemila: Sex Education è un piacevolissimo fulmine a ciel sereno, arrivato in sordina da una sceneggiatrice esordiente (Laurie Nunn) e senza annunci epocali, nonostante la presenza di Asa Butterfield e Gillian Anderson nel talentuoso cast. Eppure, la serie riesce a sorprendere per la sua freschezza, la sua sagacia e la sua lucidità di pensiero, imponendosi come un nuovo paradigma nelle commedie puberali.

Ambientata in un villaggio della campagna inglese, la storia ruota attorno al sedicenne Otis Milburn (Asa Butterfield), figlio di una nota sessuologa (Gillian Anderson) che riceve i pazienti nella loro splendida casa, ricca di libri, opere d’arte e cimeli di natura erotica. Jean, questo il suo nome, è una donna molto aperta e disinvolta, sempre disposta a parlare col figlio anche degli argomenti più imbarazzanti, dai quali però Otis tende a fuggire: il ragazzo è infatti gravato da grosse inibizioni che riguardano la sua sessualità, e non riesce nemmeno a masturbarsi perché nutre una sorta di ribrezzo per le sue pulsioni carnali. Dolce, sensibile e socialmente impacciato, Otis passa le giornate con il suo migliore amico Eric (Ncuti Gatwa), unico gay dichiarato del liceo insieme all’odioso Anwar (Chaneil Kular), che se la fa con le mean girls della scuola. Tra i loro compagni c’è anche Maeve (Emma Mackey), fascinosa ribelle che è costantemente vittima di slutshaming, ma possiede un carattere molto deciso e risponde sempre per le rime.

Il punto è che Otis, pur essendo goffo e vergine, ha assorbito molti insegnamenti di sua madre in fatto di sessualità e relazioni amorose, quindi è paradossalmente molto bravo a dare consigli in proposito; così, non appena questo suo talento esce allo scoperto, Maeve gli propone di metterlo a buon frutto: potrebbero organizzare delle sedute di sessuologia e psicoterapia per gli altri studenti, facendosi pagare come dei professionisti. Inizialmente Otis è dubbioso, ma l’idea stessa di trascorrere del tempo con Maeve è molto allettante, e inoltre i primi risultati sono incoraggianti: la “clinica” apre quindi in gran segreto, non senza conseguenze sulla vita privata di entrambi.

Spesso si parla della carenza di educazione sessuale nelle scuole, ma Laurie Nunn ha trovato la soluzione più elementare: una terapia completamente autogestita, all’oscuro delle istituzioni scolastiche e dei genitori. Sex Education mette in scena un universo adolescenziale che può risolversi totalmente in se stesso, capace di sopperire alle lacune pedagogiche degli adulti con una combinazione di intuito, cultura ed esperienza (per quanto acerba). Senza il moralismo tipico di molti teen drama americani e italiani, la serie contribuisce a quel processo di “normalizzazione” del sesso che è vitale per il benessere psicofisico di tutti, dialogando idealmente con un altro gioiello del catalogo Netflix, Big Mouth: dagli impulsi erotici alle pratiche sessuali più disparate, passando per l’immagine stessa dei genitali, Sex Education affronta il sesso con grande disinvoltura e naturalezza, sfruttando al contempo l’umorismo come un mezzo di alleggerimento e condivisione. È proprio dalle disavventure carnali degli studenti che lo show trae la sua struttura narrativa: ogni episodio è introdotto da un “caso” diverso, le cui diramazioni toccano la vita privata di Otis, Maeve ed Eric, bilanciando intelligentemente la trama verticale e quella orizzontale.

Questa impostazione, peraltro, agevola Nunn e le altre sceneggiatrici nella scrittura dei protagonisti, che pur partendo da alcuni modelli consolidati della teen comedy – l’imbranato, la ribelle, il bullo, la stronza… – non si fossilizzano mai nei loro stereotipi, ma evolvono di puntata in puntata, lasciando trasparire motivazioni e sfumature caratteriali. Si avverte un grande rispetto per i personaggi, evidente nello sforzo di renderli tridimensionali, di attribuire a tutti un passato e un contesto sociale specifico. Naturalmente Otis è il centro dell’attenzione, nonché l’emblema di una certa sensibilità – sia umana sia creativa – che l’autrice dimostra a più riprese nell’arco della stagione. L’impacciato sedicenne, interpretato con grazia da Asa Butterfield, incarna il conflitto fra la conoscenza teorica e l’esperienza pratica, figlio di una situazione familiare instabile e di una madre ingombrante. In lui c’è un senso di colpa maschile che nasce non tanto dalle proprie responsabilità personali, ma da quelle dei cattivi maestri (il padre) e dal timore di imitarli, che lo spingono a rifiutare la sua stessa sessualità come se fosse qualcosa di intrinsecamente nocivo e indecoroso; esemplare, in tal senso, la sua reazione di fronte a un sogno erotico su Maeve, quando Otis si auto-colpevolizza per aver “reificato” inconsciamente l’amica. Attraverso un percorso di educazione sentimentale e scoperta personale, Nunn fa di lui un modello maschile diverso, e di cui tutt’oggi c’è un gran bisogno: un maschile che supera il machismo e il mito della virilità, ma si apre all’empatia, alla capacità di piangere e di ammettere le proprie fragilità o i propri sbagli, senza risultare vacuo e irresoluto.

Di fatto, la prima stagione di Sex Education è un percorso di emancipazione individuale che si ramifica tra i vari personaggi: ognuno di essi, anche quelli secondari, deve imparare a capire le proprie esigenze e trovare la propria indipendenza, smarcandosi dagli stigmi sociali o dalla pressione dei bisogni altrui; e questo vale sia nei comuni rapporti interpersonali sia nelle relazioni sessuali, dove la chiave fondamentale è sempre nell’appagamento di entrambi i partner (oltre che nell’individuazione di un desiderio reale, talvolta nascosto). Laurie Nunn riesce a tirarne fuori un cult immediato, ricco di battute brillanti e situazioni paradossali, capace di sintetizzare trent’anni di commedie adolescenziali che partono da John Hughes e arrivano fino a Easy Girl. Al contempo, ha il merito di prendere sul serio le azioni dei suoi personaggi: ogni scelta comporta una precisa conseguenza, i cui effetti possono riverberarsi a lungo termine.

Le ottime performance del cast – guidato da una Gillian Anderson bravissima e ammaliante – non fanno che valorizzare una serie imperdibile, a conferma dell’ottima salute che le teen comedy godono nel Regno Unito. Date un’occhiata anche a Derry Girls, sempre su Netflix, se volete un altro esempio.

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