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25 gennaio 2019 • 16:45 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Il primo Re, il mito e la sua rielaborazione: la recensione del film di Matteo Rovere

Matteo Rovere forza i limiti del cinema italiano e rielabora il mito fondativo di Roma: Il primo Re è un film spettacolare, ben costruito e tecnicamente raffinato.
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Gli orizzonti del cinema italiano si sono ristretti quando i nostri film hanno smesso di inventare spazi e ricreare mondi, appiattendosi sulla tediosa ripetitività dei drammi borghesi, delle commedie di costume e di una supposta “autorialità” diffusa, almeno per quanto riguarda le produzioni mainstream. È un discorso ormai vecchio, destinato a riemergere ogni volta che qualcuno batte una strada diversa, com’è accaduto tre anni fa con l’uscita di Lo chiamavano Jeeg Robot e Veloce come il vento. In tal senso, non dev’essere un caso che Il primo Re sia diretto proprio da Matteo Rovere, regista che sta cercando di forzare i limiti del cinema italiano contemporaneo per svecchiarne le dinamiche produttive. L’obiettivo, insomma, è di rilanciarne la vendibilità internazionale, perché la salute di un’industria cinematografica traspare soprattutto dai suoi prodotti “medi”, anche di natura smaccatamente commerciale, più che dagli acuti di singoli autori come Garrone o Sorrentino; quindi, l’impegno di Rovere a “sprovincializzare” il nostro cinema è quantomai lodevole, e non merita di essere archiviato come un tentativo buono ma isolato.

Di fatto, Il primo Re non cerca una via alternativa solo in termini pratici, ma anche nella ricostruzione di una mitopoiesi che troppo spesso il cinema italiano tende a ignorare o sottovalutare. La rielaborazione dei miti autoctoni è infatti basilare per la comprensione del presente, poiché risale all’origine stessa della nostra organizzazione sociale, del nostro immaginario e della nostra forma mentis. A tal fine, Rovere sceglie di narrare – o reimmaginare – il mito di Romolo e Remo, tornando alla nascita di Roma e della nostra unità come popolo, sia pur magmatica e conflittuale. Nel 750 a.C., Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) sono due fratelli legati da un rapporto viscerale, che allevano pecore nei boschi attorno al Tevere. Quando il fiume esonda, i due pastori vengono catturati dagli uomini di Alba Longa e costretti ad affrontarsi davanti agli occhi della vestale Satnei (Tania Garribba). Lo scopo è determinare chi sia degno agli occhi del Dio, ovvero il fuoco sacro, che la donna ha il compito di sorvegliare. Ciò che ne deriva è però una sommossa che avrà ramificazioni vastissime, portando Romolo e Remo a compiere scelte di rilievo epocale.

Il seme della contrapposizione fraterna inizia a germogliare proprio in questo momento decisivo, quando Romolo insiste nel voler sottrarre il fuoco sacro ad Alba Longa per avere con sé la protezione divina. Matteo Rovere, anche sceneggiatore con Filippo Gravino e Francesca Ranieri, si rifà al mito per impostare uno scontro “ideologico” tra due opposte visioni del mondo, che racchiude in nuce molti conflitti dell’epoca moderna. Remo è il vero protagonista, ed è anche quello che, sotto molti aspetti, si attira il maggior grado di empatia: la sua sfida personale agli dei – lui che non ne riconosce l’autorità – ha qualcosa di monumentale, poiché mette in discussione credenze e superstizioni talmente antiche da essere radicate anche nella mentalità odierna, dove però tale scontro si è evoluto su scala globale. La sua titanica ribellione è ovviamente destinata al fallimento, perché dimentica i valori fondamentali della compassione e della solidarietà umana (non necessariamente familiare), di cui Romolo è invece portatore. La sceneggiatura de Il primo Re cita il retaggio del “mito” ben oltre i confini romani, ed è caratterizzata da un’efficace linearità che, attraverso l’attenta disposizione dei rapporti interni, imprigiona i due fratelli nella gabbia delle loro azioni: gli avvertimenti oracolari di Satnei sono davvero una voce divina, oppure influenzano il libero arbitrio di Remo e pilotano le sue scelte? In questo modo, il film risale alla genesi di tutte le superstizioni, e ne evidenzia l’ampio potere di suggestione sugli uomini. Il titolo stesso mantiene una certa ambiguità, e induce a chiedersi chi sia davvero il primo Re, e quindi chi fra Romolo e Remo – come suggerisce lo stesso Rovere – possa fregiarsi di attributi “divini”.

L’utilizzo del proto-latino, in tal senso, non è solo uno strumento di fedeltà storica, ma aiuta il regista e gli attori a intessere un clima arcaico, sospeso, a tratti metafisico, dove i riferimenti al sovrasensibile convivono con una brutalità ben più terrena. Carne e sangue sono un leitmotiv che ricorre lungo tutto l’arco narrativo del film, rigidamente cadenzato da scene d’azione in cui Rovere dimostra una notevole perizia di messa in scena. A supportarlo non c’è solo un gran lavoro coreografico, ma anche la straordinaria fotografia di Daniele Ciprì, che sfrutta solo la luce naturale per plasmare i corpi nello spazio, valorizzando le fonti luminose (il bagliore del fuoco sacro, i raggi del sole attraverso le fronde degli alberi) come se fossero un’emanazione divina. L’atmosfera rievoca modelli dal respiro internazionale – Apocalypto e Valhalla Rising, più di Pathfinder o King Arthur – ma Il primo Re li adatta al contesto italico, rielaborando il mito fondativo di Roma con l’impostazione formale di un blockbuster contemporaneo: la caratterizzazione fisica dei personaggi è esasperata e riconoscibile, i combattimenti sono accurati e dinamici, mentre il crescendo musicale accompagna il climax. Le soluzioni formali adottate da Rovere sono piuttosto convenzionali (si vede anche nell’utilizzo dello slow motion per le scene cruciali), ma non mancano di precisione, e comunque si muovono in uno scenario che solitamente ne ignora l’esistenza.

L’interpretazione febbricitante di Alessandro Borghi guida il racconto e favorisce le sfumature, soprattutto quando il personaggio si sente intrappolato fra il volere degli dei e il suo codice morale, tra le pressioni fagocitanti della comunità e i suoi affetti personali. Questa continua oscillazione fra terreno e ultraterreno è emblematica di un film che coniuga due anime solo apparentemente discordi: meditazione speculativa e intrattenimento visivo, storia e mito. Nel punto di congiunzione fra di essi c’è una sfida tecnico-artistica che, nel complesso, Il primo Re vince brillantemente, spalancando nuovi orizzonti per un’industria cinematografica che ha smesso di credere nel suo potenziale. Sarebbe un peccato se queste grida rimanessero inascoltate.

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