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GLASS – Come ti faccio a pezzi l’uomo di vetro

GLASS – Come ti faccio a pezzi l’uomo di vetro

Di Roberto Recchioni

LEGGI ANCHE: EXCL – James McAvoy e Samuel L. Jackson parlano di Glass, la nostra intervista

M. Night Shyamalan è un regista che, dopo due pellicole giovanili, si è fatto notare con una prima, ottima, pellicola di alto livello (Il Sesto Senso) a cui ha fatto seguire uno straordinario secondo film (Unbreakable). Questo gli ha garantito che anche i due film successivi (Signs, The Village), non altrettanto buoni, fossero recepiti con una certa generosità dalla critica (meno dal pubblico). Lady in the Water ha fatto esaurire il bonus e con E venne il Giorno si è passati dal volergli bene al deriderlo. L’Ultimo Dominatore dell’Aria e After Earth, infine, gli hanno quasi scavato la fossa. Approdato a quella factory cormaniana capace di sfornare successi a basso costo della Blum House, Shyamalan ha ritrovato sé stesso, ripartendo (con molta umiltà, gli va riconosciuto) da un film horror minuscolo, senza nessuna pretesa ma decisamente riuscito come The Visit. Ritrovata la fiducia e l’ispirazione è stata la volta di Split, un successo vero, di quelli che costano dieci e incassano un milione. Ora è la volta di Glass, pellicola che torna ad alzare ambiziosamente il tiro.

Prima di entrare nel vivo della recensione, farò alcune premesse.

– Chi vi scrive ha una forte simpatia umana per M. Night Shyamalan e un’enorme stima del suo elegante occhio cinematografico.

– Chi vi scrive ritiene Unbreakable non solo il miglior film sui supereroi mai realizzato, ma anche un grandissimo film a prescindere dai supereroi. È proprio grande cinema e basta.

– Chi vi scrive è uno di quelli che, sul finale di Split, quasi urlava in sala dalla commozione di rivedere un certo personaggio e capire che Split e Unbreakable erano connessi in maniera effettiva e non solo tematica.

– Chi vi scrive è uno che dai sedici anni in poi, nella vita ha avuto un solo role model: Bruce Willis.

– Chi vi scrive, come altro lavoro, fa il fumettista e questo lo rende particolarmente suscettibile a tutte le opere cinematografiche che, in qualche maniera, riguardano i fumetti.


Date queste premesse, immagino che sia chiaro che questa recensione sarà influenzata da una certa benevolenza nei confronti dell’ultima pellicola di M. Night Shyamalan.

E per questo vi dico che Glass è un film davvero brutto.
Non il peggiore di Shyamalan (After Earth è difficile da battere) ma, di sicuro, il più deludente.
Ora vi spiego perché ma, prima di continuare, facciamo alcuni controlli, ok?

Avete visto Unbreakable e Split?
Se sì, andate pure avanti con la lettura. Se, invece, non li avete visti, fermatevi.

Sia perché è praticamente impossibile parlare di Glass senza fare delle rivelazioni sui due capitoli precedenti di questa trilogia, sia perché Glass, a differenza di Split, è un film che non ha nessuna autonomia. Se non avete visto i due film prima, non ci capirete praticamente nulla di chi sono i personaggi, quali sono i rapporti che li legano e perché hanno determinate capacità. Per capirsi, Glass è più dipendente da Unbreakable e Split di quanto non sia Il Ritorno dello Jedi da L’Impero Colpisce Ancora e Una Nuova Speranza. E già questa non è che sia proprio una cosa così brillante perché tanti spettatori di Split non hanno mai visto Unbreakable (che è un film di diciannove anni fa) e non hanno minimamente capito le implicazioni della presenza di Bruce Willis nell’ultima scena. Quindi, il primo problema di Glass è quello di essere il terzo capitolo di una trilogia che è evidente solo nella mente del regista e degli spettatori appassionati e affezionati.

L’altro problema, quello enorme, è che è scritto malissimo.

Da qui in poi non si saranno particolari spoiler, se non il racconto di quanto mostrato sin dal trailer.

Sostanzialmente il film parte poco dopo la conclusione di Split con David Dunn, giustiziere di quartiere, solitario e superumano, che ha scoperto che in giro c’è un altro supercattivo dalla personalità multipla: l’Orda. Dunn si mette sulle sue tracce e, grazie ai suoi poteri, lo rintraccia. Ne segue un breve combattimento che porta alla cattura da parte della forze dell’ordine di entrambi.
I due vengono portati in una struttura psichiatrica per un trattamento intensivo di tre giorni volto a distruggere la loro convinzione di possedere capacità straordinario. Nell’istituto c’è anche un terzo paziente afflitto dalla stessa sindrome del “supereroe-supercattivo”, Elijah Price, meglio conosciuto come Mr. Glass. Da qui inizia davvero il film e, date le premesse, uno si potrebbe aspettare due tipi di sviluppi possibili:
il primo è quello in stile Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, con la banda di picchiatelli superumani costretti a convivere nello stesso spazio ristretto, messi alla prova nelle loro convinzioni. Sarebbe stata un’idea interessante perché, in questa maniera, Shyamalan avrebbe potuto ribaltare quello che lo spettatore aveva dato come assodato dopo la visione di Unbreakable e Split (ovverosia che i superumani, in questo universo, esistono) rimettendo in discussione tutta la mitologia creata in precedenza, per poi riconfermarla o tradirla.
Il secondo tipo di approccio possibile, dato anche il titolo della pellicola, sarebbe stato quello più canonico, ovvero un racconto supereroistico, tutto incentrato sulla complessa macchinazione di Mr. Glass per portare alla luce i superumani e dimostrare al mondo che lui non si è sbagliato.
A essere onesti, Shymalan tenta entrambe le strade ma con poca convinzione, preferendo invece imboccare con decisione una terza: quella preceduta da un cartello con sopra scritto “Vicolo Cieco! Direzione Sbagliata! TORNATE INDIETRO PRIMA DEL DISASTRO!”.

Tanto per cominciare, il vero protagonista della storia non è Glass, come il titolo potrebbe far pensare, ma il personaggio interpretato da Sarah Paulson, una psichiatra specializzata nella sindrome del “supereroe dei fumetti”. Personaggio che, nello script, ricopre tre funzioni:

– Raccontare delle cose che succedono ma che non vengono mostrate.

– Didascalizzare esplicitamente ogni concetto o idea che sarebbe già ben chiaro allo spettatore anche senza il suo pedante intervento.

– Dire cose assurde e senza senso in relazione al suo ruolo (cose del tipo: “l’amore è la terapia più efficace”).

Già così sarebbe una tragedia, se poi ci mettiamo che la Paulson è, principalmente, un’attrice televisiva non particolarmente capace e che, nonostante questo, ha la maggior parte della battute e dello screentime, capirete da soli che lei è uno dei grossi problemi della pellicola.
Non il più grosso, purtroppo.

Il secondo problema è che è tutto costruito senza alcuna credibilità.
Tanto per fare qualche esempio:

– McAvoy, Willis e Jackson sono chiusi in una sorta di manicomio sotto lo sguardo di centinaia (lo dicono proprio nel film: centinaia) di telecamere ma con soli due inservienti a guardare i monitor di sorveglianza. Due. Che non lavorano nemmeno assieme ma a turni alterni. E che sono gli unici a prendersi cura dei pazienti, giorno e notte. Ci sono anche delle guardie di sicurezza che però, inspiegabilmente, stanno dietro a dei cancelli e non sentono mai nulla…

– La polizia cattura un pazzo serial killer cannibale convinto di avere capacità sovrumane (il personaggio di McAvoy e protagonista di Split) e, invece di rinchiuderlo in una cella di massima sicurezza data la sua già ben dimostrata pericolosità, lo porta subito in un istituto psichiatrico… quello gestito dai due inservienti di cui sopra.

– La polizia cattura un vigilante (il personaggio di Bruce Willis, protagonista di Unbreakable) e, non si bene perché, invece di portarlo in cella, lo trasporta assieme al serial killer sempre nello stesso istituto psichiatrico. La motivazione adotta è che anche lui è convinto di avere dei superpoteri. Solo che il personaggio di Willis non lo dice mai apertamente e non è assolutamente chiaro come i tutori della legge possano saperlo…

– Una ragazzina, quasi vittima di un pazzo serial killer cannibale, va a trovarlo e lo abbraccia, senza alcun controllo di sicurezza…

– Nessuna sciarada o piano machiavellico creato da Mr. Glass o da qualche altro personaggio ha poi un reale senso se messo in relazione alle presunte rivelazioni a catena del finale…

– Ad un certo punto qualcuno parla di una roba vecchia di millenni…

E potrei continuare a lungo in questa infinita fiera del “macosa?!”

E nemmeno questa è la cosa peggiore del film.
E non lo è nemmeno il sottoutilizzo di un attore straordinario come McAvoy, o il pigro adagiarsi sui soliti stilemi recitativi di Samuel L. Jackson, o il pessimo stato di forma fisica Bruce Willis (a cui, comunque, non viene chiesto di fare quasi nulla).
La cosa peggiore del film è che prende quella sottile capacità di dire senza esplicitare che aveva caratterizzato tanto Unbreakable quanto Split e la getta nella spazzatura.

Qui tutto è raccontato. Tutto è sottotitolato. A uso e consumo di un pubblico distratto che non vuole nemmeno provarci a pensare.
Se i cattivi si preparano a mettere in atto uno spettacolare piano criminale e il buono si precipita a fermarli, ci sarà un personaggio che dirà: “questo è uno showdown tra i buoni e i cattivi, come quelli che si vedono nei fumetti al termine dei grandi archi narrativi”. Se un buono sarà costretto ad allearsi con un cattivo per sconfiggere un cattivo ancora peggiore, qualcuno si affretterà a dire: “come nei fumetti, quando i due arcinemici sono costretti ad allearsi”. E via discorrendo, spiegando ogni parallelismo, ogni “sottile” rimando, trasformando quello che era un intelligente pantheon mitologico in un libro per l’infanzia di quelli che ti insegnano a leggere, con la scritta “ALBERO” sotto il disegno di un albero.

Ecco, questo è Glass.
Il brutto disegno di un supereroe con sotto scritto “SUPEREROE”.
Dimenticabile. Da dimenticare.
Un vero colpo al cuore.
Mi spiace.

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