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08 gennaio 2019 • 10:15 • Scritto da Adriano Ercolani

Escape Room, la recensione dell’horror con Deborah Ann Woll

Escape Room mescola con arguzia le fascinazioni di molto cinema horror visto negli ultimi anni, riproponendole però attraverso una forma filmica più elegante, asciugata dell’aspetto gore e maggiormente concentrata sulla qualità delle atmosfere. Ecco la nostra recensione.
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Nel gioco delle variazioni su un tema già consolidato presso il pubblico amante del genere, il nuovo film dello specialista Adam Robitel (The Taking of Deborah Logan, Insidious: The Last Key) si propone come un prodotto decisamente intrigante.

Escape Room mescola con arguzia le fascinazioni di molto cinema horror visto negli ultimi anni, soprattutto Saw e The Belko Experiment, riproponendole però attraverso una forma filmica più elegante, asciugata dell’aspetto gore e maggiormente concentrata sulla qualità delle atmosfere. Dopo un prologo che racconta la backstory di alcuni protagonisti del gioco (al massacro), la sequenza che apre ufficialmente il percorso di sopravvivenza dei sei personaggi principali è organizzata in maniera esemplare.

Il lavoro sulle scenografie della stanza è perfetto, una sintesi inquietante di stilizzazione e sobrietà, che si trasforma pian piano in un inferno infuocato. Il crescendo emotivo è poi centellinato da un ritmo della narrazione scandito con cura, mai eccessivamente accelerato, capace di creare tensione ma anche empatia con le psicologie rappresentate, tutte delineate con tratti veloci ma precisi. Escape Room merita di essere visto soprattutto per la sequenza che inizia le danze, un piccolo gioiello di cinema di genere orchestrato con sorprendente dovizia cinematografica. Pian piano che i giocatori avanzano nelle stanze successive, il gioco si fa prevedibilmente più scoperto.

Adesso a contare sono soprattutto le ambientazioni, tutte visivamente molto curate; un altro espediente narrativo che funziona a dovere è l’alternanza della trama principale con brevi flashback che raccontano le storie traumatiche dei giocatori. In questo modo le azioni di alcuni di loro diventano maggiormente plausibili, anche quando inserite in un contesto a limiti della credibilità come quello delle escape room. Il film di Robitel procede stanza dopo stanza piazzando almeno un’altra sequenza molto divertente ambientata nel ristorante anni ‘50 capovolto, fino a un finale che invece si rivela meno efficace rispetto a quanto era stato settato in precedenza. Il valore dell’operazione, considerato poi il budget quasi irrisorio rispetto a quello che Escape Room riesce a mettere in scena, è comunque degno di nota.

Gli amanti dell’horror/puzzle non rimarranno certamente delusi dalla nuova fatica cinematografica di Adam robitel, che vede nel cast anche quella Deborah Ann Woll amata dal pubblico televisivo per True Blood e soprattutto Daredevil: Escape Room è un esercizio di genere spigliato ed esteticamente riuscito, che costruisce trama e psicologie dei personaggi in maniera precisa. Un’evoluzione narrativa più robusta nella seconda parte ne avrebbe fatto una pietra preziosa, ma questo non esclude che il divertimento al cinema non sia garantito.

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