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Benvenuti a Marwen arriva dritto al cuore, la recensione del nuovo film di Robert Zemeckis

Benvenuti a Marwen arriva dritto al cuore, la recensione del nuovo film di Robert Zemeckis

Di Adriano Ercolani

C’è molto, moltissimo di Robert Zemeckis in questa sua ultima fatica cinematografica.
Prima di tutto c’è il suo amore per la sperimentazione, la volontà costante di cercare strade sempre diverse per raccontare e raccontarsi, adoperando il mezzo-cinema in tutta la sua estensione contenutistica.

Benvenuti a Marwen rappresenta un passo avanti in questo processo, perché mostra un minimo in più quanto la necessità di fare cinema stia diventando per il regista qualcosa di personale. Si tratta di un film dalle tematiche fin troppo attuali: odio per il diverso, abuso e violenza sono mostri che strisciando dentro il film contaminandolo, rendendolo un’opera più pessimista e dolorosa di quanto la storia principale o la confezione non lascino intendere. Zemeckis sembra soffrire del dolore che mette in scena, lo lega alla propria vicenda personale (quella legata all’alcolismo) e in maniera sorprendentemente drammatica anche alla sua art: i riferimenti espliciti che in questo film troviamo riguardo opere passate del regista, da Flight ad Allied e infine Ritorno al futuro, sembrano confessarci che il filo rosso in grado di legare il suo cinema è fatto di disperazione, di dolore, di persone che vivono la frustrazione quotidiana dell’essere ai margini di una società a tratti davvero spaventosa. Non erano degli “outsider” anche Forrest Gump o Marty McFly? Non era un isolato anche il grandioso protagonista di Cast Away o la scienziata di Contact? In Benvenuti a Marwen Zemeckis sembra quasi dirci: guardate indietro, guardate meglio, perché la mia visione del mondo così plumbea è sempre stata lì. I nazisti che minacciano il villaggio di bambole al centro della vicenda vengono sconfitti ogni volta, e ogni volta resuscitano per portare altro male. L’unica risposta possibile è l’unione, la compassione umana contro la disgrazia e la violenza.

Meglio non aspettarsi un feel-good movie se si decide di andare a vedere Benvenuti a Marwen. Meglio non sottovalutarlo o ridurlo a favola contemporanea. Nella sua essenza il lungometraggio di Robert Zemeckis è una riflessione anche piuttosto dura sul nostro tempo, sul senso di isolamento che le contraddizioni della società possono provocare. La storia vera di Mark Hogancamp e di ciò che gli è successo viene rappresentata con enorme empatia dall’autore, viene introiettata in un discorso più universale e paradossalmente più personale. Quello di Zemeckis è quasi un atto di espulsione, un grido di dolore che in maniera trasversale raggiunge lo spettatore e lo colpisce a fondo.

Come talvolta capita a chi vuole raccontare molto, spesso può diventare troppo: Benvenuti a Marwen in alcuni punti eccede nel voler ribadire le idee che contiene. Ma anche nella sua imperfezione il film si fa amare per la sua passione quasi struggente, per l’esposizione di figure spezzate e umanissime, spaventate e mancanti, a cui è impossibile non voler stare accanto. Potrà non essere il racconto perfetto, quello costruito a tavolino, ma Benvenuti a Marwen arriva dritto al cuore.

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