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Seconda Occasione: le bat-tutacce di Batman & Robin (1997)

Seconda Occasione: le bat-tutacce di Batman & Robin (1997)

Di Nanni Cobretti

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L’ACCUSA: aver messo i capezzoli sul bat-costume. E un inequivocabile 10% su Rotten Tomatoes.

SVOLGIMENTO
Batman & Robin lasciò tutti quanti spiazzati, perplessi, sorpresi da quanto era brutto.
Non se l’aspettavano.
Il motivo principale risiede però in quello strano caso di ipnosi collettiva che fu, due anni prima, Batman Forever.
Batman Forever arrivò nel 1995 come segnale di rottura verso i capitoli firmati Tim Burton: enorme successo il capostipite, troppo personale e “strambo” (ma bellissimo) il sequel.
Pensate a quanto fa ridere questa cosa: all’epoca non si usava il termine “reboot”, per cui alla Warner fecero gli indiani e spacciarono silenziosamente Batman Forever per un normalissimo nuovo sequel. Un sequel in cui cambia il regista, cambiano tutti gli attori, cambia il tono e lo stile, cambiano i costumi, e cambia persino il tema musicale. Unici punti di contatto: Sir Michael Gough nel ruolo di Alfred e Pat Hingle nel ruolo del Commissario Gordon. Siamo in territori che neanche James Bond nel passaggio da Sean Connery a Roger Moore.
Batman Forever era già una versione scema e ultrapop del cavaliere oscuro: un’isterica gara di faccette tra un Jim Carrey lasciato libero di delirare fuori controllo (anche pre-trasformazione!) e un Tommy Lee Jones che per qualche motivo sente di dover competere, circondati da un Val Kilmer bellissimo e impassibile, un Chris O’Donnell energeticamente incapace, Nicole Kidman stoica e professionale, un pezzo orribile degli U2, una leggendaria ballata di Seal, una clamorosissima comparsata del grande Don “The Dragon” Wilson, regia distratta, sceneggiatura inesistente. Il tutto mentre le musiche imitano l’andazzo generale di Elfman ma senza riprenderne il tema, e le scenografie ci presentano una Gotham steroidata sul lato surreale ma in versione improvvisamente neon-kitsch piuttosto che gotica e malfamata.
Ma uscì durante la giusta congiunzione di stelle: c’era una generale aria di sollievo davanti a un film che giocava sul sicuro, rinunciava a qualsiasi sottotesto e complicazione e si limitava a offrire un sacco di spettacolo colorato e spensierato. Riuscì a spacciarsi per una specie di Burton in overdose da antidolorifici. Lasciò un ricordo incomprensibilmente accettabile, fece un casino di soldi.
Nel 1997, Batman & Robin fu un brusco risveglio.
Eppure sento che avremmo dovuto aspettarcelo: Batman & Robin è esattamente il film che Hollywood capisce di dover fare se guardi una cosa come Batman Forever e dai l’impressione che ti sia piaciuta.

Joel Schumacher, di tutte le esperienze che si possono fare nel mondo del cinema prima di passare alla regia, nasce costumista.
Oggi è famoso per essere “il colpevole” di Batman & Robin, ma prima si era fatto un’ottima reputazione di regista commerciale.
Ad esempio: Ragazzi perduti, il cult dell’87 a cui siete sicuramente affezionatissimi, è suo. Se ve lo ricordate, la formuletta di quel film consisteva in un mix tra vampiri bellissimi e super trendy nel loro azzeccatissimo stile punk goth, e in momenti puramente comici. C’erano i fratelli Ranocchi, pure caricature, e c’era sexy Kiefer Sutherland che non ha più trasudato una tale disarmante quantità di carisma fino all’invenzione di Jack Bauer. E c’erano punte favolose tipo il muscoloso sassofonista seminudo con braghe di pelle e catena al collo che sculettava su un palco urlando “I still believe!” (oggi è noto in certi ambienti come “Sergio”).
Gotico, sexy, stiloso, pacchiano, divertente: se ci pensate, era la formula perfetta con cui prendere il Batman di Tim Burton e portarlo in una direzione più commerciale rispetto alla storia di una costosa seduta di psicanalisi tra schizofrenici in costume.
E Schumacher ci si approccia con l’aria del bambino che è entrato nel suo negozio di giocattoli preferito con 40 anni di ritardo: una persona che da una parte sguazza nel suo elemento e gode di abbondanza di risorse come non gli era ancora accaduto, ma che dall’altra ha ormai solo un vago ricordo di cosa davvero lo divertiva da bambino, e comunque sa perfettamente che non è lì per cazzeggiare ma per accontentare un gran numero di esigenze da parte di chi lo ha messo lì.
Dopo il successo di Batman Forever, la sua idea è trasformare la saga nella definitiva versione sexy-goth del Batman degli anni ‘60. Quello con Adam West. Quello fumettoso nel senso più bambinesco del termine, quello con i rumori onomatopeici in sovrimpressione, quello in cui ogni dialogo era riempito il più possibile di battutine e giochi di parole scemi.
Non è una brutta idea, di per sé.
I problemi iniziano quando la Warner dà il via libera al progetto in tempi piuttosto stretti, proseguono quando viene imposto un casting basato su sondaggi popolari (è un colpaccio ad esempio convincere una mega action star come Arnold Schwarzenegger a fare il villain in un film corale), persistono quando il tovagliolo su cui sta la sceneggiatura – pur nella sua brevità – viene invaso da continue richieste di modifiche scopo inserimento agganci per il merchandising, raggiungono il culmine quando quasi tutti minacciano di andarsene se Val Kilmer viene confermato come protagonista (le storie sulla sua stronzaggine sul set – su qualunque set, non solo questo – sono leggendarie). Al suo posto viene preso George Clooney, all’epoca ancora emergente presenza fissa in E.R., principalmente perché dava meno complicazioni contrattuali/logistiche.
Eppure poteva funzionare.
L’inizio, ad esempio, è arrogantissimo e dice già tutto quello che c’è da dire dopo pochissimi secondi, quando la scena della vestizione dell’eroe include un primissimo piano su chiappe ricoperte di latex, uno sull’allacciamento della cintura maliziosamente inquadrato un po’ troppo in basso, e un altro sugli ormai leggendari bat-capezzoli.
Fino a qui, sembra un potenziale capolavoro.
Poi Clooney e O’Donnell si scambiano il primo incerto tentativo di battutaccia; il fido maggiordomo Alfred li saluta, e la conseguente smorfia sofferente che dovrebbe anticipare la rivelazione della sua malattia sembra essere piuttosto un fuorionda del povero Sir Michael Gough che reagisce con tragica sincerità alla scena che si è appena svolta.
Ma di sicuro non si può accusare il film di una qualsiasi sfumatura di involontarietà. Voglio dire: immediatamente dopo, nel primo momento action, Batman entra in scena scivolando sul dorso di un dinosauro in una plateale citazione di Fred Flintstone. In una scena successiva tirerà fuori una bat-carta di credito, una trovatissima che apre una miriade di scenari che sarebbe stato interessante sviluppare (tipo: di quali sgravi fiscali gode Batman? Che ne pensa Christopher Nolan?).
Tantissime cose avrebbero potuto funzionare col giusto piglio: Mr. Freeze che parla quasi esclusivamente a doppi sensi “glaciali”, Poison Ivy (Uma Thurman) malvagia fatalona da varietà, Bane buffo pupazzo gonfiabile, una Gotham maestosa decorata da gigantesche statue di culturisti seminudi. Dopo un po’ ti immagini che, in un mondo così, il Joker perfetto sarebbe stato il Tim Curry del Rocky Horror Show.
C’è un motivo per cui le smorfie di Alfred all’inizio stonano, e con esse tutta la sequenza sulla sua malattia: non è soltanto l’unica sottotrama seria di tutto il film, ma è anche letteralmente l’unica che la sceneggiatura si disturba a costruire in anticipo con un breve momento di non-detto, in quella che altrimenti più che un’opera narrativa pare una collezione di spot per giocattoli (definizione azzeccatissima di Chris O’Donnell) legati tra di loro da dialoghi che se non spiegassero ogni singolo beat non ti accorgeresti di niente. “Stavolta non stiamo litigando perché lo facciamo sempre, ma perché Poison Ivy ci ha avvelenati!”, per fare un esempio a caso.
Il problema è che, tra la scadenza stretta e le pressioni commerciali, nessuno ha dato veramente lo spazio necessario a Joel Schumacher per sviluppare coerentemente uno straccio di visione amalgamata.
Non c’è tempo: pare di assistere a uno dei più costosi “buona la prima” di tutti i tempi.
Persino dal punto di vista tecnico! Scenografie e costumi sono spesso talmente finti che si potrebbe prelevare qualche minuto ben scelto e spacciare il tutto per una vecchia parodia del Saturday Night Live, giusto con gag sotto la media.
Schumacher non ha il tempo di spiegare a George Clooney cosa deve fare: di conseguenza, il povero George si aggira completamente spaesato recitando come se fosse finito sul set per sbaglio al posto di qualcun altro e fosse troppo timido per svelare il malinteso.
Schumacher non ha il tempo di spiegare a Chris O’Donnell cosa deve fare: ormai il Chris ha capito male ed è inutile correggerlo.
Schumacher non ha il tempo di spiegare ad Alicia Silverstone (Batgirl) cosa deve fare: non l’ha capito bene nemmeno Schumacher stesso. Alicia da parte sua ha già abbastanza problemi – tristemente documentati – con casi di bullismo nei suoi confronti da parte della troupe, e comprensibilmente non vede l’ora di tornare a casa.
In compenso Uma Thurman ha capito perfettamente cosa deve fare: non è per forza nelle sue corde, ma ce la mette tutta.
Sir Michael Gough ha capito perfettamente cosa deve fare, e vuole spararsi. Forse la sottotrama seria sulla malattia terminale l’ha imposta lui.
E anche Arnold Schwarzenegger ha capito cosa deve fare, ed è l’unico che ci si diverte un mondo.
È nel suo elemento, Arnie: la sua specialità è sparare battutaccissime, e ogni sua riga di dialogo è una battutaccissima. Pare l’attore più felice del mondo. “Che cosa ha ucciso i dinosauri? L’era glaciale!” esclama ad esempio trionfante prima di congelare il dinosauro su cui poco prima la controfigura di George Clooney aveva omaggiato Fred Flintstone. Poi monta su un razzo missile che aveva parcheggiato sotto al museo di storia naturale di Gotham – la parte logistica più agile del suo piano, immagino – e decolla.
Era stato pagato 25 milioni di dollari, Arnie, una cifra che pure oggi possono pretendere in pochissimi. Lui se la spassa con l’aria di uno che ha fregato tutti e che in realtà avrebbe accettato il ruolo con grande piacere anche per molto meno.
E in ogni caso non c’è tempo di far nulla.
Le origini di Bane? Scienziato pazzo cattura derelitto, lo mette in una macchina sperimentale, spinge un bottone, PEM! Fatto.
La nascita di Poison Ivy? L’assistente dello scienziato pazzo protesta, PEM! Lo scienziato tenta di ammazzarla buttandola contro un sacco di provette losche che si rompono.
Due cattivi nati in un’unica sequenza di tre minuti e mezzo.
I dialoghi di Bane? Non c’è tempo! Nessun dialogo. Chiamate un culturista muto! A proposito di muti: abbiamo un sacco di soldi, serve un’accompagnatrice per Bruce Wayne, chiamate la supermega famosissima top model Elle MacPherson!
E il tutto andrebbe anche bene se fosse affrontato con vera gioia ed esuberanza, convinzione, voglia di pavoneggiarsi e spaccare tutto, come i primissimi piani sulle chiappe in latex promettevano all’inizio.
Ogni tanto ci sono trovate visive bellissime (il surf in caduta libera), ma c’è troppa gente che non ha veramente idea di cosa sta facendo, è tutto sfilacciato e improvvisato e Arnold è troppo poco per reggere tutto da solo.

Quando Batman & Robin esce al cinema, ha l’effetto del caffé dopo una sbornia.
“Hey aspetta un attimo, ma chi ha chiesto ‘sta roba? Che è? Non era mica così quell’altro. Vero? Non lo er… Aspetta un attimo. Lo era?”
LO ERA, mannaggia la maledizione.
Anche Batman Forever era orribile.
Lo era un pelo meno, non aveva i bat-capezzoli, gli omaggi a Fred Flintstone e la bat-carta di credito.
Ma lo era.
Anche questo incassa il giusto, che comunque la gente era interessata e lo star power era innegabile.
Non è un flop.
Ma le recensioni sono terribili, e il passaparola del pubblico pure peggio: chiuderà col peggior risultato al box office della saga.
Col tempo chiunque gradualmente si dissocerà: Chris O’Donnell e Alicia Silverstone quasi ci si giocarono la carriera, George Clooney lo rinnegherà ma rimbalzerà quasi subito, Uma Thurman non avrà grossi scossoni.
Arnold subì una discreta botta d’immagine, che però coincise con veri problemi di salute, nello specifico la sua prima operazione al cuore (ne ha subita un’altra all’inizio di quest’anno): quando tornò dal riposo forzato aveva ancora abbastanza star power da infilare un’altra sequenza di film da protagonista, ma i bei tempi dei 25 milioni a contratto erano ormai andati.
Joel Schumacher venne massacrato, e da lì in poi ripartì con umiltà da film più piccoli e personali, riuscendo ancora in colpacci come lanciare dal nulla uno sconosciuto Colin Farrell, e tornando ai grandi budget un’ultima volta con l’incredibile musical sul Fantasma dell’Opera interpretato da un Gerard Butler pre-300. Ma soprattutto è da ammirare l’onestà con cui si prestò a registrare una solitaria traccia di commento per il dvd di Batman & Robin in cui, invece che negare l’insuccesso, ammette pacatamente le proprie colpe.
La Warner, dal canto suo, rimase pesantemente traumatizzata e non fece un altro Batman per ben otto anni, quando finalmente si fidò di un giovane regista emergente di nome Christopher Nolan che aveva proposto un approccio diametralmente opposto a questo.
Il resto è storia.
Ma siccome non mi va di chiudere il pezzo su Nolan, ne approfitto per citare la comparsata di Coolio nel ruolo di gangsta rapper, e quelle di Jesse “The Body” Ventura (Predator, L’implacabile) e Ralph Moeller (I nuovi eroi, Conan nella serie tv di Conan il barbaro) come guardie di Arkham.

IL VERDETTO: avrebbe potuto essere bellissimo, ma si vedono solo sporadici lampi di meraviglia – quasi tutti dovuti a Schwarzenegger – in mezzo a troppa approssimazione da parte di troppi reparti per funzionare davvero. Occasione sprecata.

COS’HO IMPARATO: che è inutile sperare di far funzionare qualsiasi cosa quando hai il fiato del reparto merchandising sul collo, almeno tre attori su cinque che non hanno cognizione del proprio ruolo e scarso tempo a disposizione già in partenza. Ma che, nonostante tutto, rivivere i tempi d’oro di Adam West non è impossibile.

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