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Seconda Occasione: il primitivo misto di 10.000 a.C. (2008)

Seconda Occasione: il primitivo misto di 10.000 a.C. (2008)

Di Nanni Cobretti

L’ACCUSA: un misero 8% di apprezzamento su Rotten Tomatoes.

SVOLGIMENTO
C’era una volta un milione di anni fa.
Cosa? Cosa c’era?
Un milione di anni fa.
Abbiamo capito, abbiamo chiesto cosa, non quando!
Un milione di anni fa!
È il titolo di un film, del 1966.
Diretto da Don Chaffey, marchiato Hammer, è considerato ancora oggi il più importante/famoso esponente del filone preistorico.
Per tre motivi principali:
1. Raquel Welch in bikini;
2. uno showcase indimenticabile del mago delle creature in stop motion Ray Harryhausen;
3. quel genio del marketing che ha deciso che la protagonista doveva essere Raquel Welch in bikini.
È un film bellissimo.
Per farvi capire quanto: a un certo punto, pur di aggiungere una creatura mostruosa in più senza spendere un centesimo, Don Chaffey riprende una tartaruga da giardino in green screen.
Immagino che la fantasia di fare un film sugli uomini primitivi abbia stuzzicato autori, produttori e spettatori fin dall’invenzione del cinema.
È una cosa intrigante e anche abbastanza economica da fare: dipende tutto fondamentalmente da quanto vuoi spendere in dinosauri, il resto sono uomini e donne seminudi che si picchiano in testa con una clava, e i dialoghi più semplici dell’Universo. Non a caso è stato fatto una marea di volte.
Ma è anche un tipo di storia che ha i suoi ostacoli.
Ad esempio: fino a che punto ti spingi nella rappresentazione di selvaggi primitivi? Come li rendi carismatici, interessanti? Come ti regoli, ad esempio, con il linguaggio?
Di solito questo tipo di storia si affronta con lo stratagemma dei viaggi nel tempo: mandi degli astronauti indietro nella preistoria, ci pensano loro a parlare inglese e comportarsi come persone normali con cui empatizzare.
Un milione di anni fa se la giocava coraggiosamente dritta: nessuna interferenza sci-fi, e gli uomini primitivi parlavano a versacci inventati (credo) di sana pianta. Unica concessione moderna: il bikini di Raquel Welch.
Questo accadeva ben 40 anni prima di Mel Gibson e delle sue fisse pseudo-autoriali.
Poi arriva Apocalypto, con la sua pretesa di essere parlato nel linguaggio dei Maya come scusa per inscenare paesaggi esotici e un inseguimento della madonna: incassa bene.
E allora a Roland Emmerich, che in quel momento era alla ricerca di un diversivo dai disaster movies per cui è noto (SPOILER: non l’ha mai trovato) viene l’ideona di recuperare questa vecchia formuletta tanto cara ai film low cost della sua infanzia, tipo appunto Un milione di anni fa.
Vi chiedo scusa per la terribile gag in apertura e vado a parlarvene.

Roland Emmerich inizia a scrivere la sceneggiatura insieme a Harald Kloser, che se non vi è familiare come sceneggiatore è perché in realtà il suo mestiere è fare il compositore di colonne sonore (tutti i film di Emmerich da L’alba del giorno dopo in poi, ma anche Alien vs Predator).
Inizia alla grande: c’è questa tribù di selvaggi seminudi che vive nelle montagne, c’è una vecchia neanderthaliana che racconta loro una profezia, c’è questa grande caccia agli elefanti pelosi (i “mammut”), poi questa ragazza viene rapita – guarda caso è una ragazza importante per la profezia – e parte la missione di salvataggio.
A questo punto – siamo circa a pagina 20 della sceneggiatura – Roland si accorge che la faccenda non funziona e che forse c’è un motivo se nessuno dei film preistorici di una volta era esattamente mainstream: la preistoria è limitante.
Come prima cosa, tira un vaffanculo e decide che gli uomini primitivi parlano in inglese, così si capisce cosa succede.
Come seconda cosa, si accorge che una volta che hai fatto la caccia ai “mammut” non c’è molto altro che puoi fare se non vuoi fare il remake dritto di Un milione di anni fa.
Allora ci rinuncia del tutto, ambienta il film mooolto dopo, ribalta la scrivania e comincia a tirare dentro altre tribù, altri animali, geografia mista, magia, tutto.
Il suo film, ora intitolato 10.000 avanti Cristo, diventa di colpo un guazzabuglio misto della qualsiasi in cui tutto è permesso: la tribù di uomini che vivevano seminudi nelle montagne innevate inizia il suo viaggio e finisce nella giungla, poi nell’Africa sahariana, poi – con circa 7/8mila anni di anticipo – nell’Egitto delle piramidi.
La regola adottata è uno dei colpi segreti più avanzati nell’arte della sceneggiatura, oggi noto come la Manovra Lucy (dal film di Luc Besson del 2014), che recita testualmente così: “Ogni stronzata risulta automaticamente aggiustata se cinque minuti dopo ne si spara una ancora più grossa”.
Quando Roland si rende conto di aver semplicemente riscritto Stargate senza James Spader e Kurt Russell che attraversano lo spaziotempo, è ormai troppo tardi.
E il problema è che, senza un equivalente di Spader e Russell, tutta la vicenda viene risucchiata all’istante da un buco nero aspira-carisma in cui il film precipita dopo pochissimi minuti e non si riprende più.

Emmerich ha abbastanza mestiere da sapere ogni quanto serve infilare una scena action e/o un cambio di location per tenere tutti svegli, e soprattutto per sfruttare i paesaggi naturali per costruire scene magniloquenti, ma al di là di quello, e nonostante l’imbroglio di usare l’inglese, si è ormai incastrato a dare il ruolo da eroe a Steven Strait, uno degli attori più insipidi di tutti i tempi, uno che ti ci vuole oltre mezzo film anche solo per imparare a distinguerlo dai suoi compagni di avventura. Il film non decolla mai. E non aiuta di certo che gli effetti speciali, allora probabilmente accettabili, siano oggi piuttosto indecorosi: passino i mammut, gli struzzi giganti fanno ridere anche solo per l’idea, ma lo smilodonte è inguardabile.
All’uscita in sala la Warner ci rinuncia e, suonando le campane della sconfitta, non mostra il film ai critici, che prontamente lo massacrano.
In compenso il pubblico si dimostra abbastanza interessato da far recuperare i costi con relativa tranquillità.
Ma Steven Strait ritorna nell’oblio da cui era venuto.

IL VERDETTO: pasticci storico-geografici a parte (sono raramente importanti) trattasi di un film che pretende di appoggiarsi su protagonisti che non riescono mai a catturare l’attenzione. Emmerich fa acrobazie per rimediare con immagini grandiose e sequenze competenti, ma gli effetti speciali delle creature lo sabotano, e il racconto rimane troppo adagiato sulla formuletta classica per fornire altri elementi di interesse. Occasione buttata malamente.

COS’HO IMPARATO: è difficile fare un film dritto sui buzzurri primitivi, a meno che non si tratti di un’opera teorico/sperimentale. Forse meglio lasciarli al loro ruolo più naturale/appropriato di spalla di un eroe più moderno, carismatico, forbito. Tanto non c’è da temere indignazioni, sono tutti morti.

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