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Il Corriere – The Mule: Clint Eastwood ci regala il suo Canto del Cigno, la recensione

Il Corriere – The Mule: Clint Eastwood ci regala il suo Canto del Cigno, la recensione

Di Adriano Ercolani

A ottantotto anni Clint Eastwood è tornato la macchina da presa ma soprattutto davanti – non recitava dal 2012 – per un film che potrebbe rappresentare a tutti gli effetti, e con pieno merito, il suo proverbiale canto del cigno. In The Mule ci sono infatti molti dei temi ricorrenti soprattutto dell’ultima parte della carriera del grande cineasta e insieme un approccio alla storia diverso, quasi sorprendente.

Sfruttando al meglio la sceneggiatura di Nick Schenk – non a caso lo stesso di Gran Torino – l’autore mette in scena un personaggio in cui vede chiaramente sé stesso e i suoi errori. Earl Stone è un uomo che nel tentativo di ottenere il successo personale ha sacrificato gli affetti familiari. Ha preferito vivere alla giornata, godendosi i piaceri effimeri dei sensi, piuttosto che costruire basi solide intorno a lui. Attraverso questo ruolo interpretato con fortissima adesione fisica e psicologica, Eastwood sembra davvero voler fare ammenda per aver perseguito a tutti i costi la gloriosa carriera che ha poi ottenuto. Ma a quale costo? Il film lascia ampiamente credere che sia stato elevato…

Se in The Mule c’è dunque una neppure tanto velata vena autobiografica, la vera sorpresa sta nel fatto che Eastwood non la mette in scena attraverso i toni malinconici da lui sempre usati a meraviglia, tutt’altro: il film soprattutto nella prima parte vira molto più spesso verso la commedia che non il dramma, in particolar modo grazie al personaggio principale che si rivela in molto momenti volgare, razzista, menefreghista, soavemente superficiale. L’autoironia con cui Eastwood riempie il suo film si rivela in alcuni momenti addirittura spiazzante. E come se l’attore/regista volesse raccontare al pubblico degli errori che ha commesso, ma anche di quanto si è divertito a commetterli.

A livello estetico Clint Eastwood non cerca più l’elaborazione visiva dei suoi capolavori passati come ad esempio Gli spietati, Mystic River o The Changeling, probabilmente non ne ha più il tempo e le forze. The Mule appare come un film girato in fretta, in maniera sobria, ma non per questo incapace di regalare momenti di ottimo cinema. In particolar modo il confronto tra Earl Stone e l’agente della DEA Colin Bates che lo ha braccato per settimane è una sequenza notevolissima, in cui Eastwood sembra in qualche modo voler consegnare il “testimone” a un efficacissimo Bradley Cooper, il quale dopo il successo del suo esordio da regista A Star Is Born potrebbe davvero diventare l’erede spirituale del grande Clint.

È dunque The Mule il testamento metaforico di uno dei più grandi autori della storia del cinema americano? Difficile dirlo con certezza, anche se molti indizi lo lasciano pensare. Di sicuro il film acquista molto del suo valore se inquadrato in questa maniera. È indubbio che bisogna conoscere la vita e l’opera di Clint Eastwood per apprezzare maggiormente questo suo nuovo lavoro. Perché se si intuiscono anche soltanto i sogni, i rimpianti e le certezze del cineasta, ecco allora che la sua opera si impreziosisce di un gusto dolceamaro tutto particolare, intenso e insieme brioso. Come ampiamente detto, c’è tanto Clint Eastwood in Earl Stone e in The Mule. Ed è un piacere gioiosamente doloroso ammirarlo ancora una volta…

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