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15 dicembre 2018 • 15:00 • Scritto da Roberto Recchioni

Di Macchine Mortali, cinesi, romanzi per giovani adulti e ancora cinesi

Macchine Mortali, il film ispirato alle pagine dello scrittore fantasy Philip Reeve, è arrivato nelle sale italiane. Ecco la recensione di Roberto Recchioni.
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Il romanzo per ragazzi, o per “giovani adulti”, come piace dire agli americani, ha una lunga tradizione nella storia dell’umanità e alterne fortune, a seconda del periodo storico e sociale.

Ci sono stati periodi in cui la narrativa per i giovani ha spopolato, trascendendo i limiti del suo pubblico d’elezione, e momenti in cui, invece, è stata disertata anche da quei lettori per cui era concepita. Possiamo però dire che dal 1997 in poi, questo genere letterario è letteralmente esploso, diventando uno dei più amati dal pubblico (non necessariamente giovane) e dei più profittevoli sul mercato. Ovviamente, il 1997 è l’anno in cui sugli scaffali delle librerie è arrivato Harry Potter.

Il maghetto creato da J.K. Rowling è diventato un fenomeno culturale ed economico e, come tutti i fenomeni, ha creato una domanda superiore a quella che era l’offerta del periodo. Ora, per quanto nella visione romantica di qualcuno, gli editori sono come dei nobili cavalieri che si battono per l’arte e la cultura, la verità è che lo fanno per il guadagno, e così, in brevissimo tempo, il mercato è stato letteralmente invaso da romanzi Young Adult (così americani e inglesi chiamo il settore della narrativa per ragazzi) a tema fantasy o pseudo-fantasy che a Harry Potter potessero in qualche maniera rimandare. Avete presente i vari Percy Jackson, Artemis Fowl e simili? Colpa del successo straordinario della Rowling. Comunque sia, dopo decenni di sfruttamento intensivo del settore e dopo aver capito che la ricerca di un “nuovo Harry Potter” non avrebbe comunque dato gli stessi frutti, l’offerta per questo genere di letteratura si è fatta più varia e si sono esplorate altre strade, sempre legate al fantastico ma con rimandi e suggestioni diverse rispetto a quelle di Hogwarts, magari più fresche.
Si è, per questo, deciso di clonare Star Wars e Il Signore degli Anelli.

Christopher Paolini, per esempio, con la sua saga di Eragon, ha sostituito gli X-Wing e il Millennium Falcon con i draghi e Darth Vader con un proto Sauron. E ancora ci campa.
In questo senso almeno, Philip Reeve, nel concepire e scrivere il ciclo di romanzi dedicato alle sue Macchine Mortali, è stato più vario. La premessa del suo universo fantastico è presa dal corto iniziale girato da Terry Gilliam per il film Monty Python – Il senso della vita, solo che qui, invece che mettere in scena le avventure di un banca pirata che veleggia tra gli edifici della City, ci si immagina che tutta Londra si sia trasformata in una “città predatrice”, sempre in movimento nello scenario di una Europa post-apocalittica. Poi c’è una tecnologia steampunk che rimanda a Brazil (sempre di Gilliam), i ribelli multietnici di Matrix, un mostro che sembra il Terminator ma si chiama come lo Shrike di Dan Simmons e che, alla fine, non è altro che la Creatura del Frankenstein di Mary Shelley, e infine c’è la banda di eroi: il giovane che riceve una inaspettata chiamata dal destino, la ragazza con un oscuro passato (sorprendentemente collegato a quello del cattivo del film), il pirata che sembra un bastardo ma che nasconde un cuore d’oro… insomma, avete capito. Ah, sì: c’è anche una scena finale con una gigantesca macchina mortale che, grazie a un “raggio della morte”, sta per distruggere la cittadella dei buoni e il disperato assalto di questi ultimi a bordo di uno sparuta pattuglia di velivoli da combattimento, che cerca di farla saltare in aria. Sì, da Star Wars non c’è via di fuga.

Philip Reeve, mettendo in atto un’operazione di sfacciato post-modernismo, ha la consapevolezza che il suo pubblico letterario di riferimento è troppo giovane per conoscere tutte le opere da cui ha preso ispirazione e ci gioca sopra, imbastendo comunque una trama non priva di spunti interessanti (purtroppo trattati tutti con ostinata superficialità) e ottime idee visive. E immagino che sia stata questo a spingere Peter Jackson (produttore del film e non regista, come la campagna promozionale tende a far credere) a farsi coinvolgere nell’adattamento cinematografico di questa serie di romanzi. Questo e i soldi dei cinesi, ovviamente (ma, di questo, ne parliamo dopo).

In brevissima su quello che funziona nel film:

– È molto bello a vedersi grazie al lavoro della Weta (la compagnia di effetti speciali fondata dallo stesso Jackson) e per l’indiscutibile buon occhio filmico del regista (che, per la cronaca, è Christian Rivers, seconda unità sempre di Peter Jackson e, indovinate? Direttore degli effetti speciali in Weta).

– Ha una straordinaria interpretazione di Hugo Weaving (che per Jackson ha interpretato un fantastico Elrond e che è l’indimenticabile Agente Smith di Matrix), nuovamente chiamato a interpretare un villain.

– Ha una piccola porzione di trama estremamente coinvolgente sul piano emotivo (quella presa di peso dal lavoro della Shelley e che coinvolge la creatura nota come Shrike).

Ora dilunghiamoci su quello che, invece, non funziona per nulla.

– Gli eroi della pellicola sono privi di carisma. Solo i cattivi hanno un qualche fascino. Non è tanto colpa degli attori (che pure…) quanto di scrittura. Erano personaggi deboli nei romanzi e la sceneggiatura del film non li ha resi più interessanti.

– La vicenda raccontata, nei suoi sviluppi, è poco coinvolgente perché la scrittura (dei romanzi come dello script) è superficiale nel setting (che non risulta mai nemmeno lontanamente verosimile) e affastella situazioni su situazioni, senza approfondirne mai nessuna. Sembra più un catalogo illustrato di situazioni che una storia.

– Non c’è una sorpresa che sia una. Non bisogna aver visto Star Wars per sapere chi è il padre di chi, o come si concluderà lo scontro finale, basta non essere vissuti in una caverna.

– I cinesi (ma, di questo, ne parliamo dopo).

In conclusione, Macchine Mortali è un buono spettacolo per gli occhi che però lascia abbastanza indifferenti il cuore e il cervello. Si potrebbe obiettare che per avere un parere rilevante sulla pellicola bisognerebbe chiederlo a quelli a cui la pellicola è rivolta, cioè i ragazzini, ma io ho sviluppo cerebrale ed emotivo pari a quello di un pischello (ragazzo romano) di una quindicina d’anni, quindi mi sento autorizzato a parlare.

E ora, prima di chiudere, parliamo dei cinesi.

Non è un mistero per nessuno che la Cina è diventata un elemento chiave nell’economia di Hollywood, sia in maniera diretta (sono tantissimi gli studi cinesi che ora mettono big money nelle produzioni statunitensi, basti pensare alla Legendary, proprietà del gruppo Wanda), sia in maniera indiretta (un successo nel circuito delle sale cinesi può ribaltare l’esito di una pellicola nel mondo, si veda il caso di Pacific Rim), quindi non è assolutamente incomprensibile o scandaloso che Macchine Mortali presti così tanta attenzione verso il pubblico orientale.

Però, se il personaggio di Anna Fang (interpretata dalla cantante sud-coreana Jihae) è solo fastidioso nel suo essere “cool” a ogni costo (con un completo fuori tempo massimo che sembra avanzato dal set di Matrix Reloaded), ben più difficile da digerire è il fatto che nel film l’Europa sia rappresentata come una landa desolata, che Londra e gli inglesi siano il simbolo di una cultura imperialista e rapace, ormai prossima all’estinzione, e che l’impero cinese sia, invece, una valle dorata di pace, amore, umanità e tolleranza. Perché io non metto assolutamente in dubbio che l’Inghilterra sia stata, nel corso della storia, una grande bastarda (del resto, come dice Jack Reacher “non si conquista il mondo con la gentilezza”), ma non mi risulta che la Cina sia, oggi come nel passato, un esempio di “pace, amore e libertà”. E se posso accettare e, tutto sommato, apprezzare la faccia tosta con cui la serie di Wolf Warrior (una produzione cinese realizzata per il mercato interno, ideologicamente affine all’Alba Rossa di John Milius,) spaccia un discorso smaccatamenmte propagandistico, faccio molta più fatica a tollerare l’asservimento implicito e sottaciuto da parte degli americani ai cinesi, in nome del dio Yuan. E non perché io sia un sovranista o abbia qualcosa contro la Cina ma, semplicemente, per un discorso di pura e semplice onestà intellettuale. Se fai propaganda, devi dirmelo in maniera chiara, non nascondere il tuo discorso dietro macchine colorate. Anche se sono davvero molto, molto belle.

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