Cinema Recensioni

Bumblebee, il cuore della macchina: la recensione del film di Travis Knight

Pubblicato il 14 dicembre 2018 di Lorenzo Pedrazzi

C’è un momento di Bumblebee che assume un significato particolare nell’economia di questo film, primo capitolo nella saga dei Transformers a non essere diretto da Michael Bay. Mentre l’esercito statunitense attacca Bumblebee, l’agente Burns di John Cena immobilizza la giovane Charlie Watson (Hailee Steinfeld), che vuole mettersi sulla linea del fuoco per aiutare il suo amico. «È solo una macchina» dice il granitico agente per dissuaderla, ma la ragazza non è dello stesso avviso: «Si sbaglia» gli risponde. «È più umano di quanto lei non sarà mai».

La scena è fin troppo didascalica, eppure sintetizza bene la differenza tra questo prequel/spin-off e gli altri episodi della saga. L’umanità e la tenerezza di Bumblebee – come il suo legame simbiotico con un essere umano – non sono certo una novità, ma nei film di Michael Bay erano fattori quasi incidentali, smarriti nella ricerca di un cinema “post-umano” dove il metallo si sostituisse alla carne, e il sovraccarico di impulsi visivi obnubilasse le più banali esigenze del racconto cinematografico. Nelle mani della sceneggiatrice Christina Hodson e del regista Travis Knight (lo stesso del meraviglioso Kubo e la spada magica) la saga imbocca però un sentiero molto diverso. L’ambientazione degli anni Ottanta rafforza i legami con la serie animata, cavalcando al contempo il feticismo nostalgico per l’immaginario popolare dell’epoca, ma la vera novità è rappresentata dall’approccio narrativo: la produzione è più contenuta, il soggetto è decisamente più intimo, e il cuore della trama risiede soprattutto nei legami affettivi. Charlie – non a caso – è una ragazza che soffre per la perdita del padre, e non riesce a trovare un adeguato supporto emotivo nella sua famiglia, che invece sembra aver già superato il lutto. Determinata ad avere un’auto per i suoi diciott’anni, scova un maggiolino giallo tra i rottami di uno sfasciacarrozze: ovviamente si tratta proprio di Bumblebee, mandato in avanscoperta da Optimus Prime per preparare l’arrivo degli Autobot, in cerca di rifugio dopo la disastrosa guerra su Cybertron contro i Decepticon. Il rapporto tra la giovane umana e il dolce Transformer riflette la co-dipendenza tra uomo e macchina, ma non in termini utilitaristici, bensì puramente sentimentali: sono due solitudini tormentate e malinconiche (seppure per ragioni diverse) che trovano conforto l’una nell’altro, valicando istantaneamente le differenze tra la carne e il metallo, tra “umano” e “alieno”. Anche senza scomodare i robot di Asimov o la delicatezza de Il gigante di ferro, il risultato finale sfiora corde piuttosto sensibili, e funziona bene.

Certo, Bumblebee ha anche un intreccio avventuroso che lascia spazio all’azione: i subdoli Shatter e Dropkick sono sulle tracce del nostro eroe, e ingannano le istituzioni americane per ottenere il controllo dei satelliti e dare la caccia al fuggitivo, innescando una battaglia per impedire l’arrivo di altri Decepticon. Il nucleo della narrazione, però, resta sempre quella solidarietà fra reietti che accomuna Charlie e Bumblebee, a scapito dell’esaltazione militarista che caratterizzava gli episodi precedenti. In tal senso, il personaggio di John Cena è chiaramente una parodia del machismo di Bay: monolitico, pistola sempre pronta, si rende ridicolo persino quando riscatta la sua miopia, e permette a Travis Knight di mettere in secondo piano l’esercito per concentrarsi sui giovani eroi, il cui ruolo è decisivo come nei cult degli anni Ottanta. La relativa inesperienza di Christina Hodson si fa sentire in alcuni dialoghi goffi o farraginosi, ma la sceneggiatrice ha il merito di infondere leggerezza in una saga che – fin dagli esordi – è sempre stata troppo greve, sia nei toni del racconto sia nell’accumulo di situazioni; stavolta, invece, la trama non deborda mai oltre i margini, i personaggi restano sempre sotto controllo, e l’avventura corrisponde un semplice percorso formativo, elementare ma completo. Inoltre, è rinfrancante che la brava Hailee Steinfeld sfugga all’ipersessualizzazione cui erano asserviti i personaggi femminili sotto lo sguardo di Bay: la sua Charlie ha finalmente un’identità propria, e non le viene richiesto di aderire ai canoni estetici degli spot pubblicitari o delle riviste di moda. Se consideriamo come venivano ritratte (e inquadrate) sia Megan Fox sia Rosie Huntington-Whiteley, è un bel passo avanti.

Knight, d’altra parte, se la cava dignitosamente nella sua prima esperienza con il live-action, confezionando scene d’azione professionali e comprensibili che si giovano del “nuovo” design dei Transformers, ispirato a quello originale: l’estetica dei personaggi ritrova la sua essenzialità, senza qugli eccessi abbaglianti che non permettevano nemmeno di distinguere i robot fra loro. Al netto delle insistite strizzatine d’occhio sulla cultura pop (fin troppo palesi e dichiarate), Bumblebee è un onestissimo e piacevole film per ragazzi, lontano dai parossisimi tecnico-narrativi dei blockbuster contemporanei: la semplicità, una volta tanto, paga.

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