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Stan Lee, il nostro supereroe umanista

Stan Lee, il nostro supereroe umanista

Di Lorenzo Pedrazzi

Ricordo piuttosto bene come iniziò.
Era la metà degli anni Novanta, guardavo le serie animate dell’Uomo Ragno in televisione (sia quella del 1967 sia quella del 1981), e mio padre mi comprò il mio primo albo dell’Arrampicamuri: si trattava de L’Uomo Ragno n° 141, il primo targato Marvel Italia. Poi arrivò una bellissima raccolta dedicata al Silver Surfer di Stan Lee e John Buscema, seguita dai volumetti con le storie degli anni Sessanta e Settanta che mia madre mi comprava nei luoghi di villeggiatura, esposti sulle bancarelle che punteggiavano le strade di Rimini o Cesenatico, dove potevi fare scorta di libri da leggere in spiaggia. All’epoca non badavo troppo ai nomi degli autori, che pure risaltavano sulla prima pagina di ogni storia, associati a simpatici epiteti come “sorridente” o “adorabile”. Pian piano, però, cominciai a ricondurre ogni trama a uno sceneggiatore, e ogni tavola a un illustratore, rendendomi conto di quanto fossero evidenti le loro impronte sugli albi che leggevo, e di quanto potessero caratterizzarli sul piano artistico, narrativo e persino “filosofico”, ognuna con la propria “visione del mondo”. Un mondo che, nonostante l’ovvia eccezionalità dei supereroi Marvel, era sempre e comunque il nostro: le nostre città, i nostri conflitti politico-sociali, il nostro panorama storico, i nostri dubbi di caratura intimista e universale. Se oggi piangiamo la scomparsa di Stan Lee con tale affetto e commozione, è proprio perché Stanley Martin Lieber – questo il suo vero nome, nato a New York il 28 dicembre 1922 – ha sempre parlato direttamente a noi, eliminando la barriera tra il personaggio e il lettore, tra il suo universo e quello del pubblico.

Fra gli anni Trenta e i Cinquanta, quando un ragazzino leggeva Superman, Batman o Capitan Marvel, ammirava un modello irraggiungibile di forza e perfezione fisica, un’utopia atletica e avventurosa che i lettori più svantaggiati potevano solo sognare: una chimera, insomma, completamente separata dalla loro esperienza quotidiana. La rivoluzione di Stan Lee cominciò proprio dal ribaltamento di questo concetto, dopo una gavetta iniziata giovanissimo come assistente presso la Timely Comics (poi divenuta Marvel Comics). Nel 1961, Stan fu incaricato di rispondere al successo della rivale DC, che aveva appena rivitalizzato l’archetipo supereroistico con il nuovo Flash e la Justice League of America, e decise di introdurre alcuni elementi di spiccato naturalismo nella figura del supereroe, allontanandosi dai vecchi modelli di perfezione idealizzata. Il primo risultato fu un supergruppo su base familiare, i Fantastici Quattro, ideati con Jack Kirby e ispirati a una precedente creatura di quest’ultimo, i Challengers of the Unknown. Agli F4 seguirono Hulk, Thor, Iron Man, gli X-Men, Daredevil e Spider-Man, lavorando sempre con Kirby o altri grandi disegnatori come Bill Everett e Steve Ditko, il cui contributo è sempre stato paritario (anzi, talvolta preponderante, ma Lee non lo ha mai negato).

Il cuore della rivoluzione, però, supera le eventuali dispute sulla paternità dei singoli personaggi, ed è ben più profondo. Stan ha sempre avuto una visione del supereroe come specchio del presente, e quindi del lettore: Peter Parker – l’emblema più fulgido di questo rinnovamento – instaura con i suoi fan un rapporto di assoluta equivalenza, li guarda negli occhi dalla medesima altezza. Non un modello irraggiungibile di virtù e possanza, quindi, ma un riflesso del proprio senso d’inadeguatezza (fisica, sociale, emotiva…) che trova la strada per affermare la sua individualità, esercitando un’influenza benevola sul mondo. È come se Stan prendesse da parte il ragazzino e la ragazzina più emarginati della classe, quelli che passano il proprio tempo a sognare altri universi, e dicesse loro: “Ecco, Peter Parker sei anche tu”. La solitudine dell’Uomo Ragno, l’alterità degli X-Men, la tragica doppiezza di Hulk, l’handicap di Daredevil… tutto questo serve a ricordarci che, prima di essere supereroi, questi personaggi sono esseri umani che soffrono, sbagliano, lottano per redimersi, magari falliscono e ci riprovano. Come noi, ogni giorno; come il bimbo magrolino che viene lasciato per ultimo quando i compagni fanno le squadre, o la bimba che guarda le stelle mentre gli altri si fissano le punte delle scarpe. E il mondo “fuori dalla finestra” (come soleva dire lui stesso) non è mai solo un rumore di fondo, ma un ambiente vitale che plasma le storie, adeguandone lo spirito al tempo corrente. Non è un caso che i suoi eroi vivano in città reali, e non immaginarie: per Stan Lee, personaggi come Matt Murdock o Bruce Banner devono essere indistinguibili dai passanti che vi sfiorano sulla Fifth Avenue, perché in quella “normalità” egli scova la vera essenza dell’eroismo. Certo, sia l’Uomo Ragno sia i Fantastici Quattro sono pronti ad accorrere se Annihilus cerca di invadere la Terra, ma quando non indossano le rispettive uniformi devono affrontare problemi quotidiani, come l’affitto da pagare o i rapporti sentimentali. “Supereroi con superproblemi”, questo il celebre motto: ben lungi dall’essere modelli utopistici, i suoi eroi hanno le nostre stesse debolezze, momenti di vanità e malinconia, di rabbia e di superbia. La loro forza sta nella determinazione a mettere da parte questi problemi per conseguire obiettivi più grandi, che essi perseguono nonostante le loro imperfezioni. Da qui nasce la struggente attitudine al sacrificio, il disperato altruismo che ne dipinge le avventure, come ha sottolineato anche Michael Chabon in uno dei migliori omaggi che mi sia capitato di leggere in queste ore:

Il contributo creativo e artistico di Stan Lee al pantheon della Marvel è stato discusso infinitamente, ma basta guardare le opere solitarie di Jack Kirby per capire l’apporto di Stan alla loro collaborazione: un irremovibile umanesimo, una fiducia nella nostra umana capacità di altruismo e sacrificio personale, e il trionfo finale del razionale sull’irrazionale, dell’amore sull’odio, che erano il perfetto contraltare rispetto all’oscuro e sudato semi-nichilismo di Kirby.

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Some people are influences. Others—a rare few—rearrange the very structure of your neurons. #StanLee’s creative and artistic contribution to the Marvel pantheon has been debated endlessly, but one has only to look at #JackKirby’s solo work to see what Stan brought to the partnership: an unshakable humanism, a faith in our human capacity for altruism and self-sacrifice and in the eventual triumph of the rational over the irrational, of love over hate, that was a perfect counterbalance to Kirby’s dark, hard-earned quasi-nihilism. In the heyday of their partnership, it was Stan’s vision that predominated and that continues to shape my way of seeing the world, and of telling stories about that world, to this day. #olevhasholem

Un post condiviso da Michael Chabon (@michael.chabon) in data:

Questo “instancabile umanesimo” induce Stan Lee a preoccuparsi prima della carne dei suoi personaggi, e poi dei costumi che indossano. Lo fa per rispetto nei confronti dei suoi giovani lettori, che prende tremendamente sul serio: basti vedere i conflitti interiori di Peter Parker, che smentiscono le illusioni degli adulti sulla spensieratezza dell’adolescenza e mettono in scena un coacervo di dubbi, ansie e dilemmi che solo un quindicenne può vivere così intensamente. Ed è proprio per questo che Stan non sottovaluta mai il suo compito di narratore, ma se ne assume le responsabilità proprio come fa Peter con i suoi “grandi poteri”. Conscio di dover offrire al giovane pubblico una lettura educativa (anche nelle sue ingenuità), Stan decide di accompagnare i fan attraverso la scoperta delle difficoltà e delle perdite che ogni individuo sperimenta nel corso della sua vita: Peter e gli altri personaggi devono compiere delle scelte vitali (portare la medicina a zia May nel Queens o combattere il Dottor Octopus a Manhattan?), spesso affrontandone le gravissime conseguenze. Responsabilizzazione dei giovani, valorizzazione della loro interiorità e accompagnamento verso l’età adulta, così Stan riesce a dare spessore al suo operato. Non a caso, in una storia tardiva come Silver Surfer: Parabola – quando i suoi lettori sono ormai diventati adulti – Lee si affida alle matite di un fumettista mondiale come Moebius per trattare tematiche universali, mettendo in guardia i suoi “veri credenti” contro i falsi dei e le loro menzogne. Sotto molti aspetti, è il suo testamento creativo.

Questa capacità di parlare direttamente ai lettori, peraltro, rivoluziona anche la comunicazione editoriale. Se qualcuno scriveva una lettera alla DC Comics per esprimere il suo apprezzamento, riceveva una risposta del tipo: “Gentile lettore, la ringraziamo per averci scritto e per aver apprezzato la nostra storia, cordiali saluti”. Completamente diversa, invece, la gestione di Stan, che curava in prima persona le corrispondenze con i fan, e probabilmente avrebbe risposto “Wow, grazie amico, siamo felici che qualcuno abbia letto quella storia!”. Un rapporto amichevole che elimina le barriere tra autore e lettore, non solo tra personaggio e pubblico. Stan ne andava fiero, ma era orgoglioso anche della sua grande attenzione per la continuity narrativa (fiore all’occhiello della Marvel nella Silver Age) e dell’umanità che contraddistingue i suoi eroi, spesso outsider, emarginati, freak che trovano sia in loro stessi sia nell’amore per gli altri – un amore donato e ricevuto – l’energia per combattere le avversità. Personalmente, se ho amato così tanto l’Uomo Ragno mentre crescevo, è anche per il suo coraggio nel proporre un modello maschile diverso, e di cui tutt’oggi c’è un gran bisogno: un maschile che supera il machismo, sconfessa il mito della virilità e si apre all’empatia, all’emozione, alla capacità di piangere e ammettere le proprie fragilità, ma che non per questo risulta vacuo e irresoluto. Al contrario, scova la sua forza nell’attitudine a sentire, nella disponibilità a immedesimarsi e sacrificarsi.

Il suo lascito, anche alla luce di questi contributi, è enorme: Stan Lee non si è limitato a entrare nell’immaginario collettivo, ma ne ha creato uno nuovo, fondando un’epica che è forse l’unica mitologia possibile nel mondo contemporaneo. Proprio per questo, la sua morte non fa che dare corpo alla parola “excelsior”, spesso utilizzata da Stan nella sua rubrica mensile: “Verso e oltre una gloria più grande”. Scommetto che sta viaggiando proprio in quella direzione.

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